Antonio Fogazzaro

Antonio Fogazzaro

    

    

     Sommario: La biografia - La poetica: il poeta dell’ avvenire, Per la bellezza di un’idea, Dell’avvenire del romanzo in Italia _ L’ideologia: il cattolico liberale, il modernista, l’opposizione al socialismo - I romanzi: Malombra, Daniele Cortis, Piccolo mondo antico, Piccolo mondo moderno, Il santo, Leila.  Giudizio globale.

    

    

     La vita

    

     A. Fogazzaro nacque a Vicenza nel 1842, fu prima allievo di Zanella e poi studente di giurisprudenza presso l’Università di Torino. Divenuto avvocato, si trasferì a Milano ove esercitò la sua professione finché non si dedicò completamente alla letteratura. Durante gli anni del soggiorno torinese studiò molto e lesse opere di filosofia di orientamento positivistico; fu allora che la sua fede cominciò ad incrinarsi al punto che egli finì con l’assumere un atteggiamento di indifferenza di fronte alla religione. A Milano invece conobbe la donna che sposò e che gli diede due figli. Nel 1869 tornò di nuovo a Vicenza ove ritrovò gli amici d’una volta e soprattutto Zanella, il suo vecchio professore di liceo. Nella sua città partecipò sia alla vita culturale che a quella politica. Fu infatti nominato Presidente dell’Accademia Olimpica e nel ‘71 eletto assessore. Approfondì poi i suoi studi, in particolare quelli di filosofia e di teologia, tornando infine nell’alveo del cattolicesimo anche per influsso della lettura de “La filosofia del credo” di A. A. Gratry. Negli anni successivi si chiarirono meglio pure i suoi interessi, rifiutò infatti una candidatura elettorale, allontanandosi progressivamente dalla politica attiva e dedicandosi sempre di più invece ad attività sociali e filantropiche. Entrò infatti a far parte della Congregazione di carità, del Mutuo soccorso e del Consiglio scolastico provinciale di Vicenza. L’emanazione dell’enciclica Rerum novarum di Leone XIII (1878-1903), lo spinse ad avvicinarsi ancora di più alla Chiesa e alle gerarchie ecclesiastiche. Fu così che si legò di sincera amicizia con il vescovo della sua città, Mons. Bonomelli. Nel ‘93 fondò un asilo in Valsolda e poi rientrò in politica divenendo consigliere provinciale e distinguendosi per le numerose conferenze e i dibattiti che egli stesso organizzava o ai quali partecipava. Non rimase entusiasta dell’elezione a Ponteficce del cardinal G. M. Sarto col nome di Pio X (1903-1914). Occorre, per comprendere ciò, ricordare che proprio in quegli anni andava sviluppandosi il movimento modernista che mirava ad una riforma della Chiesa, ma agendo dal suo interno. Ai modernisti si era avvicinato anche Fogazzaro che sosteneva la necessità di un impegno diretto dei cattolici nella vita politica (vigeva ancora il non expedit del 1874) e della fondazione di un loro partito, democratico e cristiano, capace di andare incontro alle esigenze delle masse popolari. Sennonché nel 1906 il suo romanzo “Il santo”, che di quelle idee era espressione, fu messo all’Indice. La condanna in qualche modo era stata prevista dallo scrittore che decise di fare il suo dovere di cristiano e di sottomettersi all’autorità ecclesiastica. Ma il fatto si prestò ad una speculazione politica in tutto il Paese, tanto che si arrivò ad una interpellanza parlamentare per porre il problema se fosse lecito per un membro del Consiglio superiore della pubblica istruzione, quale Fogazzaro era in quel momento, riconoscere un’autorità diversa da quella dello Stato italiano. Questione assurda, se si considera soltanto che egli, come consigliere, non aveva fatto alcunché e che la cosa riguardava non la sua attività di politico, bensì quella privata di cittadino e di credente. Successivamente comunque Pio X emanò l’enciclica Pascendi domini con la quale condannò il modernismo come un complesso di eresie e i laici aderenti al movimento furono scomunicati, mentre furono sospesi a divinis tutti quelli che erano sacerdoti. Fogazzaro però non fu colpito in quanto ufficialmente non risultava essere un modernista; continuò così la sua attività, intensificando anzi i dibattiti di argomento scientifico o religioso. Morì nella sua città, a seguito di un intervento chirurgico mal riuscito, nel 1911.

    

    

     La poetica

    

     La poetica fogazzariana è contenuta nel testo di una conferenza da lui tenuta a Parigi dal titolo “Il grande poeta dell’avvenire”. Il Nostro vi appare subito preoccupato di contrastare le tendenze dell’arte contemporanea respingendo per prima cosa il realismo, espressione del Positivismo e del socialismo. Egli infatti afferma che compito del poeta spiritualista sia quello di riprendere le idee spiritualiste, “sostituire nei cuori ardenti e generosi la concezione socialista, incompleta e falsa, con una concezione che colleghi la felicità dell’uomo alla Verità assoluta, alla Bellezza assoluta, al Bene assoluto”. Polemizzando poi con i poeti decadenti, egli asserì che il nuovo poeta non avrebbe dovuto superare le frontiere della poesia e passare sul terreno della musica o della pittura, come facevano quanti mettevano insieme in maniera incoerente parole colorite o sonore in maniera curiosa. Alle correnti estetizzanti così egli contrappose un ideale romantico invitando il grande poeta a rimettere in onore l’amore. La volontà di recuperare qualche aspetto del Romanticismo emerge anche dal contenuto di un’altra conferenza, “Per la bellezza di un’idea”, con la quale egli ripropose la necessità di una simpatia tra l’uomo e la natura. Anzi poeta è detto colui che “ascolta le voci occulte delle cose e sente la vita oscura, i germi e le orme di tristezze e di gioie, nelle onde, nelle selve, nei venti, nelle rupi, nei fiori”. Per Fogazzaro poi qualunque oggetto può dare argomento all’arte, ma non sarà mai vera arte quella che non sappia trovare nella stessa persona elementi di vita superiore ed elementi di vita inferiore. Perciò i personaggi dei romanzi fogazzariani appartengono sempre ai ceti elevati, si muovono in ambienti confortevoli, nutrono sentimenti non volgari, vivono profondi ideali ed intense passioni. In certo senso insomma sono l’opposto di quelli della letteratura naturalistica che invece amava rappresentare i suburbi e la miseria dei loro abitanti. Allo stesso modo non troviamo nelle opere fogazzariane la rappresentazione diretta del male, né quella della patologia e della malattia.

     Per quanto riguarda la forma, Fogazzaro raccomandava lo studio e la pratica dei classici come i soli capaci di dare il senso della misura e del limite dell’arte. Il poeta spiritualista comunque, egli affermava che si dovesse rivolgere non ad un pubblico ristretto o ad un ceto sociale elevato, bensì ad un pubblico il più vasto possibile. Di conseguenza la sua lingua avrebbe dovuto essere accessibile per tutti, una lingua media, ma nello stesso tempo curata. Aggiungeva poi che la prima legge dello scrivere bene è il nettamente pensare e il fortemente immaginare.

     Va poi ricordata l’apologia che Fogazzaro fece del romanzo come genere letterario con il discorso “Dell’avvenire del romanzo in Italia” del 1872, nel quale leggiamo: “Maestro di tutte le seduzioni, il romanzo possiede tutte le maschere e parla tutti i linguaggi...è il libro dei grandi e dei piccini, è il poema moderno”. Egli quindi appare un oppositore anche del Verismo, non però del realismo, inteso come rappresentazione esatta del vero senza scelte di implicazione ideologica. Così privilegiò l’analisi interiore dei personaggi e volse l’attenzione alla loro interiorità.

    

    

     L’ideologia

    

     Il pensiero politico di Fogazzaro si trova espresso fondamentalmente nei romanzi “Daniele Cortis” e ne “Il santo”. Esso affonda le radici nel cattolicesimo liberale manzoniano, si collega quindi ai contenuti del pensiero rosminiano, porta avanti infine alcune istanze del modernismo.

     E’ riferibile al cattolicesimo liberale l’opposizione del nostro scrittore ad uno Stato della Chiesa, tanto che in una lettera del 1896 indirizzata a Filippo Meda poté scrivere: “...profondamente credo che il 20 Settembre sia stato una fortuna immensa per la Chiesa, abbia iniziato la purificazione, la rigenerazione della Chiesa, l’ascensione del Pontificato Romano ad altezze sublimi...vedo luminosa nella caduta del potere temporale l’azione benefica della Provvidenza”. Molto simili a quelle manzoniane sono poi le idee sul ruolo politico della Chiesa. Egli infatti fu convinto che mai alcuna riforma sarebbe stata realizzata, mai alcun problema sociale risolto, senza la cooperazione del sentimento religioso, cioè della Chiesa cattolica. Respinse poi l’ipotesi di una rivolta violenta delle classi subalterne contro il ceto dominante. Quanto infine al rapporto tra Chiesa e Stato, problema sempre assai delicato, in un discorso pronunciato a Vicenza in occasione della inaugurazione di un monumento al Conte di Cavour, mostrò di condividere appieno l’ideale dello statista piemontese di una libera Chiesa in un libero Stato.

     Ma nella considerazione dei problemi della Chiesa fondamentale per Fogazzaro fu la lettura de “Le cinque piaghe della Santa Chiesa” di Antonio Rosmini. Lo scrittore si convinse infatti dell’urgenza di una riforma di tutta la Chiesa. Le sue proposte sono quelle esposte da Maironi, il protagonista de “Il santo”, al Papa che lo ha ricevuto a colloquio. Questa riforma era pensata come possibile solo se moventesi dall’interno della Chiesa stessa con la mobilitazione di tutti gli spiriti più illuminati; avrebbe dovuto toccare l’insegnamento religioso, il culto, la disciplina del clero e la maniera di gestirsi della chiesa stessa. La sostanza di questa riforma pertanto avrebbe dovuto consistere nella fusione di due elementi: il Cristianesimo primitivo (identificato con la povertà, la preghiera, la democrazia interna alla comunità dei credenti) e l’adeguamento alle conquiste della scienza e della società moderna.

     Con l’ultima di queste richieste Fogazzaro si allacciava al contemporaneo modernismo e al problema dei rapporti tra la fede cattolica e gli sviluppi del movimento scientifico, caratterizzato in particolare dalla dottrina dell’evoluzione della specie. Non v’è dubbio che la pubblicazione della “Origine delle specie” di Darwin rischiava di mettere in crisi il dogma della creazione e che questo problema abbia angosciato per alcun tempo il nostro scrittore. Sennonché la soluzione gli apparve leggendo il libro “L’ evoluzione e le sue relazioni col pensiero religioso” dell’americano Joseph Le Conte. Fogazzaro osservava che la inconciliabilità del dogma cristiano della creazione con la dottrina evoluzionistica era predicata dagli scienziati più lontani dal Cristianesimo e dai credenti più lontani dalla scienza. Polemizzò dunque sia nei confronti dei materialisti che, da una ipotesi scientifica non ancora pienamente dimostrata, volevano dedurre conseguenze metafisiche, eliminare cioè Dio, sia contro quei cattolici che, spaventati da quelle conclusioni, finivano con il negare agli scienziati anche la scoperta scientifica. La sua tesi fondamentale per altro fu che la scoperta scientifica dell’evoluzione naturale non fosse inconciliabile con il dogma cristiano e con il racconto biblico della creazione. Per Fogazzaro non c’è nessuna ragione di fede che possa imporre la credenza di una serie di creazioni speciali successive, mediante atti creativi diretti. Anzi è utile mantenere l’ipotesi circa uno svolgimento graduale degli organismi, e in particolare del corpo umano, da una materia originaria in cui era già infusa dal Creatore tutta la serie dei successivi sviluppi. Ed afferma poi che la teoria della discendenza di tutti gli esseri viventi da una origine sola, l’idea di una attività vitale immensa, intesa a produrre dalla prima nebulosa, grado a grado, l’essere intelligente e libero, richieda più che mai la presenza, all’origine, di un essere intelligente e onnipotente. La scoperta dell’evoluzione dunque, lungi dall’approdare alla eliminazione della divinità, ne rende più alto il concetto.

     In campo più propriamente politico anche il nostro scrittore percepì la crisi profonda che investiva il sistema parlamentare del tempo. Ma questo non lo portò a negare il valore del Parlamento, bensì a pensare ad una democrazia ancora più forte, realizzabile attraverso l’estensione del diritto di voto. Nacque così l’idea del suffragio universale che avrebbe dovuto immettere nella vita politica italiana anche le masse. Dal modernismo pertanto riprese l’idea della necessità di un grande partito dei cattolici, democratico cristiano, che fosse capace di rappresentare le istanze della parte socialmente più debole della società e realizzare una politica di equità contemperando gli interessi opposti delle diverse classi sociali. Sono queste le idee che Daniele Cortis, il protagonista dell’omonimo romanzo, racchiude in un discorso che avrebbe dovuto pronunciare alla Camera. Lo scrittore vicentino infatti, osservando la realtà della società italiana, si convinse della sua iniquità e sentì forte un’esigenza di giustizia. A questo punto dovette chiarire anche i perché della sua opposizione al socialismo, al quale riconosceva tuttavia un fondo di ragione. Per lui cattolicesimo e socialismo sono inconciliabili. In un articolo del 1908 apparso su Il Giornale d’Italia affrontando questo problema egli scrisse: “Una alleanza pare naturale fra uomini che si professano discepoli di chi fu severo ai ricchi quanto pietoso ai poveri, e uomini che propugnano una distribuzione della ricchezza tale da togliere dal mondo e opulenza e povertà. Ma la realtà delle cose non consente alleanze fra questi uomini, se non effimere e parziali. Il sentimento del cristiano e il sentimento del socialista hanno radice diversa. Il primo ha radice nell’amore dato doverosamente a tutti gli uomini senza distinzione... un bene d’ordine morale...il secondo ha radice in un desiderio di giustizia senza dubbio, ma pone supremo un bene d’ordine materiale e non ha substrato di amore. Come i sentimenti, sono radicalmente diversi i metodi dell’azione cristiana e dell’azione socialista. Fine supremo un ordine materiale terrestre, mezzi violenti, nessun substrato di amore: ciò implica la negazione del Cristianesimo e di Dio, perciò la negazione religiosa è perfettamente a posto nel programma socialista”.

     Secondo G. Trombatore1 infine Fogazzaro fu grande ammiratore di Cavour e sostenitore della monarchia. Il critico infatti così scrive: “Egli non poteva acquietassi alla norma che il Re regna, ma non governa. La monarchia secondo lui, responsabile dinanzi a Dio e alla storia, era una ruota maestra del meccanismo costituzionale; se essa rimaneva inoperosa, tutto il meccanismo ne soffriva” e lo scrittore nutrì un amor di patria umile e fiero, desiderando uno Stato forte, ordinato e progressivo, capace sì di rinnovare, ma conservando.

    

     I romanzi

    

     Le prime pubblicazioni di Fogazzaro furono un poemetto in versi, intitolato “Miranda” e una raccolta di poesie intitolata “Valsolda”. L’uno è costituito da una patetica storia d’amore che ha per protagonista una ragazza prima abbandonata dall’amato e poi morta di gioia al suo ritorno, l’altra da liriche intrise da una vaga spiritualità ove però slanci mistici si mescolano ad espressioni di una certa sensualità, determinando una non risolta ambiguità. L’amore è concepito come sogno, vagheggiamento dell’oggetto desiderato, catarsi che sublima i cuori nobili, come osserva A. Marchese. E la natura è “percorsa da fremiti spirituali e dolorosi, arcani presagi: voci inquietanti che si levano dalle acque dei laghi fasciati dal velo della notte, bianchi bagliori di tempesta, fumanti mari di nebbia, selve e abissi compongono scenari di evidente derivazione nordica”.

     Egli scrisse poi opere di teatro, come l’atto unico “El garofano rosso”, in dialetto veneto, “Il ritratto mascherato” e i due atti di “Nadejda”, e infine di raccolte di novelle, come “Fedele e altri racconti” o “Idilli spezzati. La fama dello scrittore tuttavia è legata ai suoi romanzi.

     Il primo fu “Malombra”, del 1881, uscito contemporaneamente a “Vita dei campi” di Verga. Si tratta di un’opera autobiografica, avendo lo scrittore rappresentato se stesso nel protagonista Corrado Silla. La trama può essere così riassunta: Marina Malombra, donna giovane e bella, vive con un vecchio zio in un castello tra i monti e il lago. Trova un giorno per caso alcuni oggetti appartenuti ad una sua antenata, una certa Cecilia, morta reclusa in quel castello stesso per una punizione infertagli dal marito per un peccato d’amore da lei commesso. Tra gli oggetti c’è anche una lettera in cui si legge che un giorno l’antenata rinascerà, incarnandosi in una sua pronipote, per vendicarsi di tutte le sofferenze patite. Marina, anima inquieta, finisce con il convincersi d’essere lei la reincarnazione dell’ava e comincia a nutrire un odio profondo per lo zio, discendente del punitore dell’ava stessa. Quando al castello poi giunge il giovane Corrado Silla, chiamatovi per svolgere un lavoro di studioso, la donna crede di riconoscere in lui il redivivo amante di Cecilia e suscita in lui una forte passione amorosa. Ma ciò che Marina vuole è solo la vendetta, così prima fa morire lo zio, provocandone un colpo apoplettico, poi spara un colpo di pistola a Corrado, infine, salita su una barca, si inoltra nelle acque del lago e scompare per sempre.

     Il romanzo apparve alla critica del tempo come un’opera tardo- romantica, anacronistica rispetto alla contemporanea letteratura verista. In realtà Marina Malombra è già un personaggio tipico della letteratura decadente: creatura quasi demoniaca, in lei, come ha notato Piromalli, si incrociano i motivi e i sentimenti del decadentismo francese preannuncianti le donne estetizzanti o tormentate come quelle dei romanzi dannunziani. L’ambiente è quello aristocratico. Dominano poi nel libro un clima di mistero e una patina di morbosa sensualità. Per V. Branca è evidente l’influsso del romanzo “nero” nel regime notturno dominante, nei paesaggi tempestosi, il castello funereo, le agnizioni improvvise, i fenomeni di allucinazione, il sonnambulismo, le voci dell’aldilà, ecc. mentre la protagonista sarebbe una creatura onirica ispirata al tipo della belle dame sans merci, un nodo d’ombra e di luce, di occulte malizie, una via di mezzo tra le donne fatali del primo Verga e la superfemmina dannunziana. Corrado invece appare, secondo la interpretazione di G. De Rienzo, una delle prime figure di inetto della nostra letteratura: “un emblema della crisi di valori della società italiana post risorgimentale, lacerata nei conflitti economici e politici”. A livello stilistico si nota soprattutto la presenza del dialetto al fine di un maggiore realismo.

     Del 1885 invece è il “Daniele Cortis”, manifesto delle idee politiche dello scrittore vicentino. La trama è la seguente: Elena, in gioventù innamorata di un suo cugino, è ora moglie di un barone siciliano, un politico corrotto che disonora il senato di cui è membro e che la umilia con i suoi comportamenti. Un giorno incontra di nuovo il cugino, Daniele Cortis, divenuto anch’egli personaggio della vita politica nazionale. Rinasce immediatamente l’amore ma sia l’uno che l’altra, coscienti della immoralità di una loro eventuale relazione, finiscono con il rinunciare ad avere rapporti carnali, Elena anzi decide di partire per il Giappone insieme con il marito e sottrarsi così ad ogni rischio. Lascia solo un biglietto a Daniele per fargli capire che continuerà ad amarlo per sempre.

     Il romanzo dunque è fondato sul dramma di un amore infelice e sulla rinuncia dettata dal senso del dovere e dalla morale religiosa; esso è in qualche modo l’esaltazione dell’amore platonico. Per quanto attiene alla vicenda sentimentale il romanzo registra “il tipico conflitto fogazzariano fra amore e dovere religioso e si risolve nel sacrificio della passione: sull’attrazione sensuale trionfa una charitas scorporata e celestiale che rimanda nell’aldilà l’unione dei cuori e delle anime”. ( A. Marchese).

     Il suo successo però non fu dovuto solo alla natura sentimentale della vicenda narrata, ma anche, forse soprattutto, ai contenuti politici presenti nei discorsi che Daniele pronuncia di fronte agli elettori o al Parlamento. In essi si difende la monarchia, si chiede una evoluzione sociale, la pace con il Vaticano, la divisione dei poteri tra Stato e Chiesa. Nel momento in cui l’opinione pubblica borghese era allarmata dalle agitazioni socialiste, i ceti medi aspiravano alla pace sociale, i cattolici tendevano a riorganizzarsi in un partito, queste idee di Fogazzaro incontrarono grande consenso e determinarono la grande diffusione del libro.

     Un nuovo romanzo fu poi pubblicato nel 1895: “Piccolo mondo antico” che si può considerare il primo di una tetralogia che ruota intorno alla famiglia Maironi. La vicenda narrata è la seguente: Franco Maironi, un giovane di animo nobile e sensibile, vive, in una località della Valsolda tra i monti ed il lago di Lugano, con una vecchia ed arcigna nonna che lo prese con sé quand’ egli rimase orfano di entrambi i genitori. In verità la nonna lo ha defraudato dell’eredità, grazie ad un falso testamento. Tra i due comunque non c’è molto affetto essendo la vecchia un’austriacante e Franco invece animato da sentimenti patriottici. La donna vorrebbe anche ostacolare l’amore del giovane per una ragazza non nobile e povera ma intelligente e sensibile. Franco tuttavia la sposa segretamente sperando di piegare i sentimenti della vecchia che invece non cede neppure quando le nasce una nipotina. Essa anzi, dopo averli diseredati, comincia a perseguitare anche lo zio che è andato a vivere con la coppia, finché non riesce a farlo licenziare dal suo lavoro, così privando i due giovani di ogni aiuto economico. Sennonché succede che Franco viene a conoscenza del testamento lasciato dal nonno con il quale lo nominava erede universale. A questo punto la moglie Luisa vorrebbe affrontare la nonna per rinfacciarle il mal fatto, Franco invece preferisce non farne nulla, per non infangare il nome della propria famiglia. Decide così di trasferirsi a Torino per lavorare presso un giornale. Da lì può inviare alla piccola famiglia parte dei suoi guadagni. Ma Luisa non si rassegna a perdere l’eredità che spetta al marito e decide in sua assenza di affrontare la vecchia. Mentre dunque sta per farlo, è costretta a tornare velocemente indietro, richiamata dalle grida della sua bambina che, rimasta sola, è caduta nel lago dove annega. Questo provoca la disperazione della donna che arriva anche alle pratiche medianiche per ristabilire un contatto con la figlia. Franco, pure duramente colpito, riesce ad assorbire meglio la disgrazia, ma è costretto a separarsi dalla moglie. I due si rivedranno solo quand’egli la manderà a chiamare essendo in procinto di partire per la guerra. Allora, grazie anche alla mediazione dello zio, i due si riconcilieranno e rinascerà tra loro l’amore. Questo romanzo viene da taluni considerato il vero capolavoro dello scrittore. B. Croce lo sentì come espressione di una lotta di anime, un contrasto intimo tra due sposi. Sta di fatto che riscosse un incredibile successo di critica e di pubblico, tanto che fu tradotto in francese e in polacco e realizzò più vendite de “Le vergini delle rocce” di D’Annunzio.

     Nel 1901 apparve “Piccolo mondo moderno” che vuole essere una continuazione del romanzo precedente. Protagonista stavolta è Piero Maironi, figlio del Franco di “Piccolo mondo antico” e dal quale ha ereditato la tendenza al misticismo. Rimasto orfano di entrambi i genitori, Piero viene preso dai marchesi Seremin dei quali sposerà la figlia. Il matrimonio però è rattristato da una malattia mentale, che colpisce la giovane donna in maniera così grave, da costringere la famiglia a rinchiuderla in una casa di cura. Se non bastasse Piero è colto da una duplice crisi, la prima di natura religiosa e per la quale perde la fede, la seconda di natura politica e per la quale valuta negativamente il partito dei cattolici. A queste se ne aggiunge una terza di natura sentimentale: conosciuta la bella Jeanne Dessalle, donna colta e raffinata, sposata ma separata dal marito, se ne innamora. La crisi politica sembra avviarsi a soluzione quando Piero accetta la candidatura a sindaco offertagli dai cattolici e vince le elezioni. Sennonché le dicerie sul suo amore per una donna sposata e le conseguenti calunnie lo costringono alle dimissioni. Per quanto riguarda la storia con Jeanne, essa si sviluppa in maniera strana perché pur amandosi reciprocamente, i due non riescono a dare sbocco naturale al loro amore, sia per le remore morali di Piero, sia per i condizionamenti psicologici della giovane donna che, a causa di negative esperienze fatte con il marito, aborre da ogni contatto di natura sessuale. Quando finalmente queste difficoltà stanno per essere superate, Piero riceve la notizia che la propria moglie è morente. Corre allora al suo capezzale proprio quando avrebbe finalmente potuto possedere Jeanne. Ha con lei un tenerissimo dialogo e, successivamente, una visione. Decide allora di rinunciare sia al suo patrimonio che all’amore con Jeanne e, sepolta la moglie, una mattina improvvisamente scompare.

     Il “piccolo mondo” che qui si vuole descrivere è quello post-unitario e provinciale, fatto di ambizioni e di beghe, cui fa da pendant quello aristocratico della ricca borghesia, rappresentato soprattutto nel fratello di Jeanne, Carlino, un po’ dandy e un po’ artista decadente. Tra i personaggi secondari una certa importanza ha la figura di don Giuseppe Flores, con la quale l’autore esprime il suo ideale di sacerdote mite ed illuminato

     Il terzo romanzo della tetralogia fu “Il santo” comparso nel 1905. Evidente continuazione del precedente, vi si narrano le vicende di Piero Maironi e Jeanne la quale, venuta a sapere che Piero, del quale è ancora innamorata, si è ritirato nel convento benedettino di Subiaco e col nome di frate Clemente, convince l’amica Noemi che le ha dato questa notizia, a portarla in casa del cognato Giovanni Selva il quale è solito riunire vari intellettuali per dibattere problemi di natura religiosa e in particolare quello di una riforma della Chiesa. Una volta a Subiaco riconosce Piero sotto le sembianze dell’ortolano del convento col nome di Benedetto e riesce ad ottenere da lui un incontro. Ma Benedetto viene allontanato dal monastero e si rifugia nelle vicinanze di Jenne. Lì, per le sue azioni di carità nei confronti dei diseredati, dei poveri e degli ammalati, si guadagna la fama di santo e si vocifera di miracolose guarigioni da lui operate. Questa fama provoca però l’intervento delle autorità, sia civili che religiose, le quali temono esplosioni incontrollate di fanatismo religioso tra la popolazione. Benedetto è costretto al lasciare anche Jenne e si rifugia a Roma. Nella città eterna lo segue di nuovo Jeanne per aiutarlo alla bisogna. Benedetto cerca ed ottiene un’udienza con il Papa al quale con semplicità espone le piaghe della Chiesa illustrando anche la strada da seguire per salvarla nel contesto sforzandosi anche di difendere i modernisti. Alla fine Piero ammalato riceve tutti i suoi amici e, con essi, anche Jeanne alla quale morendo porge il crocefisso che è nelle sue mani. La donna, che si è sempre professata non credente, lo prende nelle sue mani e lo bacia manifestando pubblicamente la sua conversione, quindi Piero appagato muore.

     Questo romanzo viene considerato dalla critica contemporanea come la maggiore espressione del decadentismo fogazzariano. Così C. Salinari ha voluto vedere nel fanciullino pascoliano, nel superuomo dannunziano e nel santo fogazzariano appunto i tre maggiori miti dello stesso decadentismo italiano. Ma la sua importanza è soprattutto nei contenuti di natura ideologica per i quali nel 1906 fu messo all’Indice. Come si è già detto il programma del  pensato da Fogazzaro viene esposto al Papa da Benedetto. Secondo il giovane in primo luogo è necessario che la Chiesa superi la scissione realizzatasi tra verità religiosa e verità della scienza ; poi è necessario, superare la concezione ipocrita che per essere buoni cristiani sia sufficiente la partecipazione esteriore alle pratiche del culto, combattere lo spirito di dominazione del clero e quello di avarizia, non solo indicando ai sacerdoti un modo di vita più rispondente alla povertà iniziale della Chiesa, ma anche bandendo dalle loro menti il rispetto per la ricchezza; infine smuovere lo spirito di immobilità per cui si avversa il cattolicesimo progressista. In particolare Benedetto chiede che i sacerdoti vivano poveri per obbligo come per obbligo vivono casti, che il Papa esca dal Vaticano e cerchi il contatto con le folle dei fedeli e che lasci partecipare il popolo alla elezione dei vescovi per far sì che siano scelti uomini amati e riveriti, capaci poi di andare tra la gente per edificarla. Nello stesso tempo Benedetto vorrebbe che il Cristianesimo fosse inteso come impegno, affermando che la religione è azione, è vita secondo verità.

     L’ultimo romanzo fogazzariano fu “Leila”, pubblicato nel 1910. La trama si può riassumere così: Massimo Alberti, discepolo prediletto di Benedetto, ama Leila, ragazza non credente che lo respinge, e deve subire calunniosi attacchi da parte dei suoi nemici per la sua vicinanza ideologica ai modernisti. Ciò provoca una incrinatura nella sua fede ed un suo allontanamento prima dagli amici, poi dal mondo. Con il tempo però Leila riesce a riportarlo nella vita mentre la partecipazione alla traslazione della salma di Benedetto, dal monastero al suo paese in Valsolda, lo riconduce anche alla fede.

     Nel romanzo, secondo L. Borri, è presente largamente l’intento realistico con tutta una serie di personaggi umoristici, macchiettistici e bizzarri che animano interi capitoli e, quanto al messaggio ideologico, venne considerato dai modernisti una specie di voltafaccia. Gli elementi tuttavia che vi si riscontrano di critica contro il clero corrotto e intrigante, ogni atteggiamento bigotto assieme ad elementi di critica religiosa fecero sì che anche “Leila” fosse messo all’Indice.

     Ora tutti questi romanzi hanno certamente dei comuni denominatori. Il primo è da ravvisare nei personaggi protagonisti: sono essi tutti uomini di cultura superiore, di grande sensibilità religiosa, pieni di slancio altruistico, attenti al sociale e per questo anche agli svolgimenti della vita politica nazionale. Con la società vivono un rapporto ambiguo per il quale vorrebbero impegnarsi nelle battaglie politiche, ma poi più spesso preferiscono ritirarsi in solitudine. Di animo tormentato, vivono anche complicate esperienze sentimentali, combattuti tra la loro coscienza morale e le loro passioni amorose, anche su questo terreno più inclini alla rinuncia che all’esperienza. Cristiani nel profondo, praticano la legge del perdono, non quella della vendetta. Inutile dire che questi personaggi altro non sono che proiezioni di aspetti della personalità di Fogazzaro stesso. Ci sono poi le protagoniste femminili. Anche le donne dei romanzi fogazzariani sono di cultura ed istruzione elevate, dotate di particolare sensibilità, ma sul terreno della fede non hanno certezze, nella vita mondana dimostrano più senso pratico, i loro sentimenti sono più immediati e non tendenti alla sublimazione. A livello dei contenuti poi si riscontra una certa circolarità sui temi dell’amore impossibile, sulla necessità di una riforma della Chiesa, sul degrado della vita politica. Gli ambienti preferiti sono quelli della borghesia cittadina, comunque tutti sempre descritti con grande realismo. La lingua infine vuole anch’essa essere realistica il più possibile mescolando al buon toscano espressioni dialettali.

     Secondo G. Trombatore poi i romanzi fogazzariani sarebbero caratterizzati da una visione idillica della vita sociale. Questo perché essa vi appare “una beata e quieta Arcadia, dove tutto va per il verso giusto...l’ordinamento sociale attuato dalla borghesia non è mai seriamente turbato...gli urti e i contrasti o non nascono dalle differenze sociali o sono posti e risolti secondo i principi borghesi...Ognuno sa stare al suo posto, e vi sta spontaneamente, naturalmente. Fra i vari strati sociali non corrono relazioni d’interesse, ma d’affetto...”. Questo è vero, ma non può essere considerato un difetto, come il critico su citato vorrebbe, bensì una peculiarità positiva scaturente dalla volontà dell’autore, di opposizione alla corrente verista che aveva rappresentato invece solo gli aspetti negativi della società enfatizzandoli, e di rappresentazione di un mondo offerto come modello. I romanzi fogazzariani infine fanno emergere la considerazione dello scrittore per la cultura consideratavi come cosa viva. Così la letteratura penetra attraverso le citazioni di autori inglesi, francesi, tedeschi come Goethe, Chateaubriand, Shakespeare, e vi appare il latino, come lingua dei mistici, e la grande musica, sia essa quella di Mozart o di Schumann o quella dei nostri Corelli e Pergolesi, e le arti figurative, con il ricordo di opere del Guercino o la descrizione degli affreschi di Villa Valmarana. Elementi questi ultimi che trovano un corrispondente nei romanzi dannunziani dove essi però sono posti come espressione di estetismo.

     A livello stilistico la caratteristica dominante è da individuare invece in un largo fremito romantico, non incomposto, ma sempre decorosamente atteggiato.

    

    

    

Opere citate

 

Borri L.  Fogazzaro, in D.A.I. Messina 1973

Branca V.  Introduzione a Fogazzaro. Milano 1982

Croce B. La letteratura della nuova Italia. Bari 1945

De Rienzo G.  Fogazzaro e il decadentismo.  Modena 1994

De Rienzo G.  Fogazzaro e l’esperienza della realtà.  Milano 1967

Marchese A.  Storia intertestuale della Letteratura Italiana. Messina 1990

Salinari C.  Miti e coscienza del decadentismo italiano.  Milano 1978

Trombatore G.  Fogazzaro. Messina 1945

 

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