Giovanni Verga
Sommario: La vita - La poetica: le dichiarazioni di verismo, il rapporto con Zola, la tecnica narrativa della erlebte Rede - La visione del mondo: il pessimismo di base e l’adesione al materialismo, il determinismo economico, il darwinismo sociale, l’immobilità della Storia – Gli orientamenti politici: la riflessione sul Risorgimento in “ Libertà” , la riflessione sul socialismo in “Dal tuo al mio” , il problema del brigantaggio in “ L’amante di Gramigna” , problemi sociali in “Nedda” e in “ Rosso Malpelo” - Gli esordi dello scrittore - I romanzi del periodo fiorentino - I romanzi del periodo milanese - La svolta di Nedda - Il passaggio al Verismo e il ciclo dei vinti: “I Malavoglia”: la vicenda, il poema del focolare domestico, l’ideale dell’ostrica il darwinismo sociale - Le “Novelle rusticane” - Il “Mastro don Gesualdo”: la vicenda, i fallimenti e la solitudine di Gesualdo, il determinismo economico, l’incupirsi del pessimismo verghiano - “La duchessa di Leyra” e le ragioni della sospensione del progetto del ciclo - Le altre novelle - Il teatro.
La vita
Giovanni Verga nacque nel 1840 a Catania da famiglia benestante e di sentimenti liberali e antiborbonici. Il padre, di origini baronali, aveva il titolo solo di cavaliere, ma vantava una certa proprietà terriera; Giovanni comunque fece i suoi primi studi in città e successivamente in un collegio di Bronte. Ebbe tra i suoi maestri lo scrittore e patriota Antonino Abate, ma negli studi non si distinse. Si iscrisse alla Facoltà di giurisprudenza senza conseguire però la laurea. Entusiasmatosi per Garibaldi, nel 1860 si arruolò nella Guardia nazionale e vi rimase quattro anni. Mortogli il padre nel ‘63, cominciò a pensare di trasferirsi sul continente. La cosa avvenne nel ‘65 quando andò a Firenze. Ivi strinse amicizia con il quasi compaesano Luigi Capuana; conobbe anche, divenendone amico, Francesco Dall’Ongaro che lo introdusse nei migliori salotti della città; frequentò in particolare quelli di Ludmilla Astings e della signora Swanzberg; amò i ritrovi alla moda e la vita mondana; conobbe Giselda Fojanesi che, benché sposata, divenne sua amante . Nel ‘72 si trasferì a Milano, vero centro della vita culturale d’Italia. Conobbe alcuni dei poeti scapigliati tra cui Boito e Praga, frequentò ancora salotti alla moda, come quello della contessa Maffei, o ritrovi di artisti, come il Caffè Biffi, visse da benestante e nel ‘77 ritrovò Capuana. Nell’ 82 fu a Parigi, ove conobbe Zola, e poi a Londra. Nel ‘92 si ritirò definitivamente a Catania dalla quale si allontanò solo in occasione di qualche breve viaggio. Riallacciò un’antica relazione con la Dina di Sordevolo, ma non la sposò. Godé della considerazione di Luigi Pirandello e di Benedetto Croce, ma preferì rimanersene solo nella sua villa di Tebidi. Nel 1920 fu nominato senatore. Morì due anni dopo nella sua città.
La poetica
Verga espresse la sua poetica verista in maniera poco organica in una serie di scritti. Un primo è costituito da una lettera all’amico Salvatore Paola Verdura dell’aprile del ‘78. In essa è contenuto il programma del ciclo dei vinti, ma anche l’idea dello scrittore sul verismo così espressa: “ il realismo io l’intendo così, come la schietta ed evidente manifestazione e l’osservazione coscienziosa, la sincerità dell’arte in una parola”. Dichiarazione questa che va affiancata alla dedicatoria a Salvatore Farina della novella “L’amante di Gramigna”. Quivi lo scrittore dichiara di voler raccontare la storia presso a poco “colle medesime parole semplici e pittoresche della narrazione popolare”. Prevede poi il trionfo del romanzo come genere letterario quando “la coesione di ogni sua parte sarà così completa che il processo della creazione rimarrà un mistero...e la mano dell’artista rimarrà assolutamente invisibile, e il romanzo avrà l’impronta dell’avvenimento reale, e l’opera d’arte sembrerà essersi fatta da sé...senza serbare alcun punto di contatto col suo autore”. Verga dunque fece una serie di scelte per le quali lo scrittore avrebbe dovuto limitarsi a darci un ritratto oggettivo della realtà, senza intromissioni di tipo morale o ideologico e rinunciando ad abbellimenti di carattere narrativo e retorico; presentare il fatto nudo e crudo, così come fa lo scienziato quando descrive il fenomeno che osserva, senza nulla aggiungere di suo. Il problema dell’utilità dell’arte o dell’interessante, che già avevano preoccupato Manzoni, fu da lui risolto con l’affermazione, contenuta di nuovo nella dedicatoria a “L’amante di Gramigna”, che “il semplice fatto umano farà pensare sempre” e che trattandosi di un “documento umano” sarà necessariamente interessante. Se non che poi nella lettera al Verdura, annunciando il ciclo dei vinti, dichiarò di voler dare vita ad una “fantasmagoria della lotta per la vita, che si estende dal cenciaiolo al ministro ed all’artista ed assume tutte le forme”. A livello ideologico l’autore dunque intendeva presentarci una verità conosciuta a priori, anche se ce la prospetta come scaturente dall’osservazione dei fatti narrati.
Resta comunque chiaro che anche per Verga la letteratura non potesse essere ridotta a finalità ludiche o di evasione, ma fosse qualcosa di estremamente serio ed impegnato a livello etico e sociale. Il canone dell’impersonalità dell’opera d’arte, il metodo positivo, gli servirono solo a dare carattere di maggiore credibilità al suo messaggio, a quella interpretazione della realtà che si trova alle radici della sua produzione verista.
Occorre per altro dire che la dimensione del verismo fu il punto di arrivo di un lungo cammino artistico e di una maturazione umana e culturale che portò lo scrittore a volersi allontanare da quel nascosto autobiografismo che aveva caratterizzato le opere precedenti; a volersi distaccare da quel mondo di donne frivole, lussuose e superbe; ad avvicinarsi alla filosofia positivista, dalla quale assunse il concetto di progresso, l’essenza del darwinismo, il determinismo economico, e soprattutto la visione laica ed antimetafisica dell’esistenza. Né egli poteva rimanere appagato dalla protesta antiborghese, un po’ anarchica e poco produttiva, degli amici scapigliati. Il metodo naturalista perciò fu la strada che egli imboccò come unica soluzione a tutti questi suoi problemi. Resta solo da vedere in che modo il nostro scrittore abbia ridimensionato le teorie zolaniane sul romanzo sperimentale e quelle di C. Bernard relative al determinismo sociale, ed infine, quale sia stata la tecnica narrativa alla quale pervenne.
Per quanto attiene al rapporto con Zola, non poche sono le differenze che li distinguono. La prima riguarda il diverso peso che il nostro scrittore diede ai fattori della race, del milieu, e del moment che, pur presenti nelle sue opere, non ne costituiscono poi l’elemento ideologico essenziale. E’ noto infatti come Zola, nel momento in cui rivolse la sua attenzione alle classi subalterne, abbia evidenziato ciò che era patologico, rendendo macroscopici gli effetti derivanti dal vizio e le conseguenze dell’alcolismo, al punto che i suoi protagonisti sono in qualche modo anche ripugnanti; i personaggi verghiani, al contrario, rientrano nella normalità e tante volte ispirano simpatia o pietà (fatto questo dal quale occorrerebbe trarre anche considerazioni di carattere ideologico relative ai due scrittori). Diverso è anche lo status sociale dei personaggi e l’ambiente in cui si svolgono le vicende: quelli zolaniani appartengono al proletariato urbano, i verghiani invece sono contadini o pescatori; lo scrittore francese dipinge la grande metropoli, il nostro le piccole comunità paesane della Sicilia. Ma, come dicevamo, forti differenze sussistono anche a livello stilistico, avendo potuto Zola servirsi di una lingua nazionale ed avendo invece Verga dovuto creare una lingua ad hoc (adatta allo scopo). Ma qui occorre approfondire il discorso.
In ogni romanzo il racconto viene condotto da un narratore; questi può essere il romanziere stesso che si pone come voce fuori campo, al di fuori della storia, estraneo ai fatti e ai personaggi (questo tipo di narratore è detto eterodiegetico); oppure può essere il protagonista che racconta vicende che egli stesso ha vissuto e che perciò conosce bene; o infine un osservatore non protagonista, ma che è collocato nel racconto ( e questo tipo di narratore è detto omodiegetico ).
Nella letteratura romantica abbiamo quasi sempre un tipo di narratore eterodiegetico onnisciente (così detto perché della storia conosce tutto e di ogni personaggio il presente, il passato e il futuro). Questo tipo di narratore interviene anche nella narrazione con la sua personalità, la sua cultura, esprimendo giudizi su fatti e personaggi, può talora dare vita a divagazioni, rivolgersi direttamente al lettore. Nella narrazione poi sono sempre possibili due prospettive, e cioè quella del narratore o quella dei personaggi. Può esserci cioè una focalizzazione sul narratore o sul personaggio. Nel primo caso i fatti sono visti dall’esterno e narrati e giudicati dal punto di vista del narratore; nel secondo, invece, da quello del personaggio.
Ora la caratteristica narrativa adottata da Verga verista è quella del narratore eterodiegetico e della focalizzazione interna al personaggio: la realtà è descritta in maniera impersonale ed è data così come la sente il personaggio stesso. Tutto ciò a livello stilistico provoca in Verga il ricorso alla erlebte Rede, ovvero del discorso indiretto libero.
Questa tecnica fu pertanto adottata in maniera sistematica nella stesura de “I Malavoglia” consentendo allo scrittore di realizzare il voluto canone dell’impersonalità dell’opera d’arte. In questo modo si compiva, anche sul piano stilistico strutturale, la rivoluzione verghiana che sostituì al realismo classico un nuovo realismo, per cui non è più l’autore a dominare la narrazione, come nel caso di Manzoni, ma sono i personaggi stessi che, con l’intersecarsi delle singole visuali, compongono il mosaico della storia narrata.
In merito Leo Spitzer1 così scrive: “L’originalità della tecnica del Verga dei Malavoglia consiste non nell’uso dell’erlebte Rede coltivato dai romanzieri classici italiani come da tutti i grandi romanzieri francesi dell’Ottocento, ma nella filtrazione sistematica della sua narrazione di un romanzo intero, dal primo fino all’ultimo capitolo, attraverso un coro di parlanti popolari semireale...che si aggiunge alla narrazione a mezzo di discorsi e gesti (ciò che il Russo chiamava racconto dialogato): Verga non descrive per es. La morte di Bastianazzo sulla barca Provvidenza, ma il processo per cui questa morte diventa realtà per il villaggio e per sua moglie, attraverso i discorsi, i gesti e in generale le attitudini di tutti i membri di quella comunità...”.
La visione del mondo
Verga fu veramente figlio della cultura del suo tempo dominata dal positivismo e dalla laicità. Egli infatti non credette nell’esistenza di Dio, nell’immortalità dell’anima, nel giudizio universale, in un premio o un castigo. Conseguentemente non credette neppure in un disegno di Dio realizzantesi nella Storia, né nella divina Provvidenza, o nel valore salvifico della sofferenza e del dolore. Ciò posto non mostrò stima né considerazione per i chierici che dipinse nelle sue opere come ipocriti, corrotti, conniventi con i potenti. Non capì quanti sentono la vocazione, non seppe o non volle vedere la santità della vita di tanti individui governati dalla generosità, dall’altruismo, dalla volontà di fare del bene agli altri. Giudicò che il Cristianesimo si fosse ridotto a formule liturgiche e che non fosse minimamente riuscito, in tanti secoli, a migliorare l’animo umano. Per questo i suoi personaggi popolani sono l’esatto contrario degli umili manzoniani. Verga anzi, da un certo momento in poi, cominciò a negare programmaticamente tutto quanto Manzoni nel suo romanzo aveva affermato. Egli si può considerare perciò il più forte antimanzoniano, sia da un punto di vista letterario che ideologico.
Posta comunque come certa la non esistenza di Dio, accettò anche la visione materialistica e quella del determinismo economico in voga nel suo tempo. Espresse infatti il convincimento che per l’uomo contino solo i beni di natura materiale e in primis (soprattutto) il denaro, per cui la sua plebe, il suo popolo è gente senza Dio, anche se talora lo invoca.
Associando a queste dottrine il darwinismo sociale, concepì la vita come una lotta totale per la sopravvivenza. Una lotta nella quale i più ai suoi occhi restano sopraffatti dai vincitori i quali, a loro volta, conosceranno prima o poi il momento della sconfitta. Allora anch’essi verranno sopraffatti e calpestati senza pietà.
Tutto il vivere quotidiano gli apparve così dominato dalla logica del sistema economico capitalistico, del profitto e dell’accumulo di ricchezza, o, per dirla come i suoi personaggi, della ricerca continua della “roba”. Nell’uomo, a suo dire, non troverebbero spazio sentimenti di pietà, neppure per i propri consanguinei, e alla ricerca di ricchezza egli sacrificherebbe anche i sentimenti più naturali, compreso quello dell’amore.
Ora questa visione tanto pessimistica, proposta nelle sue opere come il risultato oggettivo di un’analisi della società contemporanea, fu da lui accettata a livello razionale, ma sentimentalmente rifiutata. Vogliamo dire che questo mondo, così come gli appariva, non gli piaceva e ben altri caratteri egli avrebbe voluto che la società avesse. Ciò nonostante non credette nella possibilità di cambiarla e vide su tutti incombere un fato che non ci consentirebbe di cambiare stato sociale od economico. La Storia ai suoi occhi è fatta di immobilismo. Egli fu convinto che le rivoluzioni politiche non avessero mai sortito gli sperati effetti, e che al sangue versato non avesse mai corrisposto un reale ribaltamento della situazione. Per questo i diseredati delle sue opere accettano con rassegnazione il loro destino e quanti invece lottano sono destinati inevitabilmente alla sconfitta.
Gli orientamenti politici
Lo scrittore non partecipò molto attivamente alla vita politica nazionale, e tuttavia in diverse occasioni egli assunse posizioni ideologicamente rilevanti. Nel ‘60, seguendo l’entusiasmo della sua classe sociale per l’impresa garibaldina, si arruolò nella Guardia Nazionale. Successivamente però simpatizzò per la monarchia. Nel ‘98 applaudì l’intervento del generale Bava Beccaris contro gli insorti di Milano; fu sostenitore di Crispi e del colonialismo; interventista prima della guerra, sostenitore poi dell’impresa fiumana di D’Annunzio. I Savoia lo fecero senatore.
Ora Verga non ci ha lasciato opere propriamente e direttamente politiche, eccezion fatta per due e cioè la novella “Libertà” e il dramma “Dal tuo al mio”, tuttavia spunti di riflessione politica si trovano in diversi lavori.
In “Libertà” egli racconta un episodio avvenuto nella cittadina catanese di Bronte nel 1860, durante l’azione garibaldina in Sicilia. In quell’occasione i contadini e la parte povera della popolazione, armati con gli attrezzi da lavoro, provocarono una strage tra le famiglie notabili del posto, diedero l’assalto al municipio con l’intenzione di distruggere le carte catastali e procedere ad una nuova distribuzione delle terre, così tolte ai ricchi possidenti terrieri. La notizia delle atrocità commesse si diffuse rapidamente e dopo pochi giorni vi fu la repressione: un reparto di garibaldini andato a Bronte catturò, processò sommariamente e quindi giustiziò quelli che furono individuati come i caporioni; altri contadini invece furono ammanettati ed inviati in città per subire un regolare processo. Verga dunque volle ricordare questo episodio con diverse intenzioni, ma soprattutto forse per ricavarne una lezione ed un giudizio sulla vera natura del nostro Risorgimento. La repressione ai suoi occhi era stata così rapida ed efficace, per evitare che episodi analoghi si ripetessero. Non si era trattato per lui di una punizione della violenza disordinata delle masse, ma di impedire che si avviasse un processo politico veramente rivoluzionario e democratico capace non solo di muovere contro la dominazione straniera, ma anche contro i soprusi e le ingiustizie della classe dominante dell’isola. Quest’ultima infatti meno che mai avrebbe voluto che si promovesse una qualsiasi riforma agraria per dare terre ai contadini. Dunque Verga si convinse della sostanza conservatrice delle guerre per l’unità d’Italia e diede l’avvio ad una riflessione critica sul nostro Risorgimento che trovò continuatori nell’opera di suoi conterranei come Pirandello e Tomasi di Lampedusa.
Una critica indiretta nei confronti della storia d’Italia troviamo poi ne “I Malavoglia”. Da questo romanzo emergono la condanna del sistema fiscale, voluto dalla destra storica, che produsse tra le altre tasse quella odiosa ed odiatissima sul macinato, nonché la critica per l’estensione del servizio di leva obbligatorio a tutto il territorio del regno. La storia delle disgrazie della famiglia dei Malavoglia iniziano infatti proprio quando parte per il servizio di leva un suo membro ed essa si trova con due braccia in meno per tirare avanti. L’autore denuncia poi la lontananza dello Stato dalla povera gente la quale, per altro, non si identifica in esso e se ne sente lontana: il Re non lo hanno mai visto, lo immaginano ricchissimo, ma anche ladro, visto che ruba i loro figli proprio quando sono cresciuti. Probabilmente non c’è da parte di Verga una volontà di criticare personalmente i Savoia, bensì quella di denunciare una situazione e basta.
Elementi dell’ideologia verghiana dicevamo all’inizio si trovano poi anche nel dramma “Dal tuo al mio”. Qui si narra la vicenda di un giovane, di nome Luciano, ingegnere minerario che si trova a lottare contro la proprietà assieme ai minatori per difendere i diritti di tutti. La lotta ha già portato gli operai allo sciopero, ma, non trovando giuste risposte, si avvia al rischio di uno scontro fisico. Nel frattempo però Luciano ha allacciato una relazione con una delle figlie del proprietario della miniera, pensa anzi di sposarla presto. Finisce così per sentirsi egli stesso comproprietario e quando gli operai avanzeranno minacciosi contro la casa del padrone, finirà con l’entrare in quella schierandosi contro di loro per difenderla. Dunque il nostro ingegnere tradisce, per interessi personali, la causa per la quale fino a poco tempo prima aveva combattuto rinnegando tutti i suoi compagni di lotta. Un voltagabbana! Il significato politico-ideologico di questo dramma è evidente: a muovere gli individui non sono gli ideali, bensì gli interessi personali: finché Luciano si è sentito un lavoratore dipendente, si è anche battuto per la causa degli operai, ma nel momento in cui non si è più identificato con essi, è passato dall’altra parte della barricata. Questo doveva dunque sembrare agli occhi di Verga la lotta politica: un contrastarsi di interessi mascherati di idealità. Il dramma fu criticato negativamente da una certa cultura di sinistra del tempo, ma l’autore a sua difesa ebbe a dichiarare che i Luciano non se li era inventati lui. La critica marxista posteriore di rimando ha qualificato Verga come un conservatore, etichettandolo come un intellettuale di origine agraria, organico ad un blocco agrario-conservatore egemone in area meridionale .
Altra opera di contenuto in qualche modo politico è la novella “L’amante di Gramigna”. E’ quest’ultimo un disperato che vive di rapine, un solitario brigante intorno al quale è nata una leggenda tra il popolo che ne ammira il coraggio e l’astuzia con la quale ha per tanto tempo giocato le forze di polizia che lo ricercavano per catturarlo. Un giorno così succede che la Peppa, una ragazza di un paese del territorio battuto dal brigante, si innamora di lui al punto che rifiuta un suo pretendente. Ma Gramigna è sempre più braccato dalle truppe inviategli contro e quando la Peppa viene a sapere che è stato avvistato in un terreno poco lontano dal suo paese, decide di raggiungerlo. Accettata dal brigante, ne diviene l’obbediente e servizievole amante, rimanendogli vicino sino al momento della cattura, anzi lo segue sino alla città dove viene condotto in carcere. Partorito un figlio frutto di quella relazione, continuerà poi a vivere nelle prossimità del carcere stesso, ormai da tutti conosciuta come “l’amante di Gramigna”.
Con questo lavoro è evidente l’intenzione dell’autore di entrare nel problema del brigantaggio meridionale. Come si ricorderà il problema era gravissimo. Bande di briganti infestavano la Calabria, gli Abruzzi, la Campania, le Puglie, la Basilicata. Feroci e sanguinari, essi vivevano di rapine e di sequestri di persona, bersagliando i ricchi proprietari terrieri. Tristemente famosi divennero i briganti Ninco Nanco, Carmine Crocco, Camillo Colafella, Luigi Alonzi detto Chiavone, Domenico Coja detto Centrillo. Il fenomeno del brigantaggio era quanto mai complesso e presto su di esso si innestarono le speranze di una restaurazione borbonica, tanto che i fautori di un ritorno del Re Francesco II riuscirono anche a coinvolgere le masse contadine in una guerra in verità senza speranze. Il governo comunque, dopo vani tentativi di contenimento del fenomeno, alla fine decise di risolvere il problema ricorrendo all’esercito regolare. Fu così emanata la legge Pica che diede mano libera ai militari che, guidati dal generale Pinelli e dal generale Morozzo della Rocca, risolsero il problema operando con molta energia e forse con pochi scrupoli, procedendo ad indiscriminate esecuzioni.
Comunque sia Verga volle dare una sua interpretazione del fenomeno da una parte presentando Gramigna come un isolato diseredato non sfornito di umanità e quasi costretto al brigantaggio dalla sua povertà, dall’altra facendo dei briganti degli uomini non odiati dalle popolazioni, o comunque della parte povera di esse, forse proprio per quel loro saper tenere in scacco lo Stato, comune nemico.
Occorre infine fare riferimento alla novella “Rosso malpelo” nella quale lo scrittore presenta un problema sociale non di poco peso come era quello del lavoro infantile. Questo, a quel tempo, non solo era una forma di sfruttamento immorale, ma provocava anche, in ragazzi mal nutriti, malformazioni destinate ad aver peso su tutta la loro vita. Un’apertura dello scrittore su specifici problemi sociali era già comparsa in “Nedda” con la descrizione dell’ambiente di lavoro delle raccoglitrici di olive e il trattamento che ad esse veniva riservato in rapporto alla forza lavoro prestata, per cui una donna incinta vedeva prima ridotta la sua paga e poi veniva licenziata. Con Rosso comunque quella che ci viene presentata è la realtà, abbastanza diffusa nella Sicilia del tempo, dei carusi (venivano così chiamati i ragazzini salariati delle cave, delle solfare ecc.) i quali, appartenenti quasi sempre a famiglie assai numerose e poverissime, lavoravano nelle peggiori condizioni ricevendo una paga appena sufficiente a sfamarli. Verga pertanto sollevò un problema che anche la nostra Repubblica, a distanza di cento anni, ha risolto solo sul piano legislativo. Oggi infatti non è più possibile assumere ragazzi al di sotto di una certa età, che è quella dell’obbligo scolastico, ma tutti sanno che forte è in certe aree geografiche l’evasione di tale obbligo e che molti ragazzi, non seguiti dalle famiglie, finiscono poi col cadere tra le maglie delle reti tese dalla malavita organizzata che li sfrutta peggio ancora.
A questo punto potremmo chiederci come mai Verga, che vedeva queste cose e le condannava, non abbia mai fatto politica in senso stretto né si sia mai associato ad organizzazioni partitiche ed anzi i partiti abbia molto criticato. La risposta non può che venire dalla considerazione sia del carattere aristocratico dello scrittore, sia dal suo scetticismo di fondo nei confronti delle ideologie politiche. Il primo lo portava infatti ad isolarsi sempre di più, il secondo ad assumere un atteggiamento quasi canzonatorio nei confronti di ogni militanza politica.
I primi romanzi
Verga esordì con tre romanzi, “Amore e patria”, “I carbonari della montagna”, “Sulle lagune”, ispirati da un certo patriottismo e costruiti secondo la formula del romanzo storico manzoniano, consistente nell’inquadrare qualche vicenda sentimentale in un preciso quadro storico che, per il primo lavoro citato, è quello della guerra di indipendenza americana, per il secondo, quello della insurrezione della Calabria contro i Francesi di G. Murat, e per il terzo infine, quello delle guerre per l’unità d’ Italia. Questi primi lavori vengono giudicati privi di grande valore artistico; essi testimoniano la formazione romantica dello scrittore che risente ancora delle letture alfieriane e delle lettura di Dumas e di Guerrazzi. I protagonisti sono pertanto giovani che combattono per la libertà e che hanno il culto cavalleresco della donna.
Al periodo fiorentino appartiene il primo lavoro interessante, cioè “Storia di una capinera”. Si tratta di un romanzo epistolare in cui si narra la triste vicenda di una ragazza che, costretta al convento dalla matrigna, s’ innamora di un giovane durante un soggiorno in famiglia. Tornata in convento e saputo dell’amore che quel giovane ha concesso alla sua sorellastra, si consuma di dolore, come una capinera in gabbia, tanto da morirne.
L’opera riscosse al tempo un certo successo e fu lodata da Dall’Ongaro che la sentì come un romanzo di natura sociale. Verga pertanto prima di scriverla si era documentato sul sistema di vita delle monache, ascoltando anche i racconti della madre, che era stata educata in collegio e che gli aveva parlato di una particolare camera dei conventi chiamata “cella della pazza”, ove finivano per essere rinchiuse quelle sorelle a cui saltava il sistema nervoso. Il romanzo rivela un gusto per il vittimismo patetico, una certa attenzione nella descrizione precisa degli ambienti, che già preannunciano il realismo, associate ad una certa capacità d’indagine psicologica. “Una peccatrice” è invece la storia di una affascinante contessa di cui s’innamora un giovane scrittore che non trova però corrisposto il suo amore. Divenuto egli celebre, la contessa ora vorrebbe averlo, ma, respinta a sua volta, finisce col suicidarsi. Questo lavoro è interessante sia perché ci offre un quadro della vita galante dell’alta società fiorentina, con il suo gusto per le feste, i teatri, i salotti aristocratici, sia perché di natura in parte autobiografica. Esso contiene poi nella prefazione un’interessante dichiarazione che sembra un’ anticipazione della futura scelta verista. Egli scrive infatti: “non ho fatto altro che ordinare i fatti...aggiungendo di mio soltanto la tinta uniforme che può chiamarsi la vernice del romanzo...”.
A questi romanzi, seguirono i lavori del periodo milanese, in parte scritti sotto l’influsso dell’esperienza scapigliata. Furono “Eva”, “Tigre reale”, “Eros”. Il primo, per altro cominciato nel periodo fiorentino, narra la vicenda di una ballerina e di un pittore che dopo essere stati amanti per alcun tempo, si separano quando Eva si accorge di non essere più amata. Ma poiché per il suo uomo aveva abbandonato il suo lavoro, si ritrova in forti ristrettezze economiche, finché non trova un altro amante. A questo punto però scatta la gelosia del pittore che sfida a duello il rivale e lo uccide. Dopo, tuttavia, egli non riallaccia la relazione con Eva, ma ritorna al suo paese di origine e lì finisce tisico i suoi giorni. “Eros” invece è la storia di un marchese gaudente che per i suoi vizi ha sperperato il suo patrimonio. Per uscire dalle ristrettezze economiche decide di sposare una sua ricca cugina che lo ama. Con il tempo però la donna si accorge di non essere a sua volta amata e che il marito è tornato ai vecchi amori e ai bagordi. “Tigre reale” infine pone in scena un diplomatico siciliano che s’innamora di una nobildonna russa e per lei abbandona la sua famiglia. Ma l’uomo nel suo animo continua a pensare alla moglie che è donna completamente diversa dall’amante, dolce, espansiva, remissiva, equilibrata tanto quanto l’altra è capricciosa, sensuale, possessiva. Quando pertanto la dama russa muore stroncata dalla tisi, egli ritorna alla sua famiglia.
Ora tutti questi romanzi sono caratterizzati da ingenuità stilistiche e da un linguaggio che rimane fuori dell’arte. In essi appare la figura del puro di cuore che si contrappone agli esseri eccezionali che la fanno da protagonisti. Comincia poi ad affiorare il tema dei vinti che subiscono il loro triste destino; si nota la tendenza alla descrizione minuziosa e puntuale degli ambienti ed infine quella ad adombrare esperienze personali nei fatti narrati.
Finalmente lo scrittore nel 1874 pubblicò “Nedda”, opera che egli stesso definì un “bozzetto siciliano” . Siamo agli inizi della svolta che approderà al Verismo. La novella narra la vicenda d’una più che povera ragazza che vive solo con la propria madre vecchia ed inferma. Per sopravvivere si adatta a fare qualsiasi lavoro ed accetta l’aiuto misericordioso di qualche parente. Conosciuto un giovane della sua stessa condizione, se ne innamora e lo ama. La sua felicità però è di brevissima durata. Il giovane infatti muore a causa di un incidente. Poco dopo lei si accorge di essere rimasta incinta. La cosa non riesce a rimanere nascosta e viene risaputa anche dalla famiglia che le dà lavoro come raccoglitrice di olive. Nel frattempo a Nedda è morta anche la madre. E poiché il suo stato non le consente più di lavorare come tutte le altre braccianti, finisce con l’essere mandata via. Rimane dunque senza lavoro, le nasce una bambina, ma nell’estrema indigenza in cui versa, non può nutrirla, non avendo latte nel suo seno. Vede così morire di inedia, tra le sue braccia, anche la sua creaturina.
La storia, come certamente si intende, è fortemente patetica. Sulla povera Nedda sembra volersi accanire un destino malvagio e perverso al quale per altro la poveretta sembra rassegnata, non protestando mai per quello che le accade e piegandosi sempre con umiltà. Ma, dicevamo, questa novella segnò una svolta. Lo scrittore infatti con questa narrazione ci porta nella sua Sicilia; da sfondo alla vicenda non c’è più una grande città, bensì una realtà paesana e contadina; protagonista è non più una donna fatale, di alto lignaggio, ricca e che viva nel lusso, bensì un’umile contadina, povera di una povertà estrema circondata da persone altrettanto misere. Non una donna corrotta, lussuriosa o perversa, ma una fanciulla che solo per amore commette un peccato che le sarà fatale. Tutto quindi parrebbe cambiato rispetto ai romanzi del periodo milanese. Sennonché poi ci accorgiamo che certi caratteri dell’arte verghiana sussistono ancora. Scrive A. Marchese2: “Nedda non inaugura un nuovo stile e una nuova visione del mondo, ma è piuttosto una fortunata incursione in un continente ancora vergine, e a suo modo esotico per il lettore settentrionale, in una prospettiva ideologica non diversa da quella di Eva, ben lontana quindi da un irreversibile distacco dal mondo alto-borghese degli amori di lusso e addirittura come una conversione morale”. Lo scrittore non ha poi ancora fatto del tutto sua la poetica dell’impersonalità dell’opera d’arte, talora infatti cerca di intromettersi nella narrazione talaltra fa ancora ricorso a qualche aggettivo etico. Egli continua ad essere il narratore onnisciente dei romanzi precedenti, è tuttavia entrato in un nuovo mondo.
Le novelle di “Vita dei Campi” e il passaggio al Verismo
La svolta in senso verista si determinò invece con la raccolta di novelle intitolata “Vita dei campi” che è del 1880. Ne fanno parte “Fantasticheria”, “Cavalleria rusticana”, “Jeli il pastore”, “La lupa”, “Rosso malpelo”, “L’amante di Gramigna” “Guerra di Santi”, “Pentolaccia”. Nella dedica a Salvatore Farina, Verga espone il canone stilistico da lui seguito nella narrazione. “Il racconto -egli dice- sarà brevissimo e di essere storico, un documento umano, una storia che racconterò così come l’ho raccolta per i viottoli dei campi e press’a poco colle medesime parole semplici e pittoresche della narrazione popolare”. Ora questi racconti sono tutti ambientati in Sicilia. L’isola è presente non solo con le sue piane assolate, i suoi agrumeti, i fichidindia e i campi coltivati, ma anche con le sue ferree convenzioni moralistiche, con la sua struttura sociale fortemente classista, con l’arretratezza culturale e la miseria economica delle sue plebi. Il mondo che vi si descrive appare dominato più dalle passioni che dalla ragione, da un’ impulsività non controllata e da una propensione alla violenza. Così al calore del sole che scalda quelle terre, corrisponde il calore del sangue nelle vene che spinge Jeli all’omicidio del signorino, il povero Nanni a quello della Lupa, Alfio a quello di compare Turiddu.
Ma ciò che qui maggiormente importa rilevare è il mutamento di carattere stilistico. L’autore ne è ben cosciente e lo spiega nella prefazione a “L’amante di Gramigna” ove esprime in maniera esplicita la sua nuova poetica, il canone dell’impersonalità dell’opera d’arte, il valore del semplice fatto umano narrato, la convinzione del prossimo trionfo del romanzo come genere letterario. E’ evidente leggendo certe affermazioni il legame con il Naturalismo, ma da quello Verga non derivò una globale visione del mondo, ma solo alcuni principi di metodo che gli consentirono un approccio più corretto e più scientifico alla realtà.
Appartiene a questa raccolta anche “Fantasticheria” importante perché preannuncia il romanzo “I Malavoglia” e quell’ideale dell’ostrica che ne è alla base. Ma la spiegazione del ciclo dei vinti la ritroviamo soprattutto in una lettera che nel 1878 lo scrittore indirizzò all’amico Salvatore Paola Verdura. Apprendiamo così che l’autore aveva intenzione di scrivere ben cinque romanzi per i quali aveva pensato già sia il contenuto a grandi linee, sia i titoli da dare. Essi sarebbero stati: “Padron ‘Ntoni”, “Mastro don Gesualdo”, “La duchessa di Gargantàs”, “L’Onorevole Scipioni”, “L’uomo di lusso”. Avrebbero poi avuto il titolo generale di “La marea”
Il progetto era quello di passare attraverso tutte le classi sociali per vedere come a ciascuna di esse corrisponda un’ambizione, come ognuno tenti di realizzare il suo scopo ma come tutti miseramente falliscano. Lo scrittore pertanto scriveva così: “Ho in mente un lavoro che mi sembra assai bello e grande. Una specie di fantasmagoria della lotta per la vita, che si estende dal cenciaiolo al ministro e all’artista ed assume tutte le forme dell’ambizione, dell’avidità di guadagno...Ciascun romanzo avrà una fisionomia speciale resa coi mezzi adatti. Il realismo io lo intendo così, come la schietta ed evidente manifestazione e l’osservazione coscienziosa, la sincerità dell’arte in una parola: potrà rendere un lato della fisionomia italiana moderna, a partire dalle classi infime dove la lotta è limitata al pane quotidiano, come nel Padron ‘Ntoni, e a finire nelle varie aspirazioni dell’avidità dell’uomo di lusso passando per le avidità basse e le vanità del Mastro don Gesualdo, rappresentante della vita di provincia”. Proposito ribadito l’anno successivo nella novella “Fantasticheria”. Nella prefazione a “I Malavoglia” infine è ripetuta l’intenzione di scrivere un ciclo di cinque romanzi che assunsero i titoli definitivi di “I Malavoglia”, ”Mastro don Gesualdo”, “La duchessa di Leyra”, “L’onorevole Scipioni”, “L’uomo di lusso”.
Il titolo generale divenuto “I vinti” si spiega, oltre a quello che abbiamo già detto prima, in rapporto all’idea che lo scrittore ebbe del progresso. Questo è paragonato ad una fiumana determinata dalle passioni umane che nascono dalla ricerca del meglio, da cui l’uomo è sempre travagliato. Sennonché poi queste passioni cozzano tra loro travolgendo i singoli. Ognuno, dal più umile al più elevato, ha una sua parte nella lotta per l’esistenza. In questa solo pochi prevarranno, i più saranno invece vinti. La corrente del progresso, come un fiume in piena, dopo averli travolti ed annegati li depositerà sulla riva. Ma i vincitori, avidi, non curanti dei vinti che levano le braccia disperati nel chiedere aiuto, saranno a loro volta sorpassati domani, a loro volta calpestati e sopraffatti.
Verga poi spiega che la materia dei romanzi sarà così organizzata: ne “I Malavoglia” sarà dipinta la lotta per il superamento dei bisogni primari. Soddisfatti questi la ricerca diviene avidità di ricchezze e si incarnerà in un tipo borghese, “Mastro don Gesualdo”; poi diverrà vanità aristocratica nella “La duchessa di Leyra”; ambizione di potere ne “L’Onorevole Scipioni”, ed infine vi sarà “L’uomo di lusso” che riunisce tutte queste bramosie.
Ora questo passaggio al Verismo è stato dalla critica diversamente motivato, ma più valide ci sembrano le osservazioni di N. Sapegno3 che scrive: “E’ lecito supporre che alle radici della conversione letteraria si nascondesse una crisi semplicemente umana, di stanchezza e quasi di nausea nei confronti di quella società di ricchi mondani, di gaudenti, di spostati, di femmine oziose e frivole, che era stato fino allora il mondo di Verga...egli si accostava alla materia nuova, degli umili e casalinghi affetti, con l’atteggiamento dell’uomo di mondo che ha vuotato sino in fondo il calice di un’esistenza sterile e viziata, e se n’è distolto alla fine con ripugnanza...”.
Per quanto poi riguarda la forma lo scrittore passò attraverso esperienze diverse scegliendo di volta in volta la tecnica narrativa, ma lasciando sempre intravedere una certa sua tendenza alla narrazione oggettiva. Secondo N. Sapegno4 la storia dell’arte verghiana è infatti anche quella del suo progressivo distaccarsi dall’autobiografismo dei primi romanzi sino al raggiungimento del canone dell’impersonalità dell’opera d’arte: “La conversione e l’inizio dell’arte grande di Verga nacque da una reazione intima contro questo fervore giovanile, donde la dottrina dell’impersonalità, che era in sostanza un ripudio dell’autobiografismo...”.
I Malavoglia
“ I Malavoglia” furono dunque il primo romanzo del ciclo dei vinti, pubblicato nel 1881.
La vicenda è quella della famiglia Toscano di Aci Trezza cui è stato dato il soprannome di Malavoglia. Essa è costituita dal vecchio padron ‘Ntoni, dal figlio Bastianazzo, la nuora Maruzza detta la Longa, i nipoti ‘Ntoni, Luca, Mena, Alessi e Lia. Proprietari di una imbarcazione (la Provvidenza) essi vivono tutti insieme in una stessa abitazione (la casa del nespolo) del loro lavoro di pescatori. Nel romanzo la narrazione della loro storia comincia quando, partito per adempiere agli obblighi di leva il giovane ‘Ntoni e rimasto l’equipaggio della Provvidenza con un marinaio in meno, il vecchio tenta un affare. Egli compra a credito una partita di lupini per andarla a rivendere a Riposto, un altro paese del catanese. Imbarcato il carico Bastianazzo si mette in mare ma còlto da una tempesta la barca fa naufragio ed egli muore. Alla disgrazia della morte del figlio per il vecchio ‘Ntoni si aggiungono quelle anche della perdita del carico di lupini e dello sfascio del peschereccio. Gli rimane invece il debito contratto per l’acquisto della merce e che deve necessariamente pagare. Nel frattempo anche Luca è partito per il servizio militare e dopo non molto arriva la notizia della sua morte nella battaglia di Lissa. Il fratello ‘Ntoni invece ritorna, ma dopo aver conosciuto la vita della grande città non vuole più adattarsi a quella mediocre e paesana dei poveri pescatori, comincerà allora a frequentare sempre più spesso l’osteria, si darà al contrabbando, ferirà il brigadiere del paese e per questo verrà arrestato, processato e condannato. Frattanto è morta anche Maruzza, un po’ di colera e un po’ di dolore. La casa del nespolo viene venduta per pagare i debiti. Mena rinuncia al matrimonio con il suo amato Alfio non volendo che le disgrazie della propria famiglia si riversino anche su di lui. Il vecchio ‘Ntoni non regge più a tante sciagure, si ammala e viene condotto in un ospedale dove muore. Ad Aci Trezza ormai non rimane che Alessi che, con il suo lavoro, riesce a ricomprare la casa del nespolo e ricostituire una famiglia con la donna che ama e con la sorella Mena: Lia infatti già da tempo è fuggita in città e di lei non si hanno più nuove. La storia ha fine con il ritorno ad Aci Trezza del giovane ‘Ntoni che però si rende conto di essere divenuto un estraneo a quella comunità e quindi rivà via per sempre.
Ora questo romanzo fu definito da L. Russo5 come il poema del focolare domestico e, in effetti, Verga lo dedicò tutto alla famiglia, simboleggiata da quella casa del nespolo che prima centro della vita familiare, sarà poi ipotecata e quindi venduta, per essere alla fine ricomprata dal giovane Alessi. L’ideale della famiglia dello scrittore è subito introdotto dalle parole del vecchio padron ‘Ntoni che la paragona ad una mano dicendo che “per menare il remo bisogna che le cinque dita s’aiutino l’un l’altro...gli uomini son fatti come le dita della mano: il dito grosso deve fare da dito grosso e il dito piccolo deve fare da dito piccolo...”.
La concezione dunque è quella d’una famiglia di tipo patriarcale in cui regna una rigida gerarchia, dove il capo indiscusso è l’anziano cui sottostanno i figli con le rispettive nuore, e i nipoti e le nipoti. Tutti viventi in una stessa casa, dove ognuno porta il suo contributo, dove tutti partecipano alla produzione di un reddito, dove ogni cosa è in comune. Essa appare così come una società naturale fondata sul vincolo del sangue e che trova la sua forza nella coesione e nella concordia dei suoi singoli membri. Luogo degli affetti sinceri, del rispetto reciproco, della felicità dei singoli e di tutti nel loro insieme. E come ognuno contribuisce al sostentamento e al progresso materiale della famiglia, così è anche tenuto a mantenere e tenerne alto il decoro e il nome, quel nome che la rende rispettata da tutti ed onorata e che si è formato con il lavoro assiduo e con l’onestà delle persone che vi appartennero e vi appartengono. Sennonché i Malavoglia finiscono con l’andare in rovina. Il romanzo è appunto la storia di questo morire di una famiglia già rispettata, che inizia proprio quando essa comincia a disgregarsi, cioè quando i giovani non vorranno più sottostare alle leggi che la governano. Da quella disgregazione però verranno solo corruzione morale per i singoli, destinati a rimanere soli, e disgrazie per tutti nel loro insieme.
Ma il romanzo esprime poi anche un altro convincimento dell’autore, quello che egli stesso definì l’ideale dell’ostrica nella novella “Fantasticheria”, ove così leggiamo scritto: “ il tenace attaccamento della povera gente allo scoglio sul quale la fortuna li ha lasciati cadere...questa rassegnazione coraggiosa ad una vita di stenti, questa religione della famiglia mi sembrano cose rispettabilissime... e allorquando uno o più debole o più incauto o più egoista degli altri volle staccarsi dal gruppo per vaghezza dell’ignoto o per brama del meglio il mondo da pesce vorace com’ è se lo ingoiò”. All’uomo dunque capiterebbe come all’ostrica che finché rimane attaccata allo scoglio su cui è nata, vive e non c’è forza di onde che possa nuocerle, ma appena se ne stacca, subito è divorata dal pesce vorace.
Questo ideale pertanto è strettamente legato al pessimismo dell’autore, alla sua concezione del progresso, a quello che chiamiamo darwinismo sociale, la legge cioè della selezione naturale teorizzata da Darwin applicata anche alla società umana. Lo scienziato infatti sosteneva che gli organismi viventi si riproducano in numero superiore a quello che le risorse della terra sarebbero in grado di mantenere, si scatenerebbe allora tra di essi una lotta per la sopravvivenza ( struggle for live ) in cui vincitori risulterebbero i più adatti all’ambiente in cui vivono e che trasmettono poi i loro caratteri genetici ai generati. Ora molti sociologi si convinsero che tale legge valesse anche per la società umana, nacque così quel filone di pensiero che si denomina appunto del darwinismo sociale. A quelle convinzioni finì con l’aderire anche Verga, persuasosi che nella vita degli uomini si realizzi una feroce lotta per la sopravvivenza non diversa da quella del mondo animale e per la quale solo i più forti riescono ad avere ragione, ma passando sopra i cadaveri dei più deboli.
Da un punto di vista artistico la struttura del romanzo è per così dire bipolare. Popolato da molti personaggi, essi possono essere divisi in due gruppi: da una parte stanno i Malavoglia e pochi altri, dall’altra tutta la comunità del paese; i primi sono caratterizzati dal loro attaccamento ai valori della società rurale, i secondi appaiono invece spregiudicati, mossi dal solo interesse economico, insensibili nei riguardi dei problemi altrui. Nella narrazione pertanto si alternano due punti di vista opposti, quello nobile e disinteressato dei Malavoglia e quello meschino degli altri abitanti del paese. Così i valori di altruismo, onestà, spontaneità, disinteresse portati dai Malavoglia, agli occhi degli altri paesani appaiono strani. Si assiste allora ad uno straniamento di quei valori e alla denuncia della loro non praticabilità in un mondo dove regna e continuamente si manifesta la lotta per la sopravvivenza.
Le Novelle rusticane
A “I Malavoglia” seguirono nel 1883 le “Novelle rusticane”. Sono tra queste “La roba”, “Libertà”, “Pane nero”. Comincia a farsi strada con esse il nuovo mito verghiano, quello della roba, di cui il migliore esempio narrativo è appunto la novella “La roba”. Protagonista ne è un certo Mazzarò, persona di umili origini, ma con la testa come un brillante. Lavoratore infaticabile, che non ha conosciuto riposo, che nulla mai si è concesso di divertimento, e non solo di superfluo, ma neppure di non strettamente necessario, uno insomma che ha sempre soltanto lavorato sodo. Con il suo lavoro e con la sua intelligenza Mazzarò ha potuto accumulare una grande ricchezza che ha poi tradotto nell’acquisto di terreni e altri beni immobili. Giunto però alla vecchiaia ed appressandosi la morte egli si rammarica del fatto che dovrà tutto lasciare sulla terra e allora grida: “ Roba mia, vientene con me!”. I temi che ricorrono costantemente nella novella sono per altro l’ammirazione per la potenza dell’accumulo capitalistico, le virtù eroiche del protagonista, il tendere verso qualcosa che sta sempre più in là della meta raggiunta. E’ un anticipo della tematica fondamentale del “Don Gesualdo”. Con la differenza che Mazzarò risente ancora di certi personaggi letterari, come ad esempio l’avaro di Molière. A scanso di equivoci diciamo subito che l’autore non condivideva affatto le scelte di un Mazzarò e anzi vuole farcene cogliere tutta l’assurdità e l’aspetto non umano. La novella perciò non propone un ideale di vita, bensì costituisce una denuncia.
Il Mastro don Gesualdo
Il romanzo successivo fu il “Mastro don Gesualdo”. Pubblicato prima a puntate, su “Nuova Antologia”, poi come libro nell’ 89, esso segnò anche un certo incupirsi del pessimismo verghiano.
La vicenda infatti si può così riassumere: Gesualdo Motta è un umile manovale che con il suo lavoro, la sua intelligenza ma anche il suo cinismo, è riuscito a costruire, poco a poco, una fortuna economica ma che poi, desiderando anche una promozione sociale, sposa Bianca Trao, una nobile decaduta, e non solo economicamente, per entrare a far parte dell’aristocrazia nobiliare. Il matrimonio di Gesualdo si rivela presto però un fallimento sul piano affettivo, su quello economico ed infine anche a livello delle ambizioni dell’uomo. Sul piano affettivo, perché la moglie si dimostrerà incapace di amarlo; la figlia Isabella, non sua, pur non conoscendo la sua vera paternità, lo sentirà sempre come un estraneo del quale si vergogna, rimanendo sempre evidente la vera estrazione sociale di Gesualdo, che si manifesta a cominciare da quelle sue mani da manovale; la sua famiglia di provenienza infine, cercherà sempre di contrastarlo e di sfruttarlo. Sul piano economico, perché quel matrimonio non solo segnerà la fine del processo di accumulo di ricchezza, ma il patrimonio di Gesualdo comincerà anche a sgretolarsi a causa delle molte spese per sostenere prima l’educazione e poi il matrimonio della figlia. Questa infatti, dopo una relazione con il cugino Corrado, sposerà il nobile Alvaro Filippo Maria Gargantas di Leyra, uno scapestrato che darà fondo a tutta la dote portata dalla moglie e che attende la morte del suocero per ereditarne gli averi. Sul piano delle ambizioni infine, perché Gesualdo non sarà mai accettato dai parenti della moglie e accolto tra la nobiltà locale, mentre i suoi familiari, congiunti ed ex pari, sentendosi traditi e quasi rinnegati da quel matrimonio, lo abbandoneranno. Gesualdo Motta così appare il vinto per eccellenza e la sua sconfitta è ancor più cocente in quanto interviene dopo che egli sembrava aver conseguito il massimo successo avendo accumulato con i suoi sacrifici, la sua indomita volontà, la sua furbizia, un notevole patrimonio. Frutto pertanto di questa sua ambizione è un’amara solitudine che lo ha accompagnato nel tempo della lotta e del successo e che lo accompagna ancora nel momento della sconfitta e della morte quando ormai vecchio e malato, dopo essere sfuggito ai moti rivoluzionari del ‘48, si rifugia nel palazzo del genero a Palermo ove, relegato in una camera nella quale anche la servitù entra mal volentieri avendo capito le umili origini del vecchio, trapassa all’altra vita senza l’assistenza di alcuno.
Anche col “Gesualdo” dunque Verga dimostra come vera la legge enunciata per “I Malavoglia” dove qui lo scoglio dal quale l’ostrica non si può staccare è costituito dalla classe sociale di appartenenza. Ma il “Gesualdo” è anche il romanzo del determinismo economico. L’autore voleva infatti dimostrare che è in primis il movente economico quello che determina tutte le azioni umane e che, pur di conseguire la ricchezza e soddisfare le proprie ambizioni, gli uomini sono pronti non solo a fare il male, a passare sopra la testa dei loro simili, a calpestarli senza pietà, ma anche a rinunciare ai più puri affetti. Il prezzo che si paga però è poi altissimo e Gesualdo lo paga soprattutto in termini affettivi quando rinuncia all’amore per la serva Diodata che gli ha dato due figli e che sola sarà capace di stargli vicino in ogni occasione, senza nulla chiedere mai per sé.
La storia di Gesualdo Motta pertanto che da “mastro” vuole diventare “don”, titolo riservato ai notabili, ma che sarà chiamato invece mastro-don, a significare l’impossibilità di cancellazione di quel mastro originario che indica la sua estrazione sociale plebea e il ceto operaio di appartenenza, è di una negatività assoluta. Ogni ideale umano si rivela un’illusione. Così dei tre miti verghiani (l’amore, la famiglia, la roba) nessuno più sopravvive. E se ne “I Malavoglia” permaneva uno spiraglio di speranza nella possibilità di arresto alle soglie del mondo contadino della mentalità capitalistico-imprenditoriale, tutta basata sulla logica del profitto e dell’accumulo di capitale e che sovvertiva tutti i valori di un mondo arcaico ma genuino ( Alessi infatti rimane nel suo paese e con la tenacia del suo lavoro riesce a riscattare la casa del nespolo ), ora ormai nel nostro scrittore è spenta ogni speranza ed egli registra l’avvenuta trasformazione anche di quella società paesana alla quale non può più guardare neppure nostalgicamente.
Dal punto di vista narrativo il “Gesualdo” ha di nuovo al centro una figura protagonista intorno alla quale ruotano tutte le altre. A questa centralità dell’eroe, per così dire, si adegua anche il procedimento narrativo, focalizzato quasi sempre sul protagonista per cui il punto di osservazione dei fatti coincide con la visione che egli ne ha. Scompare poi nel romanzo la contrapposizione tra personaggi depositari di valori e quanti quei valori non solo non condividono ma neppure capiscono. Il conflitto passa all’interno di un unico personaggio. Gesualdo infatti, pur dedicando tutte le sue energie all’accumulo della ricchezza, della “roba”, sente poi la necessità di certi valori, avverte la sostanza inautentica di quel modo di vivere, ma non riesce a rinnegare quei valori né a liberarsi da quel demone che lo affatica e lo affanna per la sua roba.
La fine del ciclo
Il terzo romanzo “La duchessa di Leyra” fu solo iniziato. Probabilmente l’autore non concluse il ciclo dei vinti come aveva programmato per diversi motivi: il primo di natura interiore, a causa cioè del suo progressivo incupirsi accompagnato da una perdita di fiducia forse anche per la letteratura; il secondo di natura letteraria, il Verismo infatti egli comprese che aveva fatto il suo tempo, aveva perso di attualità e ormai erano uscite le opere di D’Annunzio; il terzo infine di natura tecnica, consistente nelle difficoltà creative che lo mettevano in crisi. Ora è stato affermato che l’opera verghiana può considerarsi come uno sviluppo del realismo manzoniano. L’autore lombardo infatti aveva già postulato l’esigenza di un’ arte che avesse per oggetto il vero ed aveva poi portato la sua attenzione, scrivendo il romanzo, sugli umili facendoli anzi protagonisti della sua narrazione. Questo accostamento però pare piuttosto azzardato, considerate le diversità ideologiche ed artistiche esistenti tra i due autori, l’uno cattolico, fondatore del romanzo storico italiano in cui si esprime la tecnica del narratore onnisciente; l’altro laico, che finisce con il ricorrere alla tecnica dell’erlebte Rede. Né i personaggi manzoniani possono essere accostati a quelli verghiani. I primi infatti sono esempio di un vivere cristiano che si fonda sulla fede sulla fiducia in Dio, sull’amore verso il prossimo e l’incapacità a fare il male; i secondi invece vivono una vita grigia e senza ideali, Iddio è presente solo nelle invocazioni e le bestemmie, il cristianesimo non è un lievito nelle loro coscienze, questa vita non è illuminata dalla fiducia nella divina provvidenza, dei loro simili non si curano e sono completamente avvolti nelle passioni che li accecano. Il romanzo manzoniano infine può considerarsi opera formativa anche a livello linguistico ed espressivo, le opere verghiane invece sono state giudicate a più riprese lontane, sia pure per motivi artistici, dal corretto uso della lingua.
Nel 1883 Verga intanto aveva pubblicato il romanzo “Il marito di Elena”. Questo si può considerare un ritorno ai vecchi temi romantici ma con l’aggiunta della tematica dei “vinti”. Vi si narra infatti la storia di Cesare che prende moglie contro la volontà dei parenti ma non riesce ad avere una famiglia come la desidera. La sua Elena infatti è donna capricciosa, vanitosa, e finisce con il tradirlo. La storia si conclude tragicamente con l’omicidio di Elena quando il povero Cesare viene in possesso delle prove della colpevolezza della moglie. Ora per la presenza di complicazioni sentimentali ed amorose il romanzo sembra richiamare i temi e le passioni della prima maniera romantica dello scrittore, in realtà si tratta di un approfondimento del tema dell’amore alla luce della nuova visione del mondo dell’autore e di quell’amaro pessimismo che appare ne “I Malavoglia”. Cesare vagheggia nell’amore un ideale che è quello della famiglia, ma il suo sogno viene infranto dai capricci sensuali della consorte, ed egli la uccide non tanto per vendicare il suo onore offeso, quanto perché vede ormai nella perdita della moglie distrutta la sua felicità. La colpa che segretamente le rimprovera è quella di averlo privato di un suo diritto, quello alla famiglia. L’omicidio diviene così il gesto della ribellione al suo destino. Anche Cesare pertanto è un vinto: come i Malavoglia per avversità del fato hanno perso la loro barca, i loro averi, la casa, e come don Gesualdo perde la roba, così Cesare perde la moglie. Cesare dunque va annoverato tra i vinti anch’egli, sola differenza con gli altri è la sua incapacità di lottare, la sua mancanza di forza interiore.
Altre novelle
Alle raccolte di novelle “Vita dei Campi” e “Novelle rusticane” ne seguirono altre due, e cioè “Per le vie” (1883) e “Vagabondaggio” (1887). Le prime ci portano nelle strade della grande metropoli lombarda, nel cuore della città vecchia o in quartieri malfamati ove vive una umanità fatta di diseredati, di gente bisognosa che desiderando uscire dalla condizione di miseria in cui si trova è pronta a fare qualsiasi cosa. Questa umanità pertanto è priva di qualsiasi ideale che non sia quello del denaro, anch’essa è gente senza Dio che precipita nel degrado morale e si rotola nel vizio. Questi personaggi costituiscono il pendant urbano in qualche modo delle novelle dei campi ed accentuano forse l’atteggiamento di distacco della materia dello scrittore siciliano. Tra le più interessanti sono “Il bastione di Monforte”, “Il canarino del n. 15”, “L’osteria dei buoni amici”. La seconda raccolta nulla più aggiunge.
Tra il 1891 e il ‘93 infine lo scrittore pubblicò le due sue ultime raccolte: “I ricordi del capitano d’Arce” e “Don Candeloro e C.i” Ci riconducono queste in ambiente alto-borghese ed aristocratico. Verga stesso ci avverte che con esse era sua intenzione rappresentare quella specie di maschera e di sordina che la educazione impone alla manifestazione degli stessi sentimenti nelle classi elevate. Nella società cittadina negli ambienti altolocati, tutti, per l’autore, recitano una parte, tutti portano una maschera; gli istinti naturali sono sepolti sotto la coltre delle abitudini e delle convenzioni sociali, della educazione. I primi sette racconti formano una specie di romanzo incentrato sulle vicende di una bella donna di cui i fatui amori rispecchiano la falsità manierata del bel mondo galante, incapace di ogni trasporto sincero anche di fronte alla sofferenza. In generale si può dire che “I ricordi” siano un’opera fiacca e ripetitiva (Marchese6). “Don Candeloro e C.i” sposta poi l’osservazione ad un livello sociale più basso, quello della media borghesia. Come ancora scrive A. Marchese, prevale in queste novelle uno stile comico e grottesco molto amaro che dipinge la vita picaresca di un gruppo di miserabili guitti capeggiati da don Candeloro, istrione e puparo alle prese con un pubblico di contadinacci ignoranti e avari, per il quale recita farsescamente la storia di paladini. Dietro il riso scettico dell’ultimo Verga pare di poter leggere una sorta di conclusiva dissacrazione dei grandi miti del suo universo romanzesco, primo fra tutti quello dell’amore.
Il teatro
G. Verga scrisse anche un certo numero di drammi. Alcuni, come “La lupa”, sono rifacimenti di novelle di ispirazione veristica e ambiente siciliano. “Cavalleria rusticana” è tra questi forse il più noto avendo anche avuto una versione operistica con la musica del grande Pietro Mascagni (contro il quale per altro Verga intentò una causa per il riconoscimento dei diritti d’autore). Rappresentata la prima volta nel gennaio del 1884 al teatro Carignano di Torino, riscosse un immediato successo tanto che il pubblico chiamò l’autore alla ribalta (rimanendo deluso giacché Verga non era presente) e la critica lo celebrò come prodotto da un grande ingegno drammatico. Simpatiche rappresentazioni sono anche “Caccia al lupo” e “Caccia alla volpe”, anch’esse di ambiente siciliano. La prima narra una squallida storia di adulterio che finisce quando il marito tradito scopre l’infedeltà della moglie e decide di prendere a schioppettate il suo amante. La vendetta sarà tanto più soddisfacente quanto più l’adultero soffrirà prima di essere ucciso. Il marito infatti, tornato improvvisamente nella sua abitazione e capito che la moglie lo ha fatto entrare piena di paura perché l’amante è in casa, finge di non essersene accorto e dopo un po’ riesce dicendole che deve andare a cacciare un lupo, in realtà per attendere l’uomo fuori della dalla propria casa per poterlo uccidere. I due però hanno capito, e allora si svolge tra loro un serrato litigio che mostra bene come ad unirli non fosse stato amore ma solo la loro libidine. Da non dimenticare poi sono “In portineria”, e “Dal tuo al mio”, il primo riproposta dell’argomento della novella “Il canarino del numero 15” in cui Verga affronta un problema assai delicato, come quello della vita interiore degli handicappati, il secondo invece un tema politico, ma di questo si è già parlato illustrando l’ideologia dello scrittore. Ora la drammaturgia verghiana non è tanto importante in sé, per il suo valore intrinseco, quanto per il fatto che lo scrittore siciliano con le sue opere contribuì notevolmente al rinnovamento del teatro italiano. Del resto Verga non amava molto il dramma come forma d’arte, come testimonia quanto egli scrisse in una lettera all’amico Ugo Ojetti: “ho scritto pel teatro, ma non lo credo certamente una forma d’arte superiore al romanzo, anzi lo stimo una forma inferiore e primitiva, sopra tutto per alcune ragioni che dirò meccaniche: la necessità dell’intermediario tra autore e pubblico, dell’attore; la necessità di scrivere non per un lettore ideale come avviene nel romanzo, ma per un pubblico radunato a folla, così da dover pensare a una media di intelligenza e di gusto”.
Note
1 L. Spitzer, L’originalità della narrazione nei Malavoglia, in Belfagor XI 1956
2 A. Marchese, Storia intertestuale della letteratura italiana, D’Anna, Messina-Firenze 1990
3 N. Sapegno, G. Verga. In Ritratto di Manzoni e altri saggi, Laterza, Bari 1961
4 N. Sapegno, op. cit.
5 L. Russo, G. Verga, Laterza, Bari 1966
6 A. Marchese, op. cit.