Site statistics Miti del Decadentismo: Il superuomo

Miti del Decadentismo: Il superuomo

 

 

Quello del superuomo fu un altro grande mito del nostro Decadentismo. Esso è presente in molte opere di Gabriele D'Annunzio sia in versi che in prosa. È tuttavia dai romanzi che è ricavabile in modo più diretto, grazie anche alle descrizioni psicologiche ed umane abbastanza dettagliate che lo scrittore fa dei protagonisti che lo incarnano.

Romanzo manifesto del superomismo è "Le vergini delle rocce". Claudio Cantelmo, che il superuomo rappresenta, appare guidato da un demone che gli parla e lo sprona ad essere se stesso in maniera autentica superando ogni inibizione. E se si interroga sul senso il pregio della vita, sul perché vivere e perché affaticarsi, la sua risposta è che " noi dobbiamo uccidere le nostre passioni l'una dopo l'altra e intendere ad estirpare dalle radici la speranza e il desiderio che sono la causa della vita. La rinuncia, la piena incoscienza, il dissolvimento di tutti i sogni, l'annientamento assoluto: eco la liberazione finale! ".

Ma il superuomo dannunziano si distingue soprattutto per la sua ideologia politica. Vale la pena analizzarla un momento, in considerazione soprattutto degli sviluppi che a distanza di tempo prese la vita politica italiana (Le vergini delle rocce fu pubblicato la prima volta nel 1895).

Il superuomo naturalmente è un aristocratico. Come tale egli disprezza sia la plebe, sia lo Stato fondato su principi democratici. Egli è convinto che il mondo sia "la rappresentazione della sensibilità e del pensiero di pochi uomini superiori, i quali lo hanno creato e quindi ampliato e ornato nel corso del tempo e andranno sempre più ampliandolo ed ornandolo nel futuro. Il mondo, quale oggi appare, è un dono magnifico la Egitto dai pochi ai molti, dai liberi agli schiavi: da coloro che pensano è sentono a coloro che debbono lavorare ". Ma nel suo giudizio negativo egli include anche parte della classe dominante pensando che "l'arroganza delle plebi è tanto grande quanto la viltà di coloro che la tolleravano e la secondano ". Ma " per fortuna lo Stato eretto sulle basi del suffragio popolare e dell'uguaglianza, cementato dalla paura, non è soltanto una costruzione ignobile ma è anche precaria. Lo Stato non deve essere se non un istituto perfettamente adatto a favorire la graduale elevazione d'una classe privilegiata verso un'ideale forma di esistenza". Egli pertanto pensa che debba nascere una nuova oligarchia, un nuovo reame della forza e che pochi riusciranno presto a riprendere le redini per governare le moltitudini. Che ciò non riuscirà loro troppo difficile perché "le plebi restano sempre schiave, avendo un nativo bisogno di tendere i polsi ai vincoli. Esse non avranno dentro di loro giammai, sino al termine dei secoli, il sentimento della libertà ".

A queste idee si associa poi il culto della forza così espresso: "La forza è la prima legge della natura, indistruttibile, inabolibile. La disciplina della superiore virtù dell'uomo libero. Il mondo non può essere costituito se non sulla forza, tanto nei secoli di civiltà quanto nelle epoche di barbarie". Il superuomo per altro disprezza la volgarità dei parvenu, ma anche la sete di denaro che ha indotto tanti aristocratici a fare scempio delle loro grandiose ville romane.

Fa parte poi della concezione superomistica il culto della stirpe latina che va a legarsi strettamente con l'idea di una rinascita della società attraverso l'opera del suo figlio-erede, colui che è destinato ad essere il nuovo Re di Roma il quale "natura ordinatus ad imperandum, dalla natura ordinato a imperare, ma dissimile da ogni altro monarca, egli non verrà a riconfermare o a rialzare i valori che da troppo tempo i popoli - sotto l'influsso delle varie dottrine - soglion dare alle cose della vita; ma si bene verrà ad abolirli o ad invertirli".

Questo profilo si completa con quanto poi il poeta scrive in Canto Novo che esplode nell'espressione "O mondo, sei mio! / Ti coglierò come un pomo, / ti spremerò alla mia sete, / alla mia sete perenne". E dove cominciano ad apparire elementi ideologici non solo di rifiuto, ma anche di opposizione voluta al Cristianesimo, come quando scrive: "Canta la gioia! Lungi dall'anima / nostra il dolore, veste cinerea. / È un misero schiavo colui / che del dolore fa la sua veste".

Un uomo del genere pertanto avanzerà nella sua vita portato da una quadriga imperiale: "Volontà, Voluttà, / Orgoglio, Istinto, quadriga / imperiale mi foste, / quattro falerati corsieri, / prima di trasfigurarvi / in deità operose / come le stagioni, che fanno / le danze lor circolari". E tutta questa forza, quest’energia, questo slancio vitale, saranno poi convogliati sul terreno della politica per la realizzazione di una impresa titanica. E qui il superomismo dannunziano si sposa con il suo nazionalismo, il mito della stirpe latina, che già dominò e che dovrà tornare a dominare il mondo.

Ora a proposito di questo mito del superuomo C. Salinari così scrive: "Esso corrisponde ad orientamenti profondi dello spirito pubblico italiano del tempo e non a caso sorge in un momento di crisi acuta della società italiana, alla fine della dittatura crispina e alla vigilia della sconfitta di Adua. Dei vari elementi che concorsero a formare il superuomo è proprio quest’ultimo quello che maggiormente colpisce lo storico d’oggi: l’aderenza delle posizioni dannunziane ad atteggiamenti che erano venuti maturando in alcuni gruppi della classe dirigente e degli intellettuali nei decenni successivi all’unità d’Italia...La realtà concreta era apparsa...molto lontana dagli ideali accarezzati nel periodo eroico del Risorgimento".

Quello che Salinari però tace è la matrice culturale di una ideologia del genere che, per la sua sostanza antidemocratica e razzista, non può che ripugnare alla coscienza dell'uomo dei nostri giorni che ha visto, o che ha saputo, degli orrori provocati dalle prime due guerre mondiali e della seconda in modo particolare. E questa matrice culturale è essenzialmente quella anticristiana che si camuffa ora in un modo ora in un altro, diversamente qualificandosi, ma che nei secoli è sempre stata la stessa.

A parte ciò, occorre anche sgombrare il campo da due errori comunemente diffusi, il primo relativo al rapporto tra il superuomo dannunziano e l'Ubermensch di Nietzsche, il secondo invece al rapporto tra D'Annunzio e la sua creatura.

D'Annunzio può essersi ispirato al filosofo tedesco, ma non è possibile istituire una coincidenza di idee tra i due, se non altro perché Nietzsche non pensava ad un individuo, bensì ad modello di umanità del tutto nuova rispetto alla presente.

Quanto poi al rapporto poeta-personaggio, è vero che D'Annunzio volle vivere al di fuori di tutte le regole, manifestò atteggiamenti guerrieri e di esaltazione della forza, ma anche qui bisogna stare attenti. I protagonisti dei romanzi dannunziani ispirati al superomismo non sono dei vincitori. Ancora C. Salinari ha detto che la loro caratteristica precipua è il velleitarismo, e questo è vero, ma egli non ne ha poi tratto le conclusioni. Essi non sono degli eroi in positivo, anzi non sono affatto degli eroi, non realizzano i loro progetti, ma questo perché è l'autore che così vuole. Con Claudio Cantelmo come con Andrea Sperelli o altri personaggi D'Annunzio non volle dare dei modelli da imitare, intese al contrario esprimere tutta la sua coscienza, e starei per dire la sua disperazione, della vanità di una aspirazione del genere, della sua inevitabile destinazione al fallimento, della impossibilità ad essere realizzata. Il che poi non toglie che quei personaggi abbiano potuto da parte di individui frustrati essere colti solo per gli aspetti di esaltante ribellismo, malattia eminentemente infantile, e trasformarsi poi in qualcosa di più che un mito letterario.

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