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Rileggendo Montale
La prima raccolta delle poesie di E. Montale, come ognuno sa, è quella intitolata Ossi di seppia, comparsa nel 1925. Il titolo è già significativo di un atteggiamento di modestia; nasce, infatti, da una similitudine tra gli ossi di seppia e le poesie del poeta: come i primi costituiscono le inutili macerie dell'abisso del mare, la lordura che esso sbatte sulle sponde tra sugheri , alghe e morte stelle marine, così le seconde sono le inutili macerie dall'abisso del cuore del poeta e che, portate in superficie, vengono tra gli uomini lasciate. La raccolta è formata di diverse sezioni di cui quella denominata "Ossi" è in posizione centrale rispetto alle altre. La sua tematica è compiutamente naturalistica. Vi domina infatti il paesaggio della riviera ligure, di Monterosso e delle Cinque Terre, còlto soprattutto nella calura estiva, nell'ora della canicola, dell'arsura, ed è fatto di arsiccio terreno, di crepacci ove s'abbarbica l'agave, di scogli tra cui parlotta la maretta, del mare che scaglia a scaglia, livido, muta colore, dell'orizzonte color del rame da un lato e la chiostra di rupi dall'altro, sotto il sole di mezzogiorno; oppure è l'interno di un giardino cinto da una muraglia nelle cui crepe sono cresciute le parietarie e in cui tra i pini s'odono le cicale. Paesaggio ostile all'uomo, ma che determina la condizione necessaria perché possano apparire i "fantasmi" di un mondo "altro". Paesaggio che non ha nulla di consolatorio, e che forse costituisce il più efficace correlativo oggettivo della condizione esistenziale dell'uomo contemporaneo e di tutta la poesia montaliana, che non si esaurisce in questa sezione, ma costituisce un continuum in tutta questa raccolta. Così quello che potrebbe sembrare un elemento descrittivistico, ha superato ogni residuo veristico per essere usufruito in funzione totalmente simbolica. La poesia montaliana degli "Ossi" dunque è eminentemente di carattere esistenziale. Il poeta vi esprime il chiuso della condizione umana, come quella di chi è in un giardino circondato da una muraglia su cui sono cocci aguzzi di bottiglia (Meriggiare pallido e assorto). Una visione pessimistica dell'esistenza per la quale la morte acquista un valore liberatorio, ma non è invocata, perché il poeta sa accettare questa realtà e vive nell'attesa di un miracolo: "Forse un mattino andando in un'aria di vetro, / arida, rivolgendomi, vedrò compiersi il miracolo; / il nulla alle mie spalle...ed io me ne andrò, zitto / tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto". Posizione di leopardiana ascendenza quella dell'accettazione della realtà umana che, se aveva inorgoglito e reso fortemente polemico il Recanatese, lascia invece calmo e poco disposto alla polemica il nostro poeta che vede la sua vita come un pendio, una strada aperta a sbocchi di rigagnoli, lento franamento, e riconosce la sua condizione simile non ad una ginestra, ma a quella della pianta "che nasce dalla devastazione / e in faccia ha i colpi del mare ed è sospesa / fra erratiche forze di venti". Ed esprime ancora l'incertezza, la mancanza di ogni verità trascendente, sì che dice: "Noi non sappiamo quale sortiremo / domani, oscuro o lieto; / forse il nostro cammino / a non tocche radure ci addurrà / dove mormori eterna l'acqua di giovinezza; / o sarà forse un discendere / fino al vallo estremo, / nel buio, perso il ricordo del mattino" ma subito accompagnato dalla volontà di ricerca: "Cerca una maglia rotta nella rete / che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!". Negli "Ossi" poi appaiono autoritratti del poeta che si dichiara che avrebbe voluto essere scheggia fuori del tempo, testimone di una volontà fredda che non passa, scabro ed essenziale, ma che invece altro fu: intento a riguardare in sé, negli altri, il bollore della vita fugace. E si definisce "favilla d'un tirso" giacché bruciare, non altro, è il suo significato, e accomuna la sua alla condizione di tutti gli uomini raffigurati nell'immagine pascaliana della canna: "giunco tu ...tremi di vita e ti protendi / a un vuoto risonante di lamenti / soffocati". E come già Ungaretti aveva espresso il desiderio di confondersi nella Natura, anche Montale ad un certo punto si lascia prendere da questo desiderio e scrive: "Oh allora / sballottati / come l'osso di seppia dalle ondate / svanire a poco a poco; /diventare / un albero rugoso od una pietra / levigata dal mare; nei colori / fondersi dei tramonti; sparir carne / per spicciare sorgente ebbra di sole; / dal sole divorata" (Riviere). Ma tutto ciò nella speranza che l'elegia possa cangiarsi in inno, che egli possa rifarsi, rifiorire: "Ed un giorno sarà ancora l'invito / di voci d'oro, di lusinghe audaci, / anima mia non più divisa. Pensa: / cangiare in inno l'elegia; rifarsi; / non mancar più" (ibìdem). Dunque la poesia degli "Ossi" è anche autobiografica, di una autobiografia interiore che tende continuamente però ad universalizzare l'esperienza personale del poeta che accomuna a sé anche gli altri uomini. Così in "Arsenio" questo misterioso personaggio è proiezione del poeta stesso e, al contempo, immagine di ogni uomo. Con lui il poeta esprime tutto il suo pessimismo. C'è poi negli "Ossi" la poesia del ricordo e il sentimento che di questo ebbe il poeta. Il componimento più significativo in merito può essere considerato "Cigola la carrucola nel pozzo", ma poi, a ben guardare, tutta la poesia montaliana, più che a descrivere il presente, è volta a ricordare il passato, da quello dell'infanzia a quello della età adulta, sino al giorno da poco trascorso. Comunque sia, nel componimento citato il poeta immagina che, tirato su un secchio d'acqua con una carrucola di un pozzo, guardando il cerchio dell'acqua nel secchio stesso, si generi come d'incanto un'immagine di donna emergente dalla sua memoria. Egli allora tenta di accostare le sue labbra e quelle dell'immagine ma, a quel punto, l'immagine si deforma e l'acqua appena toccata genera microonde che su quel viso sembrano rughe che improvvisamente invecchiano l'immagine stessa, che perciò si deforma, così come finisce con il deformarsi il ricordo del poeta che si fa a sua volta vecchio, tanto che sembra non appartenergli più. Il componimento si chiude con la descrizione del secchio che torna a scendere nel buio della profondità del pozzo, facendo scomparire completamente ogni immagine sull'acqua del secchio, così come completamente scompare anche ogni ricordo. Il concetto che il poeta vuole rendere dunque è che il passato che amiamo è irrevocabile; che il trascorrere degli anni ormai lo deformano; che la realtà presente è troppo lontana da quel passato perché possa rivivere in noi; che perciò quel passato non può svolgere nessun ruolo consolatorio rispetto al presente. A un livello più alto invece, la lirica esprime la ribellione dell'uomo contemporaneo nei confronti della realtà presente inadeguata al suo mondo ideale, il suo desiderio di consistenza, di volersi riconoscere in qualcosa e quindi di recuperare la propria individuale storia, di protesta contro la fuga inarrestabile del tempo. Ma tutto invano, perché a vincere è il Tempo che deforma anche i nostri ricordi, che non ci consente più neppure di recuperare il nostro passato per sempre precipitato nel buio. Ne resta un sentimento di sconforto e di solitudine. Non mancano negli "Ossi" continui riferimenti alla poesia, la raccolta anzi si apre con la più solenne dichiarazione di poetica contenuta ne "I limoni". Questa lirica è costituita per altro da una parte negativa (Ascoltami, i poeti laureati...) ed una positiva (Io per me amo...) riferite allo stile, e una di ascendente decadentistico, ravvisabile nella dichiarazione che le cose "s'abbandonano e sembrano vicine / a tradire il loro ultimo segreto" e se l'uomo saprà scoprire "uno sbaglio di Natura, / il punto morto del mondo, l'anello che non tiene" allora potrà giungere "nel mezzo di una verità". Ad essa va associata la prima lirica degli "Ossi", cioè "Non chiederci la parola". Qui Montale dichiara esplicitamente che gli uomini non possono chiedere certezze al poeta il quale può solo fornire "qualche storta sillaba e secca come un ramo", giacché egli solo questo è in grado di dirci: "ciò che non siamo, ciò che non vogliamo". E se mai una certezza il poeta possiede, essa è quella della tragicità della vita che in mille modi si manifesta. Si legga in merito "Spesso il male di vivere ho incontrato". Lì egli esprime, attraverso la tecnica del correlativo oggettivo, un pessimismo cosmico che gli fa vedere i segni della sofferenza e del dolore anche in una foglia secca e accartocciata, nel fluire di un rivo che continuamente incontra ostacoli, in un cavallo stramazzato, e dai quali crede sia possibile scampare solo raggiungendo la divina indifferenza. Raggiungendo cioè quella condizione di spirito che l'epicureismo antico proponeva al saggio che si fosse ritirato negli alta templa serena a contemplare il mondo e le sue lotte rimanendo imperturbato e sereno. Da un punto di vista formale le liriche degli "Ossi" non si lasciano inquadrare nelle forme metriche tradizionali; il poeta usa indifferentemente versi endecasillabi, settenari e altri ancora, ma senza schema precostituito, senza ricorso a rime, che sono sporadiche, e facendoli succedere in modo occasionale. C'è invece una certa attenzione alla musicalità, ricordiamo anzi che nella raccolta c'è una serie di componimenti dai significativi titoli e che sono "Corno inglese", "Falsetto", "Minstrels" che al mondo della musica direttamente rimandano. |