La pelle

 

 

 

Vogliamo parlare de La pelle perché questo libro, dimenticato come il suo autore, ci appare di straordinario valore letterario, storico, ideologico. Un’opera che, quantunque si presenti con la veste di un libro di memorie e di ricordi, quasi una cronaca giornalistica, non può definirsi come tale per l’alto livello di letterarietà che possiede e perché poi riflette gran parte del mondo interiore del suo autore che vi esprime idee filosofiche, politiche, religiose. Idee che appaiono di grande attualità e che fanno di Malaparte un precursore dei giorni che oggi stiamo vivendo. Un libro che perciò potrebbe essere portato nelle aule scolastiche, per introdurre un periodo storico o tematiche da poter discutere con gli studenti. Un libro che, comunque, tutti gli Italiani dovrebbero conoscere, se non altro per “sapere” un po’ di più della nostra storia patria.

 

Fin dalle prime righe il carattere “storico” e memoriale emerge accompagnato da un registro stilistico che apparirà più volte: quello del sarcasmo. Ma leggiamo:

“Erano i giorni della peste di Napoli. Ogni pomeriggio alle cinque, dopo mezz'ora di punching-ball e una doccia calda nella palestra della P.B.S., Peninsular Base Section, il colonnello Jack Hamilton ed io scendevamo a piedi verso San Ferdinando, aprendoci il varco a gomitate nella folla che, dall'alba all'ora del coprifuoco, si accalcava tumultuando in Via Toledo.

Eravamo puliti, lavati, ben nutriti, Jack ed io, in mezzo alla terribile folla napoletana squallida, sporca, affamata, vestita di stracci, che torme di soldati degli eserciti liberatori, composti di tutte le razze della terra, urtavano e ingiuriavano in tutte le lingue e in tutti i dialetti del mondo. L'onore di essere liberato per primo era toccato in sorte, e fra tutti i popoli di Europa, al popolo napoletano e per festeggiare il così meritato premio, i miei poveri napoletani, dopo tre anni di fame, di epidemie, di feroci bombardamenti, avevano accettato di buona grazia, per carità di patria, l'agognata e invidiata gloria di recitare la parte di un popolo vinto, di cantare, battere le mani, saltare di gioia fra le rovine delle loro case, sventolare bandiere straniere, fino al giorno innanzi nemiche, e gettare dalle finestre fiori sui vincitori. 

Ma, nonostante l'universale e sincero entusiasmo, non v'era un solo napoletano in tutta Napoli, che sentisse un vinto”.

 

Il titolo dell’opera viene presto spiegato :

“… prima della liberazione, avevamo lottato e sofferto per non morire. Ora lottavamo e soffrivamo per vivere.

Dopo la liberazione gli uomini avevano dovuto lottare per vivere. È una cosa umiliante, orribile, è una necessità vergognosa, lottare per vivere. Soltanto per vivere. Soltanto per salvare la propria pelle. Non è più lotta contro la schiavitù, la lotta per la libertà, per la dignità umana, per l'onore. È la lotta contro la fame. È la lotta per un tozzo di pane, per un po’ di fuoco, per uno straccio con cui coprirei propri bambini, per un po’ di paglia su cui distendersi. Quando gli uomini lottano per vivere, tutto, anche un barattolo vuoto, anche una cicca, una scorza d’arancia, una crosta di pane secco raccattata nelle immondizie, un osso spolpato, tutto ha per loro un valore norme, decisivo. Gli uomini son capaci di qualunque vigliaccheria, per vivere, di tutte le infamie, di tutti i delitti, per vivere”.

 

Ora il primo protagonista del libro è il popolo napoletano, per il quale Malaparte ebbe quasi una venerazione. Sin dalle prime pagine esso, infatti, esso è rappresentato come un popolo eroico, il che poi fa sì che La Pelle possa considerarsi un poema, non diversamente per quanto avviene di Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi o I Malavoglia di Giovanni Verga. Vi incontriamo, infatti, subito descrizioni come questa:

Nessun popolo sulla terra ha mai tanto sofferto quanto il popolo napoletano. Soffre la fame e la schiavitù da venti secoli, e non si lamenta. Non maledice nessuno, non odia nessuno, neppure la miseria. Cristo era napoletano”.

“Non dire sciocchezze”- diceva Jack

“Non è una sciocchezza. Cristo era napoletano.

A questa considerazione, con la quale non possiamo non concordare pensando a quello che i napoletani hanno continuato a subire anche nell’Italia repubblicana, si aggiunge il riconoscimento politico dell’eroica resistenza della popolazione:

Quando i liberatori, il primo ottobre del 1943, erano giunti alle prime case dei sobborghi, verso Torre del Greco, il popolo napoletano, con una lotta feroce durata quattro giorni, aveva già cacciato i tedeschi dalla città. I napoletani si erano già ribellati ai tedeschi al principio di settembre, nei giorni che seguirono l'armistizio, ma quella prima rivolta era stata soffocata nel sangue con implacabile ferocia.... 

... Carri e trams rovesciati nelle strade impedivano il passaggio alle colonne tedesche, accorrenti a dar man forte alle truppe che resistevano a Eboli e a Cava dei Tirreni. Poiché il popolo napoletano non aggredì alle spalle i tedeschi in ritirata, ma li affrontò, mentre ancora durava la battaglia di Salerno, ed è la follia, per un popolo senza armi, estenuato da tre anni di fame e di ininterrotti, feroci bombardamenti, opporsi al passaggio delle colonne germaniche, che attraversavano Napoli per muovere contro gli alleati sbarcati a Salerno. I ragazzi e le donne furono i più terribili , in quelle quattro giornate di lotta senza quartiere.

 

Tra le pagine propriamente politiche, spiccano quelle di polemica nei confronti del comunismo nazionale e internazionale, dando talora vita ad analisi che non appaiono peregrine. Si leggano, ad esempio, queste considerazioni:

La corruzione dei costumi, nella gioventù europea, aveva preceduto, non seguito la guerra, era stata un annuncio, una premessa della guerra, quasi una preparazione alla tragedia dell'Europa, non una conseguenza. Già molto prima dei dolorosi eventi del 1939, era parso che la gioventù europea obbedisse a una parola d'ordine, fosse vittima di un piano, di un programma preparato di lunga mano e diretto con freddo calcolo da una cinica mente. Si sarebbe detto che esistesse un Piano Quinquennale dell'omosessualità per la corruzione della gioventù europea. Quella certa aria equivoca nei modi, negli atteggiamenti, nei detti, nel tono delle amicizie, nella promiscuità sociale tra giovani borghesi e giovani operai, quel connubio fra corruzione borghese e corruzione proletaria, erano fenomeni già dolorosamente noti molto prima della guerra, e specie in Italia (dove, in certi circoli di giovani intellettuali e artisti, massime pittori e poeti, si faceva della pederastia credendo di fare del comunismo), e già denunziati alla pubblico opinione da osservatori, da studiosi, e fin da uomini politici, generalmente disattenti ai fatti estranei alla vita politica.

Ciò che soprattutto mi sorprendeva era il fatto, che tale corruzione dei costumi giovanili, tanto nella classe borghese quanto nella classe proletaria (ma più in quella che in questa, dove occorre tener conto del naturale bovarysmo di certa gioventù operaia più a contatto con la gioventù borghese), avvenisse col pretesto del comunismo, quasi che l'inversione sessuale, sia pure non consumata, ma soltanto minata, recitata, fosse un'indispensabile iniziazione alle idee comuniste. E mero già più volte domandato (poiché il problema mi appariva di importanza fondamentale) se ciò avvenisse spontaneamente, per intima corruzione morale e fisiologica, quale reazione ai costumi, ai modi, ai pregiudizi, ai declinanti ideali borghesi o non piuttosto in conseguenza di una sottile, cinica, perversa propaganda condotta di lontano e mirante a dissolvere il tessuto sociale europeo, in previsione di ciò che gli spiriti deboli del nostro tempo salutano come la grande rivoluzione e dell'età moderna. 

E si potrà forse obiettare che tale fenomeno è solo apparente, che il comunismo dei giovani, così come la loro affettata e proclamata, ma più mimata che consumata, inversione sessuale, è altro che una forma di dandysmo intellettualistico, di dilettantismo più di maniera che di fatti, di snobistica sfida ai buoni costumi e pregiudizi borghesi...

... tutto è stato messo in opera, in questa terribile e strana guerra, ai fini della vittoria, tutto, anche la pederastia: la quale merita, perciò, rispetto di ogni sincero amante della libertà. Certi moralisti, forse, non saranno di questo parere, ma non si può pretendere e tutti gli eroi siano di costumi illibati, e d'un sesso ben definito. Non esiste un sesso obbligatorio per gli eroi della libertà.

 

 

Ma a parte temi di questo genere, squisitamente politici, ne La pelle appaiono anche tematiche di più largo respiro. Una assai attuale, ad esempio, è quella della vivisezione. Scrivendo la pagina che segue Malaparte anticipava di decenni una problematica che sarà portata all’attenzione dell’opinione pubblica solo con la costituzione della LAV. Ma leggiamo.

Febo passava lunghe ore accucciato ai miei piedi, e ogni tanto si alzava, si avvicinava alla porta, si voltava a guardarmi. Io andavo ad aprirgli la porta per e Febo usciva, tornava dopo un'ora, dopo due ore, ansante, il pelo levigato dal vento, gli occhi schiariti dal freddo sole e d'inverno. La notte, e rilevava il capo ad ascoltare la voce del fiume, la voce della pioggia sul fiume. Ed io, talvolta svegliandomi, sentivo su me e il suo sguardo tiepido e lieve, quella sua presenza viva e affettuosa nella stanza buia, e quella sua tristezza, quel suo deserto presentimento della morte. 

Un giorno uscì, e non tornò più. Lo aspettai fino a sera, e scesa la notte corsi per le strade, chiamandolo per nome. Tornai a casa a notte alta, mi buttai sul letto, col viso verso la porta socchiusa. Ogni tanto mi affacciavo alla finestra, e lo chiamavo a lungo, gridando. All'alba corsi nuovamente per le strade deserte, fra le molte facciate delle case che, sotto il cielo livido, parevano di carta sporca. 

Non appena si fece giorno, corse alla prigione municipale dei cani. Entrai in una stanza grigia, dove, chiusi in fetide gabbie, divenivano cani dalla gola ancora segnata dalla stretta del laccio del chiappino. Il guardiano mi disse che forse il mio cane era rimasto sotto una macchina, o era stato rubato, o mutata fiume, e da qualche banda di giovinastri. Mi consigliò di fare il giro dei canai, chissà se Febo non si trovasse nella bottega di qualche canaio?

Tutta la mattina corsi di canaio in canaio, e finalmente un tosacani, in una botteguccia presso la Piazza dei Cavalieri, che mi domandò se ero stato alla Clinica Veterinaria dell'università, alla quale i ladri di cani vendevano per pochi soldi e gli animali destinati alle esperienze cliniche. Corsi all'Università, ma era già passato mezzogiorno, la Clinica Veterinaria era chiusa. Tornai a casa, mi sentivo nel cavo degli o di un che di freddo, di duro, di liscio, mi pareva di avere gli occhi di vetro.

Nel pomeriggio tornai all'Università, entrai nella Clinica Veterinaria. Il cuore mi batteva, non potevo quasi camminare, tanto ero debole e oppresso dall'ansia. Chiesi del medico di guardia, gli dissi il mio nome. Il medico, un giovane biondo, miope, il dal sorriso stanco, mi accolse cortesemente, e mi fissò a lungo prima di rispondere mia che avrebbe fatto tutto il possibile per aiutarmi. 

Aprì una porta, entrammo in una grande stanza nitida, lucida, dal pavimento di linoleum azzurro. Lungo le pareti erano allineate l'una a fianco dell'altra, come i letti in una clinica per bambini, strane culle in forma di violoncello: in ogni una di quelle culle era disteso sul dorso un cane dal ventre aperto, o dal cranio spaccato o dal petto spalancato.

Sottili fili di acciaio, a volte intorno a quella stessa sorta  di viti di legno che negli strumenti musicali servono a prendere le corde, tenevano aperte le labbra di quelle occorrende ferite si vedeva il cuore nudo pulsare, i polmoni, dalle venature dei bronchi simili a rami d'albero, gonfiarsi proprio o come fa la chioma di un albero nel respiro del vento, il rosso, lucido fegato contrarsi adagio adagio, diedi tremiti correre sulla polpa bianca e rosea del cervello come in uno specchio appannato, il groviglio degli intestini districarsi pigro come un nodo di serpi all'uscir dal letargo. E non un gemito usciva dalle bocche socchiuse dei cani crocifissi.

al nostro entrare, tutti cani avevano rivolto gli occhi verso di noi, fissando ci con uno sguardo implorante, e al tempo stesso pieno di un atroce sospetto: seguivano con gli occhi ogni nostro gesto, ci spiavano le labbra tremando. Immobile e mezzo alla stanza, mi sentivo un sangue gelido salire su per le membra; a poco a poco diventavo di pietra. Non potevo schiudere le labbra, non potevo muovere un passo. Il medico mi appoggiò la mano sul braccio, mi disse “ coraggio “. Quella parola mi sciolse il gelo dalle ossa, lentamente rimossi, mi curvai sulla prima culla. E di man mano che progredire o di culla in culla, il sangue ritornava in viso, il cuore mi si apriva alla speranza. A un tratto, vidi Febo.

Era disteso sul dorso, il ventre aperto, una sonda immersa nel fegato. Mi guardava fisso, e gli occhi aveva pieni di lacrime. Aveva nello sguardo una meravigliosa dolcezza. Respirava lievemente, con la bocca socchiusa, scosso da un tremito orribile. Mi guardava fisso, e un dolore atroce mi scavava al petto. “ Febo” dissi a voce bassa. E Febo mi guardava con una meravigliosa dolcezza negli occhi. Io vidi Cristo il lui, vi di Cristo in lui crocifisso, di Cristo che mi guardava con gli occhi pieni di una dolcezza meravigliosa. “ Febo” dissi a voce bassa, curvandomi su di lui, accarezzandogli la fronte. Febo mi baciò la mano, e non emise un gemito. 

Il medico mi si avvicinò, mi toccò il braccio: “ Non potrei interrompere l'esperienza” disse “ è proibito. Ma per voi... gli farò una puntura. Non soffrirà”. 

Io presi la mano del medico fra le mani e dissi mentre le lacrime mi rigavano il volto: “ Giuratemi e che non soffrirà “.

“ Si addormenterà per sempre “ disse il medico “ vorrei che la mia morte fosse dolce come la sua “.

Io dissi: “ Chiuderò gli occhi. Non voglio vederlo morire. Ma fate presto, fate presto! . 

“ Un attimo solo” disse il medico, e si allontanò senza rumore, e scivolando sul molle tappeto di linoleum. Andò in fondo alla stanza, aprì un armadio. 

Io rimasi in piedi davanti a Febo, tremavo orribilmente, le lacrime mi solcavano il viso. Febo mi guardava fisso, e non il più lieve gemito usciva dalla sua gola, mi guardava fisso con una meravigliosa dolcezza negli occhi. Anche gli altri cani, distesi sul dorso nelle loro culle, mi guardavano fisso, tutti avevano negli occhi una dolcezza meravigliosa, e non il più lieve gemito usciva dalle loro gole. 

A un tratto, un grido di spavento mi ruppe dal petto: “ Perché questo silenzio? ” gridai, “ che è questo silenzio?”. 

Era un silenzio orribile. Un silenzio immenso, gelido, morto, un silenzio di neve. 

Il medico mi si avvicinò con una siringa in mano: “ Prima di operare” disse “ gli tagliano le corde vocali.

 

Accanto a questo appare poi il tema dell’eutanasia. Leggiamo.

Appena passato il ponte di Capua, incontrammo i primi convogli di feriti. Erano i giorni degli inutili, sanguinosi attacchi contro le difese tedesche di Cassino. A un certo punto entrammo  nella zona del fuoco. Grossi proiettili, cadevano con fragore orrendo sulla via Casilina. Al check-point a tre chilometri dalle prime case di Cassino, un sergente della L. P. ci fermò, e ci fece mettere al riparo di un argine, in attesa che la tempesta di granate si calmasse.

Ma il tempo passava, si faceva tardi. Per giungere all'osservatorio di artiglieria, dove il Colonnello Fred Hamilton ci aspettava, decidemmo di lasciare la via Casilina e di buttarci per i campi dove la pioggia di proiettili era più rada.

"due soldati americani, feriti, sedevano sull'erba, altri si affaccendavano intorno a un uomo disteso per terra sulla schiena. Il soldati guardarono con disprezzo la mia uniforme, e uno di loro, un sergente, disse a Campbell

 

scendete disse il sergente volgendo sia me che il modo brusco-fate posto al ferito 

" Che cosa?”  Domandai, saltando giù dalla jeep. 

 ferito al ventre. Bisogna portarlo subito all'ospedale”. 

“Let me see” dissi “lasciatemelo vedere”.

 “Are you a doctor ?” 

“No, non sono un medico” dissi, e mi curvai sul ferito. 

Era un giovane biondo, esile, quasi un ragazzo, dal viso puerile. Da un norme squarcio al ventre gli intestini gli colavano lentamente giù per le gambe, aggrovigliandosi fra le ginocchia in un grosso nodo bluastro.

“Datemi una coperta” dissi. 

Un soldato mi portò una coperta, che distesi sul ventre del ferito. Poi presi in disparte il sergente, e gli dissi che il ferito non si poteva trasportare, che era meglio non toccarlo, lasciarlo lì dov'era, e intanto mandare Campbell con la jeep a prendere un medico. 

“Ho fatto l'altra guerra” dissi “ho visto decine e decine di ferite come quella, non c'è niente da fare. Sono ferite mortali. La sola cosa di cui dobbiamo preoccuparci, è di non farlo soffrire. Se lo portiamo all'ospedale, morirà per la strada fra atroci dolori. È meglio lasciarlo morire così, senza soffrire. Non c'è altro da fare”. 

I soldati si erano raccolti intorno a noi, e mi fissavano in silenzio. 

Campbell disse: “Il Capitano ha ragione. Andrò a Capua a prendere un medico, e porterò con me i due feriti leggeri”. 

“Non possiamo lasciarlo qui” disse il sergente “all'ospedale potranno forse operare allo, qui non potranno fargli nulla. E un delitto lasciarlo morire”. 

“Soffrirà atrocemente, e morirà prima di giungere all'ospedale” dissi “Datemi retta, lasciatelo star dov'è, non lotoccate”. 

“Voi non siete un medico” disse il sergente. 

“Non sono un medico” dissi “ma so di che si tratta. Ne ho visti decine e decine, di soldati feriti al ventre. So che non bisogna toccarlo, che non si può trasportarli. Lasciatelo morire in pace. Perché volete farlo soffrire?” 

I soldati tacevano guardandomi fisso. Il sergente disse “Non possiamo lasciarlo morire così, come una bestia”. 

“Non morirà come una bestia” dissi “si addormenterà come un bambino, senza dolore. Perché volete farlo soffrire? Morirà lo stesso, anche se giungerà vivo all'ospedale. Abbiate fiducia in me, lasciatelo star dov'è, non lo fate soffrire. Il medico verrà, e mi darà ragione.” 

Let's go, andiamo” disse Campbell volgendosi ai due feriti.

“Wait a moment , Lieutenant” disse il sergente “Aspettate un momento. Voi siete un ufficiale americano, sto a voi decidere. In ogni caso, siete testimonio che se il ragazzo morirà, non sarà colpa nostra. Sarà colpa di questo ufficiale italiano.” 

“Non credo che sarà colpa sua” disse Campbell “Io non sono un medico, non mi intendo di ferite, ma conosco questo Capitano italiano e so che è una persona per bene. Che interesse può avere a consigliarci di non portare quel povero ragazzo all'ospedale? Se ci consiglia di lasciarlo qui, penso che dobbiamo aver fiducia in lui, e seguire il suo consiglio. Non è un medico, ma ha più esperienza di noi, in fatto di guerra e di ferite.  E volgendosi a me, aggiunse “Siete disposto a prendervi la responsabilità di non far portare quel povero ragazzo all'ospedale?”. 

“Sì” risposi “assumo l'intera responsabilità di non farlo trasportare all'ospedale. Poiché deve morire, è meglio che muoia senza soffrire. 

That’s all” disse Campbell “e ora andiamo”.

I due feriti leggeri salirono sulla jeep di Campbell, che si avviò giù per il del ricorso gassoso, e ben presto disparve tra gli olivi. 

Il sergente mi fissò in silenzio per qualche istante, socchiudendo gli occhi, poi disse:”E ora? Che dobbiamo fare?”. 

“Bisogna distrarre quel povero ragazzo, divertirlo. Raccontagli delle storie, non lasciargli il tempo di riflettere che è mortalmente ferito, di accorgersi che sta morendo.

“Raccontargli delle storie?” disse il sergente. 

“Sì, raccontategli delle storie divertenti, tenetelo allegro. Se gli lasciate il tempo di riflettere, si accorgerà di essere ferito a morte, e sentirà il male, soffrirà.

“Non mi piacciono le commedie” disse il sergente  “non siamo dei bastardi italiani, non siamo dei commedianti. Se volete fare il Pulcinella, fatelo pure. Ma se Fred muore, ve la vedrete con me.”

“Perché mi insultate” dissi” non è colpa mia se non sono un purosangue come tutti gli americani... o come tutti i tedeschi. Vi ho già detto che il povero ragazzo morirà: ma senza soffrire. Vi renderò ragione delle sue sofferenze, non della sua morte.

Disse il sergente. E volgendosi agli altri, che mi avevano ascoltato in silenzio guardandomi fisso, aggiunse: ”Voi siete tutti testimoni: questo sporco italiano pretende...”. 

"Shut up!” Gridai “basta con questi stupidi insulti! Siete venuti in Europa per insultarci, o per far la guerra ai tedeschi?”

“Al posto di quel povero ragazzo americano” disse il sergente socchiudendo gli occhi e stringendo i pugni” ci dovrebbe essere uno dei vostri. Perché noi li cacciate da voi, i tedeschi?”

Perché non siete rimasti a casa vostra? Nessuno vi ha chiamati. Dovevate lasciarcela sbrigar da noi, con i tedeschi.

“Take it easy”disse il sergente con un sorriso cattivo” non siete buoni a nulla in Europa, non siete buoni che a morir di fame.”

Tutti gli altri si misero a ridere, e mi guardarono. 

“Certo” dissi “non siamo abbastanza ben nutriti per esser degli eroi come voi altri. Ma io sono qui con voi, corro gli stessi vostri pericoli. Perché mi insultate?”

"Bastard people” disse il sergente.

“Bella razza d'eroi, la vostra” dissi “dieci soldati tedeschi e un caporale bastano a tenervi testa da tre mesi.

"Shut up!” gridò il sergente facendo un passo verso di me. 

Il ferito emise un gemito, e tutti ci voltammo.

Io guardai sorridendo il sergente: " scusatemi " dissi " se non riesco a farmi capire. Non fa nulla. Scusatemi ". E porgendo le labbra, dondolandomi sui fianchi, sollevando il braccio nel saluto romano, gridai: " Camicie Nere! I nostri alleati americani sono finalmente sbarcati in Italia per aiutarci a combattere i nostri alleati tedeschi. La sacra fiaccola del fascismo non è spenta. È ai nostri alleati americani che io ho consegnato la sacra fiaccola del fascismo! Dalle lontane rive dell'America, essa continuerà a illuminare il mondo. Camicie Nere di tutta l'Italia, viva l'America fascista ". 

Un coro di risa accolse le mie parole. Il ferito batteva le mani, e anche le ragazze, strette in gruppo davanti a me, battevano le mani, guardandomi con strani occhi.

" Basta con Mussolini " disse il sergente " non mi piace udir Mussolini gridar Viva l'America ". E rivolgendosi a me aggiunse "Do you understand? ". 

" No, non capisco " dissi " tutta l'Europa grida Viva l'America ". 

  "I don't like it" disse il sergente. E avvicinandosi alle ragazze, gridò: " Signorine, ballate! ". 

“Ya, ya!” disse il negro " vino, signorine! " E tratta di tasca una piccola armonica se la accostò alle labbra e cominciò a suonare. Il sergente allacciò una ragazza e si mise a ballare: e tutti gli altri lo imitarono. Io mi sedevo per terra accanto al ferito, e gli appoggiai la mano sulla fronte. Era fredda, e madida di sudore. 

" Si divertono " dissi. " Per dimenticare la guerra, bisogna pur ballare, ogni tanto. " 

" Sono bravi ragazzi " disse il ferito. 

" Oh sì " dissi " i soldati americani sono bravi ragazzi. Hanno il cuore semplice e buono. I like them ". 

"I like Italian people" disse il ferito, e allungando una mano mi toccò il ginocchio, e sorrise.

E strinsi la sua mano fra le mie, e voltai il viso. Mi sentivo un nodo alla gola, non potevo quasi respirare. Non posso veder soffrire un essere umano. Vorrei piuttosto ammazzarlo con le mie mani, che vederlo soffrire. Mi saliva il rossore alla fronte al pensiero che quel povero ragazzo disteso nel fango, col ventre squarciato, era un americano. Avrei voluto che fosse un italiano, un italiano come me, piuttosto che un americano. Non potevo sopportare il pensiero che quel povero ragazzo americano soffriva per colpa nostra, soffriva anche per colpa mia. 

Voltai il viso, e guardai quella strana festa campestre, quel piccolo Watteau dipinto da Goya. Era una scena viva e delicata: quel ferito disteso per terra, quel negro che suonava l'armonica appoggiato al tronco di un ulivo, quelle ragazze lacere, pallide, scarne, allacciate a quei bei soldati americani dal viso roseo, in quell'argentea selva di ulivi, fra quelle oggi in un di spazi di pietre rosse nell'erba verde, sotto quel cielo grigio, vecchio, percorso di sottili vene azzurre, floscio e rugoso, quel cielo simile alla pelle di una vecchia. E poco poco o poco unta sentivo la mano del morente fondarsi fra le mie mani, a poco a poco abbandonarsi. 

Allora alzai un braccio, e diedi un grido. Tutti ristettero guardandomi, poi si avvicinarono, si curvarono sul ferito. Fred si era abbandonato sulla schiena e aveva chiuso gli occhi. Una maschera bianca gli copriva il viso. 

" Muore " disse il sergente a voce bassa. 

" Dorme. Si è addormentato senza soffrire " dissi, accarezzando la fronte del ragazzo morto.

" È morto senza soffrire " dissi " è morto senza accorgersi di morire ".

 

Ma a queste così drammatiche si alternano pagine ironiche, oggi per noi divertenti: sono certamente quelle cronachistiche, quelle che ricostruiscono la Napoli del momento. Ve ne sono tante, ve ne proponiamo una.

 

Un negro vivo costavo moltissimo. Il prezzo dei negri vivi a Napoli, era da qualche giorno salito da 200 dollari a mille dollari, e tendeva ad aumentare. Bastava osservare con quali occhi golosi la povera gente guardava un negro, un negro vivo, per capire che il prezzo dei negri vivi era molto alto, e continuava a salire. Il sogno di tutti i napoletani poveri, specialmente degli scugnizzi, dei ragazzi, era di potersi comprare un black magari per poche ore. La caccia ai soldati negri è il gioco preferito dei ragazzi. Napoli, per i ragazzi, era una immensa foresta equatoriale, piena di un denso odore caldo di frittelle dolci, dove negri estatici camminavano dondolandosi sui fianchi, gli occhi rivolti al cielo. Quando uno “scugnizzo” riusciva ad afferrare un negro per la manica della giubba, e a trascinarselo dietro di bar in bar, di osteria in osteria, di bordello in bordello, nel dedalo dei vicoli di Toledo e di Forcella, da tutte le finestre, da tutte le soglie, da tutte le cantonate, cento bocche, cento occhi, cento mani gli gridavano " vendimi il tuo black! Ti do venti dollari trenta dollari cinquanta dollari! ". Era quello che si chiamava il “mercato volante”. Cinquanta dollari erano il prezzo massimo che si pagava per comprarsi un negro a giornata, cioè per poche ore: il tempo necessario per ubriacarlo, spogliarlo di tutto quel che aveva addosso, dal berretto alle scarpe, e poi, scesa la notte, abbandonarlo nudo sul lastrico di un vicolo.

Il negro non sospettava di nulla. Non si avvedeva di esser comprato e rivenduto ogni quarto d'ora, e camminava innocente, felice, tutto fiero delle sue scarpe d'oro lucente, della sua uniforme attillata, dei suoi guanti gialli, dei suoi anelli e dei suoi denti d'oro, dei suoi grandi occhi bianchi, viscidi e trasparenti come occhi di polpo. Camminava sorridendo, la testa inclinata sulla spalla e gli occhi perduti nel vagar remoto di una nuvola verde nel cielo del colore del mare, tagliando, con la candida forbice dei suoi denti aguzzi, la frangia azzurra che orlava i tetti, le gambe nude delle ragazze appoggiate alla ringhiera dei terrazzi, i garofani rossi sporgenti dai vasi di terracotta sui davanzali delle finestre. Camminava come un sonnambulo, assaporando con delizia tutti gli odori, i colori, i sapori, i suoni, le immagini che fanno dolce la vita: l'odore delle frittelle, del vino, dei pesci fritti, una donna incinta seduta sulla soglia di casa, una ragazza che si gratta la schiena, un'altra che si cerca una pulce nel seno, il pianto di un bambino in culla, il riso di uno scugnizzo, il lampo del sole nel vetro di una finestra, il canto di un grammofono, le fiamme del Purgatorii di carta pesta dove i dannati bruciano ai piedi della Vergine, nei tabernacoli agli angoli di veicoli, un ragazzo che con un coltello abbagliante dei suoi denti di neve trae da una curva fetta di cocomero, come da un armonica, una mezzaluna di suoni verdi e rossi scintillanti nel cielo grigio di un muro, una fanciulla che si pettina affacciata alla finestra, cantando "ohi Marì" e mirandosi nel cielo come in uno specchio.

 

Il negro non si accorgeva che il ragazzo che lo teneva per mano, che gli accarezzava il polso, parlandogli dolcemente e guardandolo in viso con occhi mansueti, ogni tanto cambiava. (Quando il ragazzo vendeva il suo black a uno " scugnizzo ", affidava la mano del suo negro alla mano del compratore, e si perdeva tra la folla). Il prezzo di un negro al "mercato volante" era calcolato sulla sua larghezza e facilità nello spendere, sulla sua golosità nel bere e nel mangiare, sul suo modo di sorridere, di accendere una sigaretta, di guardare una donna. Cento occhi esperti e avidi seguivano ogni gesto del negro, contavano le monete che egli traeva di tasca, spiavano le sue dita rosee e nere, in dalle unghie pallide. Erano ragazzi espertissimi in questo minuto e rapido calcolo. (Un ragazzo di dieci anni, Pasquale Mele, comprando e rivendendo negri dal “mercato volante”, s'era guadagnato in due mesi circa seimila dollari, con i quali aveva acquistato una casa nei pressi di Piazza Olivella). Mentre vagabondava di bar in bar, di osteria in osteria, di bordello in bordello, mentre sorrideva, beveva, mangiava, mentre accarezzava le braccia di una ragazza, il negro non si accorgeva di essere venduto e comprato come uno schiavo.

Non era certo dignitoso per i soldati negri dell'esercito americano aver vinto la guerra, essere sbarcati a Napoli come vincitori, e trovarsi ad essere venduti e comprati come poveri schiavi. Ma a Napoli queste cose accadono da mille anni: è quello che  è capitato ai normanni, agli angioini, agli aragonesi, a Carlo VIII di Francia, a Garibaldi stesso, allo stesso Mussolini. Il popolo napoletano sarebbe morto di fame già da molti secoli, se ogni tanto non gli capitasse la fortuna di poter comprare e rivendere tutti coloro, italiani o stranieri, che pretendono di sbarcare a Napoli da vincitori e da padroni.

Se comprare un soldato negro al " mercato volante " per poche ore, costava solo alcune decine di dollari, comprarlo per un mese, per due mesi, costava caro, dai trecento ai mille dollari, e anche di più. Un negro americano era una miniera d'oro. Essere proprietario di uno schiavo negro voleva dire possedere una rendita sicura, una facile fonte di guadagno: risolvere il problema della vita, spesso diventare ricco.

Il padrone di un negro trattava il suo schiavo come un ospite caro: gli offriva da bere e da mangiare, lo gonfiava di vino e di frittelle, lo faceva ballare con le proprie figlie, al suono di un vecchio grammofono, lo faceva dormire nel proprio letto, insieme con tutta la sua famiglia, maschi e femmine, in quell'immenso letto che occupa gran parte di ogni " basso " napoletano. E il negro, ogni sera, tornava recando in dono zucchero, sigarette, spam, bacon, pane, farina bianca, maglie, calze, scarpe, uniformi, coperte, cappotti e montagne di caramelle.

...

I più cari erano i drivers. Un driver nero costava fino a 2000 dollari. V'erano che portavano in regalo alla fidanzata interi autocarri carichi di farina, di zucchero, di gomme di automobile, di fusti di benzina.

Un driver nero regalò  un giorno alla sua fidanzata, Concetta Esposito, del Vincolo della Torretta, in fondo alla Riviera di Chiaia, un carro armato pesante, uno Sherman. In due ore, il carro armato, nascosto dentro un cortile, fu sbullonato e smontato. In due ore sparì, non ne rimase traccia: soltanto una chiazza d'olio sul lastrico del cortile. Nel porto di Napoli, una notte, fu rubata una Liberty ship, giunta alcune ore prima dall'America in convoglio con altre dieci navi: fu rubato non solo il carico, ma la nave scomparve. Scomparve, e non se ne è mai saputo più nulla. Tutta Napoli, da Capodimonte a Posillipo, fu scossa, a una talnotizia, da un formidabile riso, come da un terremoto.