Italo Svevo
Sommario: La biografia - L’ideologia - La poetica - I romanzi: Una vita - Senilità - La coscienza di Zeno - Altre opere
La biografia
Italo Svevo è lo pseudonimo di Ettore Schmitz, nome d’arte scelto dallo scrittore ad esprimere la volontà di conciliazione delle due anime che erano in lui. I genitori infatti erano ebrei, ma il padre di origini tedesche, la madre invece, Allegra Moravia, italiana. La famiglia comunque si considerava italiana e viveva di commerci. Ettore dunque nacque a Triste nel 1861 e da bambino fu mandato a studiare a Würzburg, città della Baviera, ma con forti legami culturali con l’Italia. Lì egli apprese rapidamente la lingua tedesca e poté leggere le opere di scrittori sia tedeschi che inglesi e russi. Tornato a Trieste si iscrisse presso l’Istituto Superiore di Commercio “Revoltella”, volendo il padre avviarlo al commercio. Il tracollo finanziario dell’azienda di famiglia sconvolse però questi piani ed Italo finì con l’impiegarsi presso una filiale triestina della Banca Union di Vienna. Nel frattempo tuttavia egli aveva conosciuto la redazione de L’Indipendente, giornale diretto da Riccardo Zampieri, amico del patriota Oberdan, e di chiara impostazione irredentistica. In questo periodo Italo approfondì le sue conoscenze letterarie avvicinandosi ai grandi classici della letteratura italiana, Boccaccio, Machiavelli, Guicciardini, ed anche agli scrittori francesi Flaubert, Zola, Balzac, Daudet ecc. Nel 1896 sposò Lidia Veneziani, figlia di un grosso industriale produttore di vernici e, dopo alcuni anni, entrò a lavorare in quella ditta. Divenne così un imprenditore che coltivava la passione per il violino e per la letteratura. Dopo l’insuccesso anche del suo secondo romanzo, Senilità, apparso a puntate su L’Indipendente, per più di due decenni non pubblicò altro, dedicandosi alla sua azienda. Ebbe tuttavia modo di conoscere personalmente James Joyce, che fu suo insegnante di inglese, e di avvicinarsi al pensiero di Freud. Dopo aver pubblicato nel 1922 “La coscienza di Zeno”, che finalmente lo affermò come scrittore, nel 1928 morì a seguito di un incidente automobilistico.
La poetica
Svevo ebbe una concezione impegnata della letteratura. Nella crisi di valori della società contemporanea, lo scrittore vide che essa non poteva più svolgere un ruolo consolatorio, né costituire una via di evasione dalla realtà, né essere più racconto mitico: ormai avrebbe potuto essere soltanto ricerca intellettuale, strumento di analisi, volta a trasmettere alcune fondamentali scoperte e tra queste il carattere ambiguo della nostra personalità, complessa e contraddittoria. La nuova letteratura avrebbe dovuto allora assumere come protagonista un personaggio non più suscettibile di una interpretazione univoca. Comparve così nell’opera sveviana una figura nuova di eroe: l’inetto. Questo carattere umano ha certamente dei precursori in personaggi della narrativa russa, per esempio di Turgenev o di Dostoevskij, ma in Svevo diviene figura centrale. L’inetto sveviano pertanto è caratterizzato soprattutto dal velleitarismo, dalla sproporzione tra le sue ambizioni e le sue capacità, dalla sua tendenza a vivere più con la fantasia che nella realtà. Pieno perciò di inibizioni, di frustrazioni, avverte la sua inferiorità e subisce gli eventi, non li domina. Egli dunque è un eroe in senso negativo, è colui che soggiace passivamente ai condizionamenti ambientali e alle pulsioni dell’inconscio che lo privano di ogni possibilità di scelta. Egli è un abulico, un essere privo di forte volontà, più incline alla contemplazione che non all’azione.
L’ideologia
Per comprendere sino in fondo la personalità di Italo Svevo occorre tener conto della natura dell’ambiente culturale in cui egli visse. Trieste, al tempo del nostro scrittore, era città franca dell’Impero Austro-ungarico. Grande porto ed emporio mercantile attraverso il quale transitavano merci dirette in tutta Europa, aveva particolari legami con Vienna ovviamente, Budapest e Praga. Nella città viveva pertanto una folla di individui delle più diverse nazionalità: italiani, slavi, turchi, tedeschi, greci, ebrei...Città prevalentemente borghese e mercantile, si collocava nell’area culturale della Mittel Europa (col nome di Mitteleuropa = Europa di mezzo, si indicava la parte centrale dell’Europa con limiti geografici che andavano dal Mar del Nord e dal Baltico sino all’Adriatico; a questi confini geografici però non corrispondevano altrettanto chiari confini culturali giacché si considerava Mitteleuropa, sotto questo riguardo, tutta l’area anche dominata dalla monarchia asburgica). Le persone colte di Trieste leggevano autori francesi, russi, tedeschi, scandinavi e inglesi. Si coltivavano con attenzione la musica e la pittura. Questa borghesia tuttavia non costituiva un blocco unitario e la città era sottoposta a forti tensioni sociali. I lavoratori portuali infatti per primi avevano assimilato il portato della propaganda socialista ed anarchica; vi erano poi gli irredentisti italiani assai attivi mentre parte della popolazione si atteggiava a cosmopolita. In questo crogiolo di diverse posizioni dovette subito orientarsi Svevo. Quantunque poco vocato all’attivismo politico, frequentando L’Indipendente si sensibilizzò nei confronti del problema delle terre italiane irredente, si accostò anche al socialismo sia per aver personalmente conosciuto Bebel, teorico della socialdemocrazia, sia per aver letto qualcosa di Marx. Tuttavia non credette nella possibilità di una rivoluzione capace di stabilire la giustizia sociale. Nel suo unico lavoro di contenuto politico, il racconto “La tribù”, egli mostra di avere coscienza dello sfruttamento della classe operaia necessariamente connesso con lo sviluppo della società industrializzata, del carattere utopico delle dottrine egualitarie, alle quali guarda tuttavia con simpatia.
Da un punto di vista filosofico egli si avvicinò all’evoluzionismo darwiniano, ma non credette che le dottrine di quel pensatore fossero sufficienti a spiegare e a capire la condizione umana e vide come la pretesa di spiegare l’essenza dell’uomo all’interno di leggi naturali necessarie ed immutabili si scontrasse contro la concezione del comportamento umano come scaturente da un fondo psicologico complesso e contraddittorio. Attraverso la lettura di Schopenhauer infatti egli era arrivato alla convinzione della non riducibilità dell’agire umano alle semplici leggi positive. Anche Svevo infatti affermò che le motivazioni razionali del comportamento umano non fossero che la copertura di pulsioni profonde la cui dinamica non è riducibile al determinismo psicologico dei positivisti. Ma la parte più originale del pensiero sveviano è nel concetto di malattia. A. Grillini1 così ricostruisce questo pensiero: “Gli animali che si sono succeduti sulla faccia della terra si sono saputi adattare all’ambiente, modificando la struttura del proprio corpo in funzione di una più efficace lotta per la vita: si sono coperti di peli, si sono forniti di zanne e di artigli, hanno corazzato la propria pelle...A un certo punto è comparso l’uomo, il più debole, il meno specializzato e adattato fra tutti gli animali, un essere nudo e indifeso a causa di una dose assai più sviluppata di anima. L’anima indica nel testo sveviano l’indisponibilità umana ad un adattamento totale e definitivo, la capacità di conservare parte delle potenzialità iniziali e di rimanere allo stato di “abbozzo”...per lunghi secoli l’uomo ha vissuto a fianco del mammuth...ma il mammuth, privo di anima, è scomparso, soccombendo di fronte agli imprevisti capovolgimenti di clima e di ambiente, mentre l’uomo è sopravvissuto, proprio grazie a quella che poteva sembrare la sua debolezza. La stessa opposizione mammuth-uomo si riproduce all’interno della specie umana: ci sono degli uomini che si sono integrati nel loro ambiente sociale e ce ne sono altri pochi che tale integrazione non hanno saputo o voluto accettare, rimanendo più degli altri in uno stato di disadattamento. I primi producono, mandano avanti la società e sono psicologicamente sani; i secondi, non adatti, malati nella volontà e nello spirito, incapaci di vivere in maniera semplice e diretta, appaiono inutili nel presente, ma costituiscono una ricchezza per tutti, giacché sono essi a custodire, nella loro indeterminatezza, i lineamenti ancora incerti del possibile uomo futuro. Nei tempi lunghi sono gli uomini di questo tipo ad avere la meglio...la malattia, in questa accezione, non è più soltanto il segno di una sconfitta individuale, di un fallimento esistenziale, di una caduta nella lotta per la vita, ma è il sintomo di un malessere connaturato al vivere e nello stesso tempo la condizione imprescindibile per la rivelazione, anch’essa in continua evoluzione, del senso della vita”. Con ciò Svevo rovescia Darwin, indicando nell’uomo non adattato all’ambiente, come tra gli animali, la punta più alta dell’evoluzione.
I romanzi
Il primo romanzo pubblicato da I. Svevo fu “Una vita” apparso nel 1892. Vi si narrano le vicende del giovane Alfonso Nitti che, lasciato il paese natale, si trasferisce a Trieste dove trova lavoro come impiegato in una banca. La sua vita si svolge in maniera monotona tra l’ambiente di lavoro, la casa pensione, ove egli è andato ad abitare, la biblioteca cittadina, nella quale ogni tanto si rifugia, finché, in occasione di un ricevimento dato dal proprietario della banca, il signor Maller, egli non ne conosce la figlia Annetta e se ne innamora. La ragazza, pur avendo diversi corteggiatori, comincia a frequentare Alfonso e a nutrire per lui un sentimento di affetto, attratta soprattutto dalle qualità artistiche del giovane che ha progettato un romanzo e che ora vuole scriverlo proprio con la sua collaborazione. Dalla frequentazione assidua nasce tra i due giovani l’amore. Alfonso potrebbe chiedere la mano di Annetta, ma tentenna finché, approfittando di una malattia che ha colpito la vecchia madre rimasta in paese, decide di andare da lei. Quando dopo diverso tempo torna a Trieste, Alfonso trova ormai Annetta fidanzata ad un altro uomo e scopre infranto per sempre il suo sogno d’amore. Il giovane si rende presto conto che, anche sul posto di lavoro, ormai le cose sono per lui cambiate in peggio, tanto che è stato assegnato ad una mansione di minore importanza; ma lo smarrimento più totale lo subisce dopo che viene sfidato a duello dal fratello di Annetta, presentatosi ad un appuntamento al quale sarebbe dovuta andare la ragazza. Decide allora di suicidarsi ed attua questo suo proposito senza che il fatto susciti troppo clamore in città e tra i suoi conoscenti.
Ora questo romanzo presenta non pochi legami con la narrativa ottocentesca. Come prima cosa infatti risente della letteratura realista, essendo volto a mettere in luce, in tutti i suoi particolari, l’ambiente di lavoro delle banche e, con esso, la mentalità della classe borghese mercantile ed imprenditoriale che intorno a quelle gravitava. Opera di denuncia, giacché l’autore non condivide la logica del guadagno ad ogni costo né il cinismo di una società che come valore conosce solo il dio denaro; ma anche di evidente autobiografismo, fondata com’è sulla personale esperienza di Italo, già impiegato di banca. Sotto altri riguardi “Una vita” può apparire un romanzo sociologico nella contrapposizione evidente tra il sistema di valori delle opposte realtà della vita contadina e della cittadina. Sotto questo riguardo la vicenda di Alfonso esprime le problematiche connesse all’inurbamento e all’incapacità di adattamento del giovane all’ambiente nuovo in cui si trova; elementi questi che fanno pensare a quest’opera come ad un epigono della letteratura campagnola. Ma la storia di Alfonso può anche essere letta come una mancata iniziazione alla vita, il che ci porterebbe nell’ambito del “romanzo di formazione”, il Bildungsroman; o ancora come un’opera dettata dall’adesione dello scrittore alle idee del darwinismo sociale, per cui Alfonso sarebbe un soccombente nella lotta per la sopravvivenza. Per capire sino in fondo il romanzo allora, è necessario concentrare l’attenzione sulla figura del protagonista. Alfonso è un individuo che appare sempre incapace di adeguarsi alla realtà, egli riesce a realizzare le sue aspirazioni solo nell’immaginazione, nella fantasia; messo di fronte alla realtà, non la domina ma ne è dominato, sicché si rifugia più spesso nel sogno. Ciò però non impedisce che si generino in lui frustrazioni, sicché vive una vita profondamente infelice nella coscienza o della sua inferiorità rispetto agli altri, o, quando si lascia ingannare dalla sua ragione, in quella della sua superiorità che lo confina però nella solitudine. Egli può apparire persino un nevrotico che nasconde a se stesso la propria malattia, che si auto inganna. La caratteristica fondamentale di questo personaggio è pertanto il velleitarismo o, se si vuole, l’inettitudine. Alfonso Nitti dunque è il primo grande “inetto” della nostra letteratura. A livello stilistico il romanzo si giova soprattutto della tecnica del monologo interiore che rivela i legami di Svevo con Joyce e attraverso la quale la vicenda è sempre ricondotta all’angolo visuale del protagonista. Per quanto riguarda la lingua invece si assiste allo sforzo dell’autore di arrivare ad un’espressione correttamente italiana attraverso il passaggio ad esempio delle espressioni dialettali nella forma della lingua ufficiale, ma che registra diverse locuzioni disusate o termini non corretti.
Il secondo romanzo apparve nel 1898 ed è “Senilità”. Personaggio protagonista è Emilio Brentani, anch’egli con velleità artistiche, piccolo scrittore di provincia che vive con la sorella Amalia una vita monotona da impiegato, ravvivata sola dall’amicizia con un certo Balli, anch’egli artista fallito, ma che in compenso riscuote successi con le donne. Ed una donna, alla fine, entra anche nella vita di Emilio: è Angiolina, una popolana procace, istintiva, un po’ volgare, ma piena di vita. In breve Emilio se ne innamora e riesce anche a intrecciare una relazione con lei. Vorrebbe farle un po’ da Pigmalione, ma la ragazza finisce con il tradirlo con altri uomini e poi si concede anche al Balli. Contemporaneamente dello scultore si innamora anche Amalia che si consuma letteralmente per lui. Sentendosi infatti respinta, offesa nella sua femminilità, si lascia vincere dalla tentazione dell’etere con cui si droga. Quando Emilio scopre i sentimenti della sorella e invita il Balli a non più frequentare la propria casa, è troppo tardi: la sorella ormai delira, crede di essere sposata con il Balli, e muore stroncata dall’etere. Emilio a questo punto decide di lasciare per sempre Angiolina e dimenticarla , nello stesso tempo rinuncia anche alla vita, non però suicidandosi, bensì rifugiandosi e chiudendosi in un’inerzia totale.
A questo punto siamo in grado di comprendere il titolo del romanzo che fa riferimento appunto ad una condizione psicologica di abulia e di rinuncia alla vita, alla condizione di chi non sa più essere giovane e riesce a rimuovere ogni spinta vitalistica, ogni desiderio. Come scrive A. Grillini2, Emilio si chiude in una precoce senilità “in uno stato patologico che della vecchiaia naturale riproduce l’assenza di futuro e la propensione a vivere nel ricordo, nel sogno, nella contemplazione”.
Anche questo romanzo fu completamente ignorato dalla critica letteraria del tempo. Rispetto al precedente possiamo notare diversità ed analogie. Consistono queste diversità nella minore attenzione nella descrizione esteriore degli ambienti, nella mancanza di interesse dello scrittore per gli elementi di natura sociale, nella quasi assenza di personaggi minori, concentrandosi la narrazione nell’analisi dei quattro protagonisti. Lo strettissimo legame di continuità con “Una vita” invece è dato dal personaggio di Emilio, fratello gemello di Alfonso. Anche Emilio infatti è un inetto analizzato in tutti i suoi sentimenti, i suoi pensieri. Appartiene alla stessa classe sociale di Alfonso: è anch’egli un artista piccolo borghese mortificato dalla società che non ne riconosce il valore. Ma i due si somigliano soprattutto da un punto di vista psicologico: anche Emilio è fondamentalmente un debole, un uomo incapace di affrontare la realtà e che per questo si è costruito un mondo a sua dimensione che lo garantisce dalla violenza e dalla cattiveria degli altri, ma che anche lo isola. E quando con la realtà esterna entra in contatto, per esempio innamorandosi di Angiolina, allora resta deluso e sconfitto da quella realtà.
Per questo aspetto del contrasto tra il mondo sognato e quello reale, questo personaggio può essere considerato anche un epigono dell’eroe romantico, ma di quello poi gli manca completamente la volontà pugnace, il senso di ribellione, il sangue caldo nelle vene, la volontà di lotta. Come scrive A. Grillini3 “Emilio è un inetto incapace di aderire schiettamente alla vita, portato a sovrapporre all’azione un’attività analitica paralizzante, che da un lato gli consente squarci di autocoscienza dolorosa, dall’altro si lascia tentare continuamente da sofismi auto ingannatori”.
Secondo una certa interpretazione sociologica, Emilio incarnerebbe invece l’impotenza sociale del piccolo borghese declassato, frustrato da una condizione alienante e spersonalizzata . Per questo si è detto che egli costituisce un tipo sociale collegabile a precise coordinate storiche, quelle del tempo di Svevo appunto, e rappresentante l’intellettuale nel momento della crisi della società sulla fine dell’Ottocento. E Svevo avrebbe dunque espresso attraverso di esso la piena coscienza di questa crisi.
Sotto altri riguardi “Senilità” costituisce un esempio di romanzo psicologico essendo l’attenzione dello scrittore sempre volta ad analizzare l’interiorità dei protagonisti e di Emilio in particolare. Secondo A. Grillini4 anzi “il vero oggetto del libro è la rappresentazione dei meccanismi contorti dell’autocoscienza del protagonista, i quali si sviluppano faticosamente tra momenti di lucidità e momenti di auto inganno, fino all’esito patologico finale (la senilità)”.
Per quanto riguarda gli altri protagonisti del romanzo, è stato notato come il Balli rappresenti l’antieroe del romanzo, nel senso che sembra possedere tutte quelle doti che ad Emilio mancano, essere l’elemento positivo opposto a quello negativo. Sicurezza di sé, intraprendenza, successo in amore sembrano le sue qualità positive invidiate dall’amico. In realtà anche Balli cela al suo interno un’intima debolezza, come scrive G. Baldi5 “con la sua fisionomia di piccolo superuomo rappresenta il tentativo di rovesciare velleitariamente l’impotenza in onnipotenza, mascherando la debolezza con l’ostentazione della forza dominatrice”.
Da un punto di vista stilistico “Senilità” è un romanzo in cui si registrano talvolta interventi del narratore, che esprime suoi giudizi e commenti critici, tal altra si assume nella narrazione la prospettiva del protagonista. Da notare che già in questo romanzo comincia ad emergere un atteggiamento di auto-ironia del protagonista. Anche la struttura poi appare mutata. Non abbiamo più infatti un protagonista assoluto, continuamente analizzato nelle sue caratteristiche psicologiche, ma un insieme di quattro personaggi che interagiscono tra loro.
Il terzo romanzo sveviano, “La coscienza di Zeno”, apparve nel 1923, ben venticinque anni dopo il secondo. Questo ritorno all’arte dopo così tanto tempo fu dovuto almeno a due fattori esterni. Il primo fu l’amicizia che nacque tra il nostro scrittore e Joyce, in quegli anni a Trieste, e che fu anche maestro di inglese di Svevo: lo scrittore dublinese lesse le opere di Italo, ebbe parole di elogio per lui, lo stimolò a continuare. Il secondo fu invece il diffondersi delle teorie di Freud a Trieste e in modo particolare nell’ambiente ebraico, libero da remore religiose e aperto a nuove esperienze culturali e in cui si era determinata una sorta di moda per la psicanalisi. A ciò aggiungasi il fatto che Svevo trovava una congenialità di fondo tra la sostanza della dottrina di Freud ed alcune istanze della propria poetica.
Il romanzo dunque presenta una struttura insolita e manca di una trama vera e propria. Si apre infatti con una Prefazione nella quale un certo dott. S., psicanalista, dichiara di aver voluto pubblicare per vendetta il diario per lui scritto da un suo ex paziente, Zeno Cosini, che, sul più bello, ha interrotto la cura. Segue un Preambolo in cui si presenta Zeno il quale si accinge a ripercorrere con la memoria le tappe fondamentali della sua vita. Abbiamo quindi cinque capitoli rievocativi di quegli episodi e intitolati rispettivamente: Il fumo, La morte di mio padre, La storia del mio matrimonio, La moglie e l’amante, Storia di una associazione commerciale. Conclude l’opera un ottavo capitolo intitolato Psico-analisi che fa da pendant ai primi due.
Il contenuto è stato così riassunto da L. Nanni6: “Il fumo -Zeno pensa che causa della sua malattia sia il fumo. Decide di liberarsene, prima con propositi precisi fatti a se stesso e vincolati a date scritte un po’ ovunque, sottolineate da un solenne U.S. (Che non vuol dire Stati Uniti, ma semplicemente Ultima Sigaretta) e poi facendosi ricoverare in una casa di cura, dove però non passa nemmeno una notte, perché preso dalla sua solita irragionevole gelosia per la moglie (non lo tradirà, in sua assenza, proprio con il medico che l’ha in cura?), corrompe l’infermiera e se ne torna bellamente a casa dove la moglie, fedelissima, lo accoglie con un benevolo sorriso. La morte del padre - narra delle civili incomprensioni che dividono padre e figlio. Il padre non ha difficoltà a convincersi che il figlio, sempre pronto a ridere a sproposito, sia effettivamente pazzo. Il figlio, per parte sua, è piuttosto ribelle, ma solo in teoria, dentro di sé insomma, perché oggettivamente si può dire che sia un ragazzo abbastanza tranquillo e ubbidiente. Ma ecco che il padre si ammala di edema cerebrale. Si mette a letto. Il figlio lo vuole curare, lo costringe, anche perché il medico così gli ha imposto di fare, a stare a letto, e quando il padre vuole a tutti i costi alzarsi egli usa la forza. Il padre con un ultimo sforzo alza il braccio e muore. La mano ricadendo colpisce il volto del figlio. Uno schiaffo. Volontario? Questo dubbio doloroso Zeno se lo porterà dentro tutta la vita. La storia del matrimonio - Zeno incontra in Borsa Giovanni Malfenti, furbo commerciante che gli diviene maestro in affari, amico e suocero, nonché suo secondo padre. Giovanni ha una moglie e quattro figlie: Ada, la seria e la bella, Alberta, la più giovane fra le tre da marito e molto vicina allo spirito di Zeno, Augusta, la strabica, e Anna la più piccola, una bimba. Zeno diviene abituale frequentatore del loro salotto doppio stile (Luigi XIV e veneziano) e le intrattiene con storielle amene, di cui l’unica a non compiacersene era proprio quella per cui Zeno le diceva, e cioè Ada. La sua corte ad Ada si complica poi per l’entrata inscena di un rivale, Guido Speier, giovane bello elegante e come Zeno suonatore di violino, ma di lui molto più abile. Ada ne è veramente incantata e Zeno è decisamente destinato alla sconfitta, tanto che, attraverso una serie di vicende altamente comiche, che vanno da una seduta spiritica imbastita da Guido e mandata a monte da Zeno per dispetto, alla proposta di matrimonio fatta in successione e per sbaglio a ciascuna delle tre sorelle maggiori, arriverà a fidanzarsi con Augusta, delle tre proprio l’unica che Zeno non avrebbe mai pensato di sposare. Il matrimonio invece si mostrerà azzeccatissimo: Augusta sarà veramente la moglie ideale. La moglie e l’amante - l’amante si chiama Carla, è una giovane del popolo che, per continuare i suoi studi musicali, s’affida prima alla beneficenza di Enrico Copler, amico di Zeno, e poi a quella di Zeno stesso. La relazione non turba i rapporti con Augusta, anche perché ovviamente non ne è a conoscenza. Crea solo spazi e contraddizioni dentro la coscienza di Zeno, ma il modo in cui egli li supera ci dà ancora un esempio della sua proteiforme natura, cioè della sua “malattia”. Carla poi vuole vedere Augusta. Zeno fa in modo che incontri Ada e la scambi per Augusta. Mossa controproducente. Carla ne resta affascinata. Sente un vago rimorso a “tradirla”. Lascia Zeno e decide di sposare il maestro di musica che Zeno stesso le aveva procurato. Forse era ciò che Zeno, cui nel frattempo era nata una figlia, voleva e non voleva. Sta male: l’ambiguità di sempre! Ma non gli resta che continuare il ruolo di buon marito. L’ultimo episodio - Storia di una associazione commerciale - racconta della fondazione di una casa commerciale da parte di Guido Speier, e come venga condotta in malissimo modo. Zeno, messi da parte i vecchi complessi, si offre di aiutarlo nell’amministrazione. Ma Guido è veramente un incapace e l’azienda ha i giorni contati. L’affare sbagliato del solfato di rame rende la situazione addirittura insostenibile. Guido simula un primo tentativo di suicidio e ottiene dalla moglie un prestito per sollevare le sorti della ditta. Ma gli errori da parte di Guido continuano, aggravati anche dalle perdite in borsa, e così non gli resta che inscenare un secondo suicidio, ma questa volta per una serie di circostanze imprevedibili, gli va male e muore. Zeno si rivela a questo punto abilissimo: giocando in Borsa riesce a dimezzare il debito del cognato e si conquista in parte la stima di Ada, che le sofferenze psichiche e il morbo di Basedow hanno precocemente invecchiata. In parte, perché Ada non perdonerà mai a Zeno di essere mancato al funerale di Guido. Il fatto che Zeno non vi sia giunto in tempo, perché arrivato all’ultimo momento causa gli impegni in Borsa, aveva comicamente sbagliato funerale, non è affatto agli occhi di Ada un’attenuante. Ada lascia così Trieste e coi due figli si reca in Argentina, dove i suoceri la stanno aspettando”. In Psico-analisi Zeno si riporta al tempo presente dichiarando di voler abbandonare la terapia alla quale si è sottoposto nella convinzione che la psicanalisi non possa restituirgli la salute. Egli anzi scopre che la vita stessa è malattia incurabile e sempre mortale. In quest’ultima sezione del romanzo è la famosa pagina in cui Svevo-Zeno profetizza una prossima distruzione dell’intero globo terrestre per l’esplosione di un ordigno di eccezionale potenza provocata da un uomo un po’ più ammalato degli altri che lo collocherà al centro della terra nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Allora “ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie”.
Ora l’importanza di questo romanzo consiste nella presa di coscienza di Zeno della realtà del suo tempo. Attraverso l’analisi dell’individuo infatti, dei suoi ideali, delle sue sconfitte, Svevo perviene alla scoperta della totale crisi della società del suo tempo; quella dello scrittore triestino è un’analisi della condizione esistenziale dell’uomo contemporaneo che si scopre sfornito sia di grandi valori ideali sia di senso morale, corrotto, privo di legami affettivi. Zeno è il tipico rappresentante di una società in pieno disfacimento del quale egli ha piena coscienza. Di qui il titolo del romanzo. Zeno pertanto pervenuto a questa duplice consapevolezza, cioè quella della propria condizione e quella della società nel suo insieme, non rappresenta alcuna alternativa né offre soluzioni. Egli si pone semplicemente come testimone, come colui che, scoperto il volto della realtà, finisce con l’accettarla senza troppi drammi e la considera anzi una malattia che non sopporta cure. Zeno per altro trova riscatto proprio nella consapevolezza, nella sua condizione critica, nella sua chiaroveggenza. La tesi fondamentale dell’opera è che tutta la vita è malata, la salute vera è impossibile, concessa soltanto all’animale ottuso, inconsapevole ed adattato, o a quegli uomini che si accettano come sono e vivono in maniera aproblematica. La malattia pertanto “è la storia, la civiltà, la caratteristica dell’animale uomo che progredisce con gli ordigni e abbandona per sempre il sano sviluppo organico dell’animale; non c’è terapia che possa guarire l’individuo e la società, se non un ritorno all’innocenza primigenia” (Grillini7).
A questo punto siano in grado di vedere le differenze tra questo personaggio e i protagonisti dei due romanzi precedenti: Zeno si differenzia da Alfonso e da Emilio perché è più gaio, conosce l’ironia, è scanzonato, alla fine le cose gli vanno tutte bene. Ma in realtà egli rimane l’inetto di sempre; come dice Gioanola8 “non è uno che è guarito, ma uno che ha accettato la sua malattia”. Fratello carnale dei primi due, come nota Grillini9, Zeno ha rinunciato alla ribellione velleitaria e ad ogni speranza di integrazione nel mondo e di salvezza nella guarigione. Se poi volessimo confrontarlo con certi personaggi pirandelliani, come ad esempio Mattia Pascal, noteremmo certamente delle somiglianze consistenti in una certa forma di abulia, nella mancanza di una forte volontà, di una energia fisica e morale; ma anche una fondamentale differenza: mentre i personaggi pirandelliani di fronte alla scoperta del volto della realtà in qualche modo restano passivi e rinunciano alla vita, nel senso che lasciano che sia la vita a trasportarli ove essa vuole, l’ultimo protagonista sveviano ha una reazione positiva accettando la realtà senza farsene un cruccio perenne.
Anche da un punto tecnico “La coscienza di Zeno” segna una svolta. Asse portante della narrazione è la scelta del tempo interiore, sicché passato presente e futuro si alternano passando l’autore da un tipo tradizionale di narrazione di eventi remoti, alla tecnica del monologo interiore nel momento che si sposta nel tempo presente, tendendo poi ad assumere lo stile dell’ironia che rende la lettura del romanzo particolarmente leggera.
Altre opere
Sappiamo che Svevo aveva intenzione di scrivere un quarto romanzo avente di nuovo come protagonista Zeno e che sarebbe stato intitolato “Il vecchione”. Di quest’opera abbiamo solo dei frammenti dai quali si può ricavare che tema centrale sarebbe stato il rapporto tra vita e letteratura per arrivare a concludere che la “letteraturizzazione” dell’esistenza sarebbe l’estremo risarcimento al male di vivere.
Ci rimangono invece una quantità di opere di teatro che egli però non pubblicò e che la critica ha costantemente ignorato, nonché un certo numero di racconti tra cui “L’assassinio di via Belpoggio”, “Argo e il suo padrone”, “La morte” scritti dall’età giovanile sino agli anni posteriori alla pubblicazione de “La Coscienza di Zeno”. Anche per questi racconti manca una tradizione critica.