Giovanni Pascoli
Sommario: La biografia - La poetica del fanciullino: la parte negativa, la parte positiva, il decadentismo pascoliano, aspetti formali della sua poesia - La visione del mondo - Gli orientamenti politici: il primo socialismo, il passaggio al nazionalismo, il colonialismo, le proposte politiche del poeta - Le raccolte delle poesie: Myricae, Poemetti, Canti di Castelvecchio, Poemi Conviviali; le raccolte politiche; i Carmina - I grandi temi della poesia pascoliana.
La biografia
Giovanni Pascoli nacque, quarto di dieci figli, a San Mauro di Romagna (Forlì) il 31 dicembre 1855 da Ruggero, amministratore della tenuta “La Torre” dei Principi Torlonia e da Caterina Allocatelli. Quando egli aveva solo dodici anni, il padre fu assassinato in un agguato tesogli il giorno dieci di agosto. Uscito dal collegio dei padri Scolopi di Urbino, continuò i suoi studi a Rimini e poi a Firenze, conseguì la licenza liceale, s’iscrisse alla Facoltà di lettere di Bologna dove ebbe come maestro G. Carducci. Fatta amicizia con altri giovani d’idee socialiste, anch’egli nel ‘67 aderì al movimento internazionalista di Andrea Costa. Nel ‘79 fu arrestato e scontò tre mesi di prigione prima di subire il processo per aver preso parte ad una manifestazione di piazza a favore dell’anarchico Passanante che aveva attentato alla vita del Re. Fu in ogni modo assolto e ripresi gli studi si laureò. Cominciò subito dopo la sua attività di docente di lettere antiche nel Liceo “Duni” di Matera. Ottenuto il trasferimento, prima a Massa poi a Livorno, prese a vivere con sé le sorelle Ida e Maria che erano state messe in un convento. Quando Ida si sposò, Giovanni e Maria affittarono una casa a Castelvecchio di Barga (Lucca) che poi il poeta riuscì a comprare con i suoi risparmi e che divenne il suo amato rifugio. Tra il 1892 e il 1904 partecipò e vinse ripetutamente il concorso di poesia latina indetto dall’Accademia Olandese. Nel ‘95 fu nominato docente universitario e nel 1905 successe a Carducci sulla cattedra di letteratura italiana dell’Università di Bologna. Da tempo intanto aveva rotto il fidanzamento con la cugina Imelde Morri, rinunciando definitivamente al matrimonio. Si spense il 6 di aprile del 1912, colpito da un tumore.
La poetica
La poetica pascoliana si trova espressa in una prosa pubblicata nella sua stesura definitiva nel 1902 con il titolo de “Il fanciullino”. In essa si possono idealmente distinguere due parti: la prima, d’aperta polemica contro la poetica carducciana e tutta la tradizione lirica italiana; la seconda, di esposizione delle idee fondamentali dell’autore e che avevano già ispirato la composizione delle “Myricae”.
Polemizzando con il Carducci, Pascoli dice che il poeta non è un oratore, o un predicatore, o un filosofo, o un maestro. Che la poesia quando viene costretta a essere poesia sociale, poesia civile, poesia patriottica, “intristisce sui libri, avvizzisce nell’aria chiusa della scuola, e finalmente ammala di retorica e muore”. Dicendo ciò però Pascoli non esclude che la poesia possa avere un valore sociale perché il poeta “quando è veramente poeta...riesce ispiratore di buoni e civili costumi, d’amore patrio e familiare e umano...ma non deve farlo apposta”. Passando poi a giudicare la tradizione lirica italiana egli scrive: “noi siamo vittime della storia letteraria! in Italia noi ragioniamo e distinguiamo troppo. Quella scuola era migliore, questa peggiore. A quella bisogna tornare, a questa rinunziare. No: le scuole di poesia sono tutte peggio”. Dunque per il nostro non vi devono essere scuole, con canoni e regole imposte, con schemi predefiniti, ma ogni poeta deve essere naturalmente se stesso e seguire la sua sola ispirazione. Egli poi attacca la nostra tradizione anche sul piano formale dicendo: “amiamo troppo l’ornamentazione e questo gusto lo dimostriamo specialmente in ciò che meno la comporta: la poesia” e denunciando il fatto che la nostra poesia “è per lo più di imitazione, anzi di collezione, e sa di lucerna”. Lo studio del poeta invece dovrebbe essere volto “a togliere la tanta ruggine che il tempo ha depositato sulla nostra anima, in modo che torniamo a specchiarci nella limpidezza di prima: ad essere soli tra noi e noi”. Detto ciò egli postula anche l’esigenza di un rinnovamento e di una maggiore autenticità della poesia a lui contemporanea: “Basta dir fiori e fioretti, e aggiungere magari vermigli e gialli, e non far distinzione fra un greppo coperto di margherite o un prato gremito di crochi?”.
Per Pascoli pertanto il poeta è colui che esprime la parola che tutti avevano sulle labbra e che nessuno avrebbe detta. “Egli non trascina, ma è trascinato, non persuade, ma è persuaso. Egli getta la sua parola, la quale tutti gli altri, appena esso l’ha pronunziata, sentono che è quella che avrebbero pronunziata loro”. Ma per essere poeti occorre che l’uomo recuperi la sua originaria verginità. La poesia è infatti ingenuità. Essa consiste nel “trovare nelle cose il loro sorriso e la loro lacrima”. Ma per vedere ciò occorrono due occhi infantili che guardino semplicemente e serenamente “di tra l’oscuro tumulto della nostra anima”. In un altro passo poi egli afferma che “la poesia consiste nella visione d’un particolare inavvertito fuori e dentro di noi”. Per Pascoli dunque la poesia non è un atto razionale, bensì percettivo e scaturisce da una capacità di stupore tutta infantile. Per illustrare questa concezione egli ricorse alla metafora del fanciullino (donde il titolo dato al saggio) riprendendo un’immagine del “Fedone” di Platone, egli afferma che dentro ciascuno di noi ci sia un fanciullino che, finché la nostra età è tenera, confonde la sua voce con la nostra ma che , quando noi cresciamo, rimane piccolo. E questo fanciullino è quello “che ha paura al buio, perché al buio vede o crede di vedere; quello che alla luce sogna o sembra sognare; che piange e ride senza perché, di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione...senza di lui non solo non vedremmo tante cose a cui non badiamo per solito, ma non potremmo nemmeno pensarle e ridirle, perché egli è l’Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente. Egli scopre nelle cose le somiglianze e le relazioni più ingegnose. Il fanciullino impiccolisce per poter vedere e ingrandisce per poter ammirare”.
Ora l’importanza della poetica pascoliana risiede proprio in queste affermazioni che ci portano nell’ambito del Decadentismo. La capacità di veder nelle cose che il fanciullino possiede non è molto dissimile infatti da quella del veggente di Rimbaud; le somiglianze e le relazioni che egli scopre nelle cose, non sono diverse dalle corrispondenze di cui parla Baudelaire e nell’uso di certi accorgimenti tecnici come la sinestesia, la polisemia ecc. è anche evidente l’influsso di Mallarmé. Per G. Manacorda1 l’aspetto decadente della poetica pascoliana consiste nel momento irrazionale; il fanciullino che è in noi diventa “il mitico e provvidenziale rifugio dove troviamo scampo alle brutture e alle crudeltà della vita e della storia, il candido limbo che non conosce contrasti e violenze, in cui possiamo sentire la nostra vita pulsare all’unisono con la vita del cosmo intero, del fiore, dell’uccellino, della galassia”. Lo è, bisogna aggiungere, perché si pone la poesia anche come “rivelazione” dell’essenza delle cose e del reale, non diversamente delle “illuminazioni” dei poeti decadenti francesi. In maniera ancora più profonda la poesia pascoliana si colloca nell’ambito del Decadentismo per il senso del mistero da cui essa scaturisce. La caratteristica più nuova della poesia di Pascoli fu perciò il sentirsi egli materia cosmica, sensore umano che improvvisamente percepisce qualcosa, vede una luce, ode un suono, capta una misteriosa sensazione, stabilisce un fulmineo contatto con le cose, ma che subito si perde. Di qui il simbolismo pascoliano. Esso per altro non consiste in una allegoria, bensì in qualcosa di strettamente connesso con la visione del mondo del poeta e col senso di mistero che la pervade. Se ovunque è mistero e le cose e le creature non sono che forme ignote svolgentesi nell’oscuro di quel mistero, il poeta non osserva le cose con pacatezza realistica, ma le vede e le assume subito come segni di quell’oscuro battito che è per tutto. Il simbolismo è perciò la singolare maniera con cui egli vede e patisce il reale.
La poesia pascoliana nello stesso tempo accoglie forme tradizionali di simbolismo. Le immagini di questo tipo più frequenti della poesia pascoliana sono pertanto quelle del nido, della siepe, del cimitero, per altro tutte collegate tra loro a livello ideologico e dei significati. La prima è dunque quella del nido. Esemplari in merito sono i due componimenti “X Agosto” e “Il nido dei farlotti”. Il nido, simbolo della casa, rappresenta un ambito chiuso, protetto, segreto, caldo, separato dal mondo esterno, ma pieno di vita, di intimità e di affetti, come appunto in una casa, “il nido fatto tra i rovi...messo tra il rusco...pieno di musco...che rozzo è fuori...ma di dentro è tutto lana e lichene” (Il nido dei farlotti). E in questa società ridotta al nucleo familiare, vivono soltanto i legami irrevocabili, rigidi, non eludibili del sangue: la madre, che vi domina con la sua presenza continua, ne costituisce il centro; il padre invece assume il ruolo dell’autorità, egli è la sicurezza, la difesa dei piccoli, la garanzia opposta alla violenza del mondo esterno e, nello stesso tempo, il sostegno della famiglia, colui che le dà nutrimento. Corrispondente a quella del nido è l’immagine del camposanto. Anch’esso è un luogo chiuso, protetto da mura che lo separano dal resto del mondo, luogo di pace, dove i morti riposano senza che alcuno osi disturbarli. E diviene il luogo ove la famiglia dei vivi, disgregati dalla morte, un giorno potrà ricomporsi nella sua unità nella condizione dei morti. Vi è infine l’immagine della siepe, quella che circonda il piccolo podere, la casetta agreste. Anch’essa simbolo di una barriera che deve proteggere ciò che è di qua da ciò che è al di là. Il caldo buono dell’interno delle mura domestiche, dalla malvagità degli uomini che sono fuori. A livello psicanalitico queste immagini sono state spiegate come necessità di una regressione all’infanzia, se non addirittura ad una condizione prenatale, cioè quella del feto dentro l’alveo materno. Spiegazione che ci lascia indifferenti giacché non intacca minimamente il valore positivo dei valori e degli ideali che vi vediamo riflessi che sono quelli della famiglia e degli affetti puri e sinceri tra consanguinei.
Occorre infine considerare gli aspetti formali della poesia pascoliana. Ci si accorgerà allora che il poeta realizzò un rinnovamento di tutto il materiale lessicale, ma soprattutto rivoluzionò i rapporti sintattici e stilistici. Nella sua poesia infatti troviamo originali e inattesi accostamenti di immagini, con il trasferimento di determinazioni da un ordine ad un altro di cose. Il periodo logico appare frantumato con arresti improvvisi e pause inattese sicché poi il periodo ritmico nasce da effetti e insistenze musicali; si trovano accorgimenti tecnici come l’analogia, e stilistici, come l’onomatopea e la sinestesia, la reticenza, i puntini di sospensione; i nessi subordinanti e la punteggiatura si riducono o vengono omessi. Tutto ciò fa del mite Pascoli il più grande eversore della tradizione lirica italiana e colui che spianò la strada alla poesia delle generazioni successive. Peccato poi che in qualche caso si sia lasciato prendere la mano, come quando scrive: “E me segue un tac tac di capinere, / e me segue un tin tin di pettirossi, / un zisteretet di cincie, un rererere / di cardellini...L’hammerless m’ha visto / un fringuello che fa: Zittii sii sii // sii sii è nella lingua dei fringuelli / quello che hush o still, o Percy, in quella / di mamma: zitti! / ...E sento tellterelltelltelltelltell (sai? / tellterelltelltelltellteltell nella favella / dei passeri vuol dire come out! Fly! / scappa boy, c’è il bau bau! ”.
La visione del mondo
La formazione culturale di G. Pascoli fu di stampo positivistico, ma da quella corrente filosofica poi il poeta si allontanò presto. Gli mancò, infatti, la fiducia nei confronti della scienza e nella capacità della ragione umana a dare un minimo di felicità all’uomo o a fargli intendere e conoscere il mondo che ci circonda. Non sentì mai l’uomo come signore e padrone del creato, dominatore della natura e delle cose, ebbe anzi forte il senso della piccolezza dell’umanità, un’innata umiltà nei confronti del mondo creato. Se non aderì al Cristianesimo, nutrì tuttavia un rispetto profondo per la religione e fu affascinato dagli aspetti sociali del messaggio evangelico così come dalla forza che esso espresse nelle opere dello spirito e dell’arte. Ebbe infine Pascoli un sentimento doloroso della vita che avvertì come mistero. Senza il conforto della fede egli vide, non solo al di qua e al di là della vita, ma nella vita stessa un mistero che non si illumina mai di piena rivelazione, ma dà improvvisi ed incoerenti baleni di luce che, più della scienza e della filosofia, può cogliere lo sguardo rivelatore del poeta. Egli pertanto espresse la certezza che la sofferenza sia alla radice del nostro vivere, e non già per le opposizioni contro cui di volta in volta si vanno ad infrangere i nostri ideali, ma per l’impossibilità medesima di creare un ideale e per l’ignoto che avvolge ogni cosa. Altra sua certezza fu l’esistenza del Male, che però non considerò legge della natura, ma dovuto alla malvagità degli uomini che, dimentichi del loro desolato destino, complicano la scena oscura e misteriosa del mondo con la miseria dei loro contrasti. Il poeta, che aveva fatto fin da fanciullo l’esperienza del dolore, accolse nel suo petto la tristezza che è nelle cose e quella che deriva dagli uomini, e se di fronte alla prima non poté che patire in un desiderio di pianto, di fronte alla seconda esortò gli uomini ad amarsi fraternamente in nome del comune destino. Pascoli poi, tornando su posizioni leopardiane, rifiutò l’antropocentrismo facendo dell’uomo un essere infinitamente piccolo e della terra un punto disperso nell’immensità dell’universo tanto da poterla definire una “informe oscurità volante”, e apostrofare gli uomini dicendo: “penduli, o voi che vi credete eretti” (La vertigine).
Avvertì la presenza di Dio, pur non tornando alla fede. Fu cosciente della superbia umana e della malvagità di molti. Amò l’umanità tutta e la richiamò più volte alla fratellanza universale. Anelò alla pace e la invocò sulla terra, come un pontefice laico, nell’attesa di ritrovarla nella morte.
Gli orientamenti politici
E’ noto come Pascoli negli anni degli studi universitari a Bologna, fatta amicizia con Severino Ferrari e Ugo Brilli, abbia aderito all’Internazionale socialista. Per aver manifestato in piazza con gli internazionalisti fu anche arrestato e processato. Ora su questo socialismo di Pascoli molto si è scritto. Bisogna allora per prima cosa ricordare la confessione resa dal poeta stesso al Mercatelli: “Io mi sento socialista, ma socialista dell’umanità, non d’una classe”. Le ragioni di questa iniziale scelta di campo probabilmente stanno nelle vicende autobiografiche del poeta e, in particolare, nel senso di ingiustizia che dovette coglierlo nel ripensare prima all’assassinio del padre, poi alla sentenza assolutoria nei confronti degli indiziati. Per questo A. Budriesi2 può dire che “l’adesione di Pascoli al socialismo fu fin dall’inizio una scelta irrazionale, sentimentale: fu soprattutto l’orrore dell’ingiustizia a fargli abbracciare questa ideologia; egli non conosceva i testi di Marx, o, se li conosceva, non li aveva capiti”. Per C. Salinari3 invece è assai probabile che “l’occasione determinante che spinse Pascoli a iscriversi all’Internazionale sia stata il processo degli internazionalisti, l’eco che esso ebbe nell’opinione pubblica, il prestigio che ne ritrassero gli imputati”. Del resto la stessa adesione fu data da Severino Ferrari, che non aveva certo motivi di risentimento personale contro la società. Tutta la critica poi riconosce che le basi ideologiche del nostro dovevano essere piuttosto nebulose. Pascoli tuttavia s’impegnò nell’attività politica ospitando A. Costa fuggiasco, ricostituendo assieme a Buggini la sezione bolognese dell’Internazionale, partecipando ad una assemblea a favore di Passanante, dimostrando per gli internazionalisti imolesi.
Ma a questo punto intervenne il suo arresto. Singolare fu la sua deposizione agli inquirenti ai quali dichiarò di desiderare “il miglioramento della società, senza pervertimenti dell’ordine”. La detenzione comunque lo cambiò e si allontanò dalla militanza attiva. E tuttavia diede ancora segno del suo cuore politico nel 1882 quando, giunta la notizia dell’esecuzione di Oberdan, sull’onda della commozione generale, prese parte ad una pubblica sottoscrizione. Nel 1887 poi partecipò alla messa ufficiale per i morti di Dogali e dettò per loro un’epigrafe.
Al di là di questi fatti, elementi del pensiero politico in Pascoli si trovano in una famosa prosa intitolata “La grande proletaria si è mossa”, stesura del discorso, pronunciato nel novembre del 1911 nel teatro di Barga, celebrante la guerra italiana per la conquista della Libia. Fu il momento del nazionalismo, che tuttavia il poeta riuscì a conciliare con il suo primo socialismo trasferendo la categoria del proletariato dal contesto nazionale a quello internazionale asserendo che come il proletario aveva il diritto di difendersi e garantirsi uno spazio vitale, così l’Italia, che era la nazione proletaria d’Europa, aveva il diritto di espandersi in altre terre. Del resto il colonialismo degli Italiani fu da lui sentito in maniera del tutto particolare, cioè come recupero di un territorio latino già fiorente in età romana, ma che poi le genti del posto, nomadi e neghittose, avevano inaridito e immiserito. Ora il ritorno degli Italiani lo avrebbero reso di nuovo fertile, sarebbero state ricostruite le opere civili, la popolazione, resa libera, sarebbe stata sfamata e avrebbe riavuto la serenità. Agli occhi del poeta dunque non si trattava di guerra coloniale per lo sfruttamento delle popolazioni indigene, ma di una guerra di liberazione dal dominio turco in nome della civiltà di Roma e dell’Occidente, fatta per civilizzare, arricchire, migliorare il territorio e le popolazioni. A tutto ciò Pascoli poté credere, ma sicuramente si rese conto che il colonialismo, in un territorio così vicino, avrebbe risolto qualche nostro problema e, soprattutto, allentato le tensioni sociali, trasferendo nel paese conquistato masse di proletari e di lavoratori di ogni genere al seguito delle imprese che vi si sarebbero recate per costruire opere pubbliche, e contadini poveri, che avrebbero potuto avere terre in proprietà che avrebbero coltivato per il vantaggio proprio e dei residenti.
Con ciò siamo entrati dentro un altro problema politico sentito dal nostro poeta, cioè quello dell’emigrazione. Il fenomeno di decine di migliaia di Italiani che lasciavano ogni anno la patria aveva una certa rilevanza politica. E il Pascoli volle farsene cantore ed interprete spendendo discorsi e versi a favore di quei nostri connazionali costretti ad emigrare e tanto maltrattati all’estero a causa della loro povertà. Per di più la situazione dell’emigrante aveva un ascendente letterario molto nobile, perché vicino nel tempo riproduceva la situazione del patriota costretto all’esilio, e nel più lontano, quella del Virgilio bucolico. Pascoli dunque fu naturalmente partecipe della condizione di quelle masse. E riuscì a saldare il fenomeno dell’emigrazione a quello del colonialismo raffigurando i “coloni” italiani in Libia come degli immigrati in patria.
Sappiamo poi che Pascoli nutrì anche una certa avversione per i partiti. Per C. Salinari4 la cosa rientrava nella crisi del concetto stesso di democrazia. A giustificarla c’erano la crisi dei partiti risorgimentali e soprattutto la politica del trasformismo. Se non che mentre in genere l’ostilità ai partiti nasceva dalla volontà di restrizioni nei confronti delle libertà politiche, per il nostro poeta valeva la ragione opposta, nasceva cioè dal bisogno di ancora maggiore libertà. Concludendo, le caratteristiche dell’ideologia pascoliana possono individuarsi nella sua attenzione costante al fenomeno dell’emigrazione, nella preoccupazione dei problemi sollevati dal movimento socialista, nella sua visione di un’Italia povera e avvilita.
Questo quadro però non sarebbe completo se non si ricordassero anche le proposte politiche del Pascoli, quelle fatte indirettamente attraverso, ad esempio, i “Poemetti”. Risulta chiaro che quello che il poeta voleva era un dilatamento del ceto medio, il che pensava non dovesse avvenire attraverso l’accrescimento della classe impiegatizia o commerciante, bensì dei piccoli proprietari terrieri. Una riforma agraria egli era convinto che avrebbe potuto realizzare questo sogno, e che ne avrebbe avuto giovamento tutta la nazione, conservando la sua struttura e la sua vocazione di paese prevalentemente agricolo, così rimanendo anche ancorata a quei valori del mondo contadino che egli tanto apprezzava. In “Pietole” infatti scrive: “La Saturnia terra / torni a chi l’ama, a chi la vanga ed ara! / Rieda a’ suoi posti il migratore, e parco / alcuni scabri iugeri redima, / ...e vi pianti / la sua casetta, e viti e arnie e fiori, / grano per casa, e fieno per giovenchi, / e pei nepoti il molto cauto ulivo”.
Le raccolte delle poesie
Le raccolte delle poesie di G. Pascoli possono essere raggruppate in almeno tre nuclei: il primo, costituito da “Myricae”, “Poemetti”, “Canti di Castelvecchio” e “Poemi conviviali”; il secondo, da “Odi ed Inni”, “Poemi Italici”, “Canzoni di Re Enzio”, “Poemi del Risorgimento” “Inno a Roma”, “Inno a Torino”; il terzo, infine, dai “Carmina” in lingua latina.
Ora la prima raccolta ad essere pubblicata fu quella delle “Myricae” nel 1891. Il titolo fu dato ricordando un famoso verso virgiliano: non omnes arbusta iuvant humilesque myricae (non a tutti piacciono i cespugli e le umili tamerici), nel quale le “myricae” (tamerici) venivano assunte a simbolo della poesia umile ed agreste, opposta a quella epica e solenne, simboleggiata dalle “silvae”(i boschi di alto fusto). Alludeva dunque a contenuti disimpegnati, umili, georgici e personali dei componimenti. Di questi versi il poeta stesso ha lasciato una definizione, se così si può dire, dicendoli “frulli di uccelli, stormire di cipressi, lontano cantare di campane” e aggiungendo: “non disdicono a un camposanto”. Molti componimenti infatti sono costituiti da quadretti di vita campestre ed altri sono invece di natura autobiografica, dominati dalla rievocazione della morte violenta del padre e svolti perciò in tono elegiaco e talora drammatico. Sbaglieremmo però se pensassimo ad una facile poesia di stampo verista. Le “Myricae”, infatti, costituiscono una raccolta di versi per certi aspetti rivoluzionaria, la novità più interessante della poesia di quel fine secolo, il libro con il quale la poesia italiana si allaccia al Decadentismo europeo. Con questa raccolta, come scrive Budriesi5, “Pascoli rifiuta il ruolo di poeta creatore, di soggetto ordinatore, per farsi la voce stessa delle cose...ma dietro l’apparente oggettività di certi componimenti c’è già la tendenza irrazionalistica del poeta, che è fatta di musicalità evocativa, di oggetti divenuti simboli...già vi troviamo la tendenza allo sperimentalismo linguistico e metrico; vi notiamo, se pure informa ancora lieve, quella dissoluzione della sintassi tradizionale e quella compresenza di diversi livelli stilistici che sono elementi fondamentali della scrittura pascoliana”. Le “Myricae” pertanto, per essere comprese, devono essere ricondotte alla poetica del fanciullino, al senso del mistero che domina la coscienza del poeta, alla temperie spirituale di quegli anni caratterizzati dalla sfiducia nella ragione, al desiderio di comunicazione con il tutto, al sentimento della parola come i simbolisti francesi la intendevano. Già qui appaiono alcune immagini simbolo come il nido, che rappresenta la casa e la famiglia, il luogo chiuso dove si sta al sicuro, protetti dalla violenza del mondo esterno e dalla malvagità degli uomini. Tra i componimenti di maggior rilievo artistico sono “Arano”, “Lavandare”, “Temporale”, “Novembre”, “X Agosto”, “I puffini dell’Adriatico”.
Con i “Poemetti” invece siamo di fronte ad un tentativo di poesia narrativa. Si propone infatti la vita di una famiglia di contadini, piccoli coltivatori diretti, costituita, oltre che dai genitori, da due ragazze ( Rosa e Viola ) e un giovane ( Dore ). La loro esistenza appare scandita dal succedersi dei mesi con i relativi lavori agresti, come la semina, l’accestire, la fiorita, la mietitura, ( che danno il titolo alle relative sezioni del libro) e vede la nascita di un amore tra Rosa e Rigo. Questo amore porterà al matrimonio dei due giovani e alla nascita di un nuovo nucleo familiare. Il senso di questa raccolta di poesie ce lo dà in sintesi Budriesi6 che scrive: “Nel pacifico mondo dei campi e nel ritmo sereno dei suoi lavori e delle sue vicende, Pascoli vede l’unico baluardo contro gli orrori della Storia e della lotta di classe, così come nel ciclo della natura e della campagna sempre rinascente egli trova consolazione ed una spiegazione all’angoscia della morte”.
Seguirono i “Canti di Castelvecchio” denominati così perché scritti nel paese di Castelvecchio di Barga, in Garfagnana, dove il poeta si era rifugiato con la amatissima sorella Maria dopo il matrimonio di Ida avvenuto nel ‘95, e dove aveva potuto finalmente nel 1902 comprare con i suoi risparmi una casetta. Secondo la maggior parte dei critici i “Canti di Castelvecchio” rappresentano i frutti più maturi e raffinati dell’arte pascoliana. Vi si ripetono tanti temi delle “Myricae” e dei “Poemetti” ed un certo ordinamento delle poesie secondo le stagioni. Trovano sviluppo, ed esaurimento, i temi autobiografici in “La cavalla storna”, “La mia sera”, “L’ora di Barga”, “Il nido dei farlotti”. Vi sono la poesia georgica e quella cosmica soprattutto ne “Il ciocco”. Sono insomma presenti in questa raccolta i temi più profondi del decadentismo europeo: la morte, il dolore, l’erotismo, l’angoscia esistenziale. Lo stile invece subisce un’evoluzione. Si fa infatti più raffinato e sottile, il linguaggio diviene più lirico, anche se permane la tendenza al plurilinguismo. In componimenti poi come “Il gelsomino notturno” Pascoli raggiunge il massimo vertice della sua espressione decadente.
Abbiamo poi i “Poemi Conviviali”, opera del tutto nuova nella nostra tradizione letteraria. Denominati “conviviali” perché apparsi, prima che in libro, nella rivista di De Bosis “Il Convito” (una delle espressioni più significative del contemporaneo estetismo) e in rapporto alla convinzione pascoliana che la prima poesia del mondo antico sia nata appunto durante i conviti. Questi poemi sono strutturati secondo uno schema di svolgimento dell’evo antico che va dall’età arcaica (“Solon” “Il cieco di Chio”), a quella dei poemi omerici (“La cetra di Achille”, “Le Memnònidi”, “Antìclo”, “Il sonno di Odisseo”, “L’ultimo viaggio”) ai poemi didascalici, ad Esiodo, alla stagione dei grandi filosofi Socrate e Platone, al mondo ellenistico (“Alexandros”) e quindi, con “Gog e Magog” al presentimento di una imminente catastrofe, a quello romano (“Tiberio”), per concludere con l’annuncio dei nuovi tempi portati dal Cristianesimo (“La buona novella”). Sarebbe un errore considerare i Conviviali come un lavoro erudito e professorale, semplice espressione di un nuovo classicismo. I miti ripresi e narràtivi infatti vengono spogliati del loro senso originario e rivestiti di nuove significazioni in rapporto alle tensioni morali del tempo presente come si riflettevano nell’animo del Pascoli. Opera perciò di grande attualità e strettamente legata alle altre e che, per A. Marchese7, costituisce una “singolare rivisitazione, affatto decadente, dell’antichità”. A. Budriesi invece ne sottolinea l’aspetto formale affermando che con essa Pascoli porta “alle estreme conseguenze la componente parnassiana, cioè l’amore per la parola dotta e ricercata, per i termini arcaici e tecnici”. Per M. Tropea8, infine, costituiscono la tappa intermedia di passaggio verso la sempre più manifesta intenzione di vate civile che Pascoli espresse nella produzione successiva.
Il secondo gruppo si apre con “Odi ed Inni”(1906-’13) e, come dicevamo, comprende i “Poemi Italici” (1911), “Le Canzoni di Re Enzio” (1908-09) i “Poemi del Risorgimento” (1913) e l’ “Inno a Roma” e l’ “Inno a Torino”. Si tratta certamente di un cambiamento di rotta per il quale il poeta sembra abbandonare la poetica del “fanciullino” e rientrare nell’alveo di certa tradizione letteraria patriottica e nazionalistica di cui il più illustre rappresentante era stato il suo maestro G. Carducci e che trovava un altro esempio nel contemporaneo G. D’Annunzio. Anche Pascoli dunque con questa e con le raccolte successive, volle essere poeta-vate, cantare le glorie nazionali ed i suoi eroi, entrare nella storia del Paese abbandonando la poesia lirica ed intimistica sino ad allora praticata. E cantò dunque Mazzini, Garibaldi, il Duca degli Abruzzi, lo stesso Re Umberto ricordandone l’assassinio e scrivendo “In piedi, sei morto, tra i suoni /dell’inno a cui bene si muore: /in piedi: con palpiti buoni /nel cuore, colpito nel cuore”. Non si deve tuttavia pensare a queste poesie come a ciarpame, come qualcuno ha voluto classificarle, sia perché non è mai tale quanto sia dettato da sentimento patrio, sia perché questa produzione non sempre è retorica. Così anche in questi versi ogni tanto riemerge il noto Pascoli delle Myricae, o in componimenti singoli, o nel contesto di altri. Si veda ad esempio “La piccozza” ove torna il tema autobiografico di una sofferta infanzia, dell’omicidio del padre, della morte; o “Alla cometa di Halley” ove ricompare il tema cosmico e quello del mistero che ci avvolge come quando scrive: “Gli si frangean, col croscio di ruine /bolidi intorno; in polvere lucente/ ridotto il cosmo gli piovea sul crine.// Negli occhi aperti, accese appena e spente/ morian le stelle. E Dante fu nessuno./ Terra non più, Cielo non più, ma il Niente.// Il Niente o il Tutto: un raggio, un punto, l’Uno”. O si veda ancora in “A Re Umberto” la digressione sul Male: “C’è il Male che piange, che prega,/ ch’ ha freddo, ch’ha fame; e quel Male/ che accusa il fratello e rinnega/ la madre, quel Male ch’è male.// Il Male è sol quello che ride/ d’un lugubre riso di folle;/ il Male è sol quello che uccide,/ che tempra di sangue le zolle,// le zolle che poi gli empiranno/ la bocca, al Caino”.. e conclude: “Il Male è più grande di Dio!” Né di minor valore sono i Poemi Italici con “Paolo Uccello” e “Tolstoj”. Nel primo ritorna il sogno georgico pascoliano nel desiderio del pittore che dice: “Oh, non voglio un podere in Caffagiolo,/ come Donato: ma un cantuccio d’orto/ sì, con un pero, un melo, un azzeruolo.// ...Ora al nome di Dio, Paolo di Dono/ sta contento, poderi, orti, a vederli:/ ma un rosignolo io lo vorrei di buono.// Uno di questi picchi o questi merli,/ in casa, che ci sia, non che ci paia!/ Un uccellino vero, uno che sverli// e mi consoli nella mia vecchiaia”. Nel secondo poi, eguale gioiello, dominano il sentimento della fratellanza, del perdono, il rifiuto di ogni egoismo e soprattutto della violenza, e vi possiamo leggere versi come questi: “...se il male al mondo / resta, soffrirlo è meglio assai che farlo; / meglio che dare, è che ti diano; meglio / giacere Abel, che stare in piè Caino”. E vi ritroviamo infine l’irenismo delle prime raccolte che si conclude nella esclamazione “Nella pace è il bene”. Motivi e temi tutti questi che possono apparire retorici solo a chi abbia in odio questi valori.
Vi sono infine i Carmina divisi nelle sezioni “Liber de poetis”, “Res Romanae”, “Poemata Christiana”, “Hymni”, “Ruralia” e “Poemata et Epigrammata”. Scritti in un latino cristallino, non di risulta, ma creazione nuova e fresca, libero da certi giochi onomatopeici e stilistici tipici della poesia italiana, questo latino riflette sempre la sensibilità pascoliana ed appare duttile strumento nelle sue mani atto ad esprimere tutti suoi miti e i suoi sentimenti. In questa poesia latina pertanto non è da vedere un compiaciuto narcisismo o una forma estrema di classicismo, ma ancora una volta l’espressione del mondo interiore del poeta ridato attraverso i personaggi ricostruiti e le atmosfere dell’evo antico, su cui poi si affaccia meglio la sensibilità religiosa del poeta romagnolo di quanto non appaia nella poesia italiana.
La divisione che abbiamo voluto è dunque di comodo e di finalità didattiche, giacché appare evidente il filo che unisce tutta la produzione poetica pascoliana volgare e latina costituito da un animo sì tormentato, a volte pieno di dubbi, fosco, insicuro, ma sostanzialmente sano, ingenuo, puro, intriso di bontà e di amore per la vita e gli uomini.
I grandi temi della poesia pascoliana
Il primo grande nucleo tematico è quello costituito dalle poesie di natura autobiografica. Delle esperienze del poeta la più importante fu certamente quella dell’assassinio del padre. Ripensato e rivissuto ad anni di distanza, esso ispirò commossi versi e tra i più belli e famosi sono quelli de “La cavalla storna” e di “X Agosto” : “...un uomo tornava al suo nido / l’uccisero; disse: Perdono; / e restò negli aperti occhi un grido: / portava due bambole in dono...”. Versi pervasi di tristezza, di nostalgia per qualcosa che è stato perso per sempre, di dolore per gli affetti dilaniati, di sconforto per la malvagità umana e per l’ingiustizia che regna sulla terra. Per lo più però il poeta supera il momento strettamente autobiografico per arrivare ad universalizzare la sua esperienza e il suo dolore, trarne un insegnamento pratico che lo porta ad assumere un atteggiamento didascalico e predicatorio. Così in “X Agosto” l’immagine della rondine uccisa mentre faceva ritorno al suo nido significa l’usuale vicenda della violenza assassina che colpisce animali e uomini, e la croce che l’uccello disegna sul terreno con le sua ali richiama il sacrificio di Cristo che pure la violenza umana subì, tra l’altro facendoci sentire l’assassinio di Ruggero Pascoli come quella di Cristo stesso. Ricorda poi egli i momenti più neri della sua vita, quando pensava al suicidio, con i fratelli e le sorelle defunte che lo aspettano al cimitero ove, sotto la terra, potranno di nuovo essere tutti insieme. E ricorda in maniera particolare la mite e dolce madre, tanto affettuosa, che lo educò alla speranza, al perdono, alla accettazione del dolore, alla preghiera. Così ne “La voce” il poeta racconta che “una notte, su la spalletta / del Reno, coperta di neve, / dritto e solo...con un gran pianto / d’avere a finire così / mi sentii d’un tratto daccanto / quel soffio di voce...Zvanì... // Oh la terra com’è cattiva! / la terra che amari bocconi! / Ma voleva dirmi, io capiva: / -No...no...Di’ le devozioni!”. Si inserisce in questo contesto il tema dei morti che riposano nel camposanto e che attendono che egli li raggiunga. E quindi il tema della morte, non percepita come semplice privazione della vita, ma come passaggio in un mondo misterioso che è al di là del nostro. Ricorda ancora il paese, che da giovane lasciò, con una punta di nostalgia se non proprio di rammarico, che in “Romagna” lo porta a dire: “Sempre un villaggio, sempre una campagna / mi ride al cuore (o piange), Severino: / il paese ove, andando, ci accompagna / l’azzurra vision di San Martino // sempre mi torna al cuore il mio paese / cui regnarono Guidi e Malatesta, / cui tenne pure il Passator cortese, / re della strada, re della foresta”, realizzando un ideale ritorno a San Mauro e cercando di recuperare i sogni e gli affetti della propria infanzia. Ne “La tessitrice” leggiamo: “Mi son seduto su la panchetta / come una volta...quanti anni fa? / Ella, come una volta, s’è stretta / su la panchetta // ...Piango e le dico: Come ho potuto / dolce mio bene, partir da te? / Piange, e mi dice d’un cenno muto: / come hai potuto?”. Può così trovare posto anche il tema dell’amore come desiderio carnale. A proposito di questo la critica psicanalitica ha voluto individuare nel Pascoli la presenza di una fobia che gli avrebbe impedito ogni forma di rapporto sessuale. Sta di fatto che nei confronti dell’altro sesso e del rapporto amoroso il poeta ebbe un atteggiamento ambiguo di attrazione e repulsione. Di attrazione per istinto naturale, per curiosità infantile, per desiderio; di repulsione per la paura dell’atto sessuale in sé, percepito come una forma di violenza. Sicché poi l’unica forma d’amore possibile divenne per lui quello asessuato tra consanguinei o quello filantropico, scaturente dal suo sentimento religioso e dal desiderio della pace. Di qui il tema della pace appunto, continuamente invocata per sé e per tutta l’umanità, vero principio di ogni bene. E quindi i continui appelli alla fratellanza universale, alla rinuncia agli egoismi, all’odio, alla vendetta, alla violenza della lotta di classe: “Pace abbia il cuor dell’uomo e non lo muova / il ricco all’astio e il mendico al pianto! ” (Pietole).
Ma Pascoli fu anche poeta georgico, cantore della campagna assunta come Eden, delle umili occupazioni della gente che la popola, semplice e spontanea negli affetti e nei sentimenti, di tutti gli animali che la animano, dei fiori e delle piante che la colorano. Troviamo così dei componimenti costituiti da veri e propri quadretti, da idilli, con una certa predilezione, nella pittura del paesaggio, per i momenti dell’alba e della sera, le nebbie mattutine, il silenzio appena rotto dallo stormire delle fronde, da qualche rintocco di campane che venga di lontano, dal canto di qualche contadina. In “Novembre” ad esempio, in “Arano”, oppure in “Lavandare” abbiamo descrizioni minuziose di sapore vagamente realistico, se non fosse poi che attraverso certe rappresentazioni, che coinvolgono tutti i nostri sensi, il poeta ci trasmette anche suggestioni, particolari stati dell’animo, una sua tensione interiore per cui, poi, ognuno di quegli elementi particolari acquista significazione simbolica e quasi metafisica. La campagna comunque è per il nostro poeta, come scrive M. Sansone9, un mondo primevo, immobile, che nel vanificarsi di ogni forma di esistenza, riesce ancora a trasmetterci il senso di qualcosa di saldo ed immutabile. A livello ideologico il Pascoli georgico è stato spiegato non tanto come fedele discepolo di Virgilio e di Orazio, quanto in chiave sociologica come espressione del desiderio di tranquillità del ceto piccolo borghese che rifiutava lo scontro politico, la lotta di classe, e temeva la violenza di una eventuale rivoluzione proletaria. In particolare E. Sanguineti10 vede come Pascoli “poteva collegare, con la piccola proprietà rurale realmente operante entro i confini pratici delle siepi agresti, quelli che erano poi gli effettivi destinatari della sua produzione poetica, i borghesucci rifugiati nel grembo dei propri appartamentini in forza della carica nostalgica di costoro verso le non remote proprie origini contadine, da inurbati repressi, e pertanto disposti a rafforzare i fondamenti economici dell’alleanza di classe, di fronte alla minaccia di una radicale e violenta proletarizzazione”. Interpretazione interessante ma forse riduttiva. Ma se per un verso Pascoli fu poeta della piccole cose, per un altro fu anche poeta cosmico, colui che cantò il mistero dell’Universo, gli spazi interstellari infiniti, che ebbe coscienza della pochezza e della piccolezza dell’uomo sulla terra, piccolo granello di sabbia, “atomo opaco del male”. Così ne “Il bolide” scrive: “E la Terra sentii nell’Universo / sentii, fremendo, ch’è del cielo anch’ella. / e mi vidi quaggiù piccolo e sperso / errare, tra le stelle, in una stella”. Egli sentì poi la vita circondata da forze arcane che ci attirano nel vuoto dello spazio, percepì il vento dovuto alla corsa del globo terrestre nel cielo. Così ne “La vertigine” scrive: “o Terra...in cuor mi venta la tua corsa / Veglio. Mi fissa di laggiù coi tondi / occhi, tutta la notte, la Grande Orsa: // se mi si svella, se mi si sprofondi / l’essere...precipitare languido, sgomento / nullo, senza più peso e senza senso: / sprofondar d’un millennio ogni momento! //...non trovar fondo, non trovar mai posa, / da spazio immenso ad altro spazio immenso”.
E il Male è un altro tema ancora. Esso non è dovuto, come voleva Leopardi, alla Natura, che per Pascoli è invece “madre dolcissima”, bensì alla malvagità degli uomini stessi. Sono essi che procurano i più grandi dolori a se stessi, con la loro violenza animalesca, con la perfidia, con l’ingiustizia sociale. Ma il Male finisce poi per acquistare una dimensione metafisica, diviene Entità astratta opposto alla natura di Dio stesso. Di fronte alla violenza degli uomini il poeta però si rifugia nella legge cristiana del perdono. Così, ricordando l’assassinio del padre, immagina che morendo pronunci queste parole: “Un padre, o Dio, che muore ucciso, ascolta: / aggiungi alla lor vita, o benedetto, / quella che un uomo, non so chi, m’ha tolta. // Perdona all’uomo, che non so; perdona: / se non ha figli, egli non sa, buon Dio... / e se ha figlioli, in nome lor perdona. // Che sia felice; fagli le vie piane; / dagli oro e nome; dagli anche l’oblio...” (Il giorno dei morti)
Per quanto attiene poi alla poesia civile citiamo quanto scrive A. Galletti11: “Il Pascoli ha applaudito nei suoi versi agli Italiani caduti a Domokos combattendo contro i Turchi per la salvezza della Grecia, a Garibaldi ed ai suoi garibaldini sempre pronti a difendere la causa della libertà ovunque fosse minacciata, ai Russi ribelli all’autocrazia dello Czar, alla spedizione del Duca degli Abruzzi partita alla conquista del Polo, a tutti quei soldati che, fedeli ad un dovere liberamente accettato, hanno combattuto e sono caduti fermi al loro posto; non ha mai detto come gli imperialisti: La forza ha tutti i diritti, perché il diritto non è che forza legalizzata; non ha mai rivolto a Dio la preghiera di un famoso sirventese di D’Annunzio: “Fa di tutti gli Oceani il mare nostro”, ma poiché gli pareva iniquo e lesivo della dignità umana il fatto che i proletari italiani, lavoratori tenaci, chiamati a collaborare alle opere più ardue e pericolose quasi in ogni parte del mondo, fossero poi disprezzati per la loro povertà e talvolta frodati perché indifesi, quando credette che sorgeva finalmente una forza pronta a difenderli e ad aprire nuove vie al loro lavoro, giudicò in buona fede che la guerra iniziata da quella forza fosse giusta perché riparava un’ingiustizia”.
Note
1 G. Manacorda, Novecento, in Letteratura italiana Calderini, Bologna 1976
2 A. Budriesi, Pascoli, in AA.VV. Letteratura: forme e modelli, Torino 1988
3 C. Salinari, Miti e coscienza del decadentismo italiano, Milano 1978
4 C. Salinari, op. cit.
5 A. Budriesi, Pascoli, in AA. VV., Letteratura: forme e modelli, Torino 1988
6 A. Budriesi, op. cit.
7 A. Marchese, Storia intertestuale della letteratura italiana, Messina-Firenze 1990
8 G. Savoca-M. Tropea, Letteratura italiana Laterza, Bari 1976
9 M. Sansone, Storia della letteratura italiana, Milano 1973
10 E. Sanguineti, Ideologia e linguaggio, Milano 1965
11 A. Galletti, Novecento, in Storia letteraria d’Italia, Milano 1964