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Clemente Rebora

    

    

 

     Sommario: La biografia – la visione del mondo e la poetica – le raccolte delle poesie: Frammenti lirici; Canti anonimi; Canti dell’infermità; Curriculum vitae.

 

     

     

      La biografia

    

     Nato a Milano nel 1885 da famiglia piccolo borghese, Clemente fece nella città lombarda i suoi primi studi e successivamente si iscrisse alla “Accademia Scientifico-letteraria” presso la quale conseguì la laurea in Lettere. Nel 1908 iniziò la sua attività di insegnante sia nelle scuole pubbliche che in quelle private. Negli anni successivi entrò in contatto con “La Voce”, sulla quale pubblicò alcuni articoli, che riguardavano il problema della educazione dei ragazzi dei ceti più umili, ed altri invece rivolti ai suoi amici letterati, ai quali rimproverava un eccessivo intellettualismo, asserendo la necessità di un avvicinamento ai problemi reali e alla quotidianità. Scoppiata la grande guerra, fu arruolato ed inviato al fronte con il grado di sottotenente. Lì scampò alla morte, ma un colpo di mortaio esploso vicinissimo a lui gli provocò uno shock tale, che fu prima ricoverato in ospedale, poi congedato. Nel 1919 abbandonò l’insegnamento nelle scuole governative per andare ad insegnare nelle scuole serali dei quartieri più poveri della città: fu la sua prima scelta vocazionale. Cominciò così un’esperienza di carità che lo portò ad esempio ad ospitare nella sua modesta abitazione barboni del quartiere (ma talora anche prostitute) per offrire loro un pasto caldo o un letto per la notte. Nel 1931 entrò nell’Istituto della Carità dei Padri rosminiani di Domodossola e nel ‘36 fu ordinato sacerdote. Cominciò così per lui un lungo isolamento durante il quale però non cambiò le sue abitudini, né smise di comporre versi, anche se ormai di contenuto prevalentemente religioso. Colpito da una paralisi, morì dopo molte sofferenze fisiche nel 1957, nel Collegio Rosmini di Stresa.

     Clemente Rebora fu un uomo mite, altruista, estremamente sensibile nei confronti della sofferenza altrui, sin dalla giovinezza animato dal desiderio di giovare agli altri, di essere vicino ai poveri e ai bisognosi. Umile di carattere, ma forte di temperamento, fece dell’amore fraterno la legge della sua vita traducendolo in atti concreti di carità e di dedizione al prossimo suo. Sacerdote in pectore prima ancora di essere consacrato, seppe fare sin dalla gioventù una scelta di campo che non tradì mai. Rebora sotto questo riguardo incarna veramente l’ideale del buon Samaritano e ci trasmette un modello di vivere cristiano raro per i giorni nostri. Benché di educazione familiare laica e positivistica, dilaniato da problematiche esistenziali in un’oscillazione continua tra una fiducia nell’opera dell’uomo e un disgusto per il mondo, tra desiderio di perfezione e coscienza dei suoi limiti, riuscì a trovare una strada d’uscita solo approdando alla fede, dopo per altro aver fatto esperienze religiose diverse ed essere stato per un po’ vicino al buddismo, e abbracciando la vita sacerdotale, dopo l’esperienza sentimentale con la pianista russa Lidia Natus cessata nel ‘19.

     Egli pertanto ci ha lasciato alcune raccolte di poesie, e cioè i “Frammenti lirici” del 1913, i “Canti anonimi” del 1922. Dopo lungo periodo di silenzio apparvero le poesie religiose, il “Curriculum vitae”, biografia in versi del 1955, e i “Canti dell’infermità” del 1957, appartenenti al periodo del sacerdozio e della malattia. A queste seguirono altre poesie religiose.

    

    

          La visione del mondo e la poetica

    

     Rebora nutrì una visione pessimistica della vita. Egli infatti fu convinto che l’unica certezza per l’uomo, nel mistero della vita, fosse il male. Questo deriverebbe dal comportamento degli uomini e scaturirebbe dalla volontà di una classe intellettuale scientemente volta a propagandare nefande dottrine, principi egoistici ed immorali, capaci poi di determinare tra la gente comune qualunquismo, disimpegno, allentamento di ogni tensione, rinnegamento della morale cristiana, al punto che egli poté amaramente affermare: “Cristo ha ragione e Machiavelli vince”. Detto qualunquismo pertanto si esprime tra la gente con frasi che vorrebbero essere sentenziose, ma che in realtà sono solo espressioni nascenti da coscienze alterate e putrescenti che tuttavia con fetida “saggezza” affermano: “Tutto è permesso, / si vive una volta sola”. La conseguenza è che tutto ormai appare corrotto al punto che il poeta può dire: “Stanca s’affretta l’età sverginata / e tutto sa di coito!”. La corruzione umana pertanto si esprime soprattutto nella città, “affollata solitudine”, sentita, in opposizione alla sana campagna, come luogo di ogni nefandezza  “che nella fogna ognor tutti affratella”, che si camuffa e che si nasconde dietro quello che sembra un dinamico attivismo prodotto dal lavoro: “l’ansiosa città...va imperlando di fari i suoi solchi / fra strida schianti boati e bigia / s’intesse in un vaporare di fiati / alle botteghe lucenti / dove furtive negli occhi / snellezze di donne / e uomini bramosi / accendendone il sangue...”.

     In questo contesto emerge anche l’idea reboriana di Progresso, ancora legata all’età positivistica, forse dovuta all’educazione impartitagli dal padre che si definiva “libero pensatore”, con la visione dei trionfi della scienza: “Scienza vince natura: / E’ gloria.”, ma senza entusiasmo o esaltazione della ragione giacché, per il nostro poeta, “Immane ferve / e di macchine suona e di monete / l’uman contrasto, / mentre in disparte l’umiltà dei vinti / geme”, espressione che fa pensare ad un ascendente verghiano.

     Nella società del suo tempo per altro Clemente si sentiva come un estraneo che avesse “sbagliato pianeta”, soffrendo un senso di solitudine e quasi di isolamento. Dietro la sua visione pessimistica della società stava però anche la certezza di un trionfo finale della bontà, per cui senza esitazione poteva asserire: “Del male è il bene più forte”; e stava anche l’attesa di una palingenesi totale: “Un’eletta dottrina, / un’immortale bellezza / uscirà dalla nostra rovina” poiché “Il vecchio mondo disfatto / materia al nuovo darà / verso il divino patto / che è Via di Bontà. // C’è tanta bontà nascosta / che non osa uscir fuori: / attende s’aprano i cuori / a un’umana risposta”.

      La reazione non fu perciò quella di un isolamento, di un ripiegamento in se stesso, di una rinuncia al colloquio con il mondo. Bensì quella di una volontà di intervento, di testimonianza delle possibile via al bene, di un impegno morale e artistico per il quale, per un verso, Rebora poté porre se stesso come colui che porge la mano con fede, che “nell’amor della gente” si palesa, che tenta di rinascere “negli altri felici” e al quale “è grato confortare altrui”, per un altro, scoprire la sua vocazione di poeta e il valore della poesia. E in rapporto a se stesso la poesia è un mezzo di salvazione, “fanfara e letizia”, “presenza di Dio”, quintessenza della vita stessa: “Anima, intona la tua voce e nulla / non domandare più...”. In rapporto agli altri invece egli ha coscienza che il suo canto “parrà forse vano / accordo solitario”, che è “un lamento...che per tant’aria annaspa”, che ognun “l’intenderà secondo suo bisogno”.

     Rebora poi s’interrogò, pose domande alla maniera di Leopardi sul senso e il perché della vita: “Se l’uom tra bara e culla / si perpetua, e le sue croci / son legno di un tronco immortale / e le sue tende frale germoglio / d’inesausto rigoglio, / questo è cieco destin che si trastulla?”. E seppure in cuore sentì la presenza di Dio nel creato, tanto da poter dire che solo “a chi non vede / sterile nulla è il cielo”, poi egli quella certezza volle possederla sino in fondo e così la invocò: “Ohimè, luce, ove sei?”, finché non fu esaudito: “...un giorno...scorsi Cristo in immagine di rupe” e “come se chiamato, / sentii su me lo sguardo di Maria / orante figurata in una nicchia”.

     Dopo l’approdo alla fede pertanto la sua poetica si chiarì ancor meglio e una svolta si ebbe anche nei contenuti e nel linguaggio della sua poesia che conobbe una nuova stagione. Ebbe infatti a scrivere che “la poesia è uno scoprire e stabilire convenienze e richiami e concordanze tra il Cielo e la terra e in noi e tra noi...La poesia intesa in modo totale, ossia cattolico, è la bellezza che rende palese, come arcano riverbero, la Bontà infinita che ha sì gran braccia...” ed aggiungeva: “uscendo da una lettura di poesia...ci si potrebbe sentire incoraggiati al bene e all’eterno...”. Dovrebbe risultare chiaro in queste dichiarazioni l’influsso di Rosmini. Così come il sacerdote filosofo di Rovereto aveva portato Manzoni al concetto di “invenzione”, ora determina in Rebora il concetto delle “concordanze” dei “richiami” che non sono più quelli tra le cose, le “corrispondenze” volute dai poeti decadenti, bensì quelli tra umano e divino che solo può scoprire chi ormai di Dio ha l’assoluta certezza. L’arte di Rebora conseguentemente accentuò ancora di più la sua valenza didascalica, facendo di lui  non è più, come si era definito nei “Frammenti”, un “mercante senza mercanzia”, bensì “ un’ape” e la sua poesia “un miele che il poeta / in casta cera e cella di rinuncia / per sé si fa e per i fratelli in via; / e senza tregua l’armonia annuncia”. E straordinariamente la poesia reboriana diviene più incisiva e più pregnante proprio nel momento in cui diviene intimistica, esprime la sofferenza fisica e la esaltazione mistica, riuscendo efficacemente  educativa, non attraverso discorsi o ragionamenti, ma indirettamente, attraverso la confessione, l’invocazione, la preghiera, l’inno.

    

    

     Le raccolte delle poesie

    

     Della periodizzazione della poesia reboriana si è già detto; esaminiamo quindi brevemente le maggiori raccolte.

     I “Frammenti lirici” costituiscono la prima; essi ci riconducono al clima e all’ambiente de “La Voce” e alla poetica del frammentismo. Costituiti da 72 liriche, contengono numerose descrizioni paesaggistiche, immagini del poeta, ricordi della sua famiglia, figure femminili, interrogativi sull’esistenza dell’uomo, elementi di poetica, ed altro ancora.

     Del paesaggio reboriano la caratteristica principale è quella di essere umanizzato, senza per altro determinare metamorfosi di tipo dannunziano, così possiamo leggere, ad esempio, descrizioni come questa: “Lontanissimo arpeggia il tramonto / al tocco delle nubi / e il nevicato pian con tenerezza / par che non visto gli rubi / in luminosa pace ogni dolcezza” (F.XV), oppure “Respira il lago un palpito sopito / e dan le stelle battiti di ciglia / divini: appare il mito / dei monti limpido, e origlia” (F.XVIII). E con questo paesaggio interagisce l’uomo in pace con se stesso: “Glauca s’impiuma la terra al mattino / che respirando discioglie un beato / vortice fresco di gemme, e rosato / sembra il ciel una guancia di bambino. // Mirabilmente incedo negli arpeggi / d’amor che mi seconda il passo lento /...E quasi sento un caldo alito umano / sul viso e dietro il collo un far di baci / e tra’ capelli morbida la mano / d’amante donna in carezze fugaci...” (F.IV). Qui dunque il poeta si sente immerso nella Natura che lo accarezza e lo bacia come una amante il suo amato.

     Della sua famiglia figura chiave è quella della madre, ritratta come colei “che nel donare il sangue fu serena”, protettiva nei confronti dei figli e che “contro l’ignoto male / sbarra a difesa il suo amore”, amorevole e paziente tale che “perdona i soffici fastidi / ...il cuor ci veglia e la movenza / in un senso di culla”; e nei confronti di tale donna Clemente non poté che scrivere parole di ringraziamento: “Quanto fu bello che nascessi nostra / o mamma...!” (FXII).

     Delle donne dei frammenti le più significative sono le non nominate, quelle che accorano il poeta che le vede sole, quelle che “Giuocan l’attesa a rimando: / e nel guardar chi s’accompagna, intorno / dalle occhiaie dispera / intenta l’occhio che par che dica -quando?-” e di queste donne sole il poeta ancora dice: “E le bellezze ripenso che sole / vaniscon senza amore: / baleno d’oro non giunto al guizzo, / pianta nel succhio divelta, tizzo / scordato sotto la cappa / a sognare la fiamma, / alito non respirato, / baci non schiusi...”. Sennonché questi corpi “senza amplesso” poi ci accorgiamo essere proiezioni del poeta stesso che commisera sé e la sua solitudine, non diversamente di quanto avveniva a Leopardi quando pensava a Saffo.

     Ma di se stesso poi Rebora esplicitamente dice: “Senza fiducia vivo di speranza” ma non già in rapporto all’amore per una donna, bensì a quello più grande, quello che rende “un nulla riso pieno...un nulla, un ciel sereno”. Rebora canta il suo disagio in questo mondo, la sua volontà di lotta che lo porta ad assumere un atteggiamento titanico di leopardiana memoria, che gli fa scoprire come tutti gli uomini trovino coincidenza in lui, tanto che egli può dire: “E’ di me parte un uomo da lavoro, / rude le membra e in giubba affumicata...E’ di me parte l’uom che pavoneggia / la vanità della superbia dotta...E’ di me parte l’uom che nell’azzardo / del presente s’incita e la gazzetta / ha per vangel...”.

     Aggiungiamo ancora che, nonostante la denominazione di “frammenti”, queste liriche sono tutt’altro che frammentarie, giacché ambiscono, come ha osservato G. Contini1, all’unità del poema filosofico e vogliono offrire una visione del mondo determinata da angoscianti verità. Quelle alle quali abbiamo accennato nelle righe dedicate all’individuazione della Weltanschauung appunto del poeta.

     Per E. Gioanola2 poi i “Frammenti” sono il libro più impervio e ostico, quello in cui l’espressionismo italiano trova la sua manifestazione più estrema...il doppio registro storicistico e metafisico risulta continuamente sovrapposto così che le cose, dovendo contemporaneamente adempiere ad una funzione realistica e ad un’altra allusiva, simbolica, si deformano nello sforzo di sopportare le opposte tensioni, mentre il discorso mescola continuamente metafore e riflessioni.

     In verità questo giudizio è ingeneroso, meglio sarebbe stato dire che in alcune liriche domina la dissonanza, il contrasto cioè tra le immagini e le espressioni, per cui l’elemento serenante, che ispira pace o gioia o qualsiasi altro sentimento positivo , è subito affiancato da un altro che, anche per le scelte lessicali che potremmo dire “petrose”, produce un effetto contrario. Ma questo non è di quelle liriche un difetto, bensì una peculiarità, un segno della tensione e del dilaceramento interiore del poeta non ancora pervenuto alle ultime certezze. La presenza poi dell’elemento riflessivo e di quello metaforico, è frutto sia di un’eredità leopardiana che d’una esigenza artistica del tempo in cui egli visse.

     Da un punto di vista formale i frammenti hanno nella loro maggioranza la “forma di canzoni polimetre, divise in lasse di irregolare lunghezza serrate da una fitta rete di assonanze e di rime. Vi dominano l’endecasillabo e il settenario, con frequenti mutazioni ritmiche verso cadenze martellanti di dodici, dieci, otto sillabe. A queste si alternano più brevi composizioni a misura di madrigale o veri e propri sonetti”(A. Marchese3). Vi si nota un impasto di forme toscane, lombarde ed arcaiche, la presenza di numerose sinestesie, l’applicazione analogica del verbo e dell’aggettivo.

     I “Canti anonimi”, invece, furono scritti con alle spalle l’esperienza della prima guerra mondiale. Essa è denunciata con tutti i suoi orrori e con la volontà di opporsi alle posizioni dei futuristi e di tutti i guerrafondai. La guerra, come osserva E. Gioanola, non poteva non rappresentare una conferma gigantesca dello scacco della ragione e un segno della prevalenza cieca del dolore e della morte. Il poeta, comunque, ce li presenta come appartenenti ad una condizione di spirito imprigionante nell’individuo la speranza sul punto di liberarsi in una certezza di bontà operosa, verso un’azione di fede nel mondo; come testimonianza e pegno di assoluzione. Anche in questa raccolta emerge la figura del poeta stesso, ardente di giovare altrui, che osserva lo spettacolo della vita affannosa, degli individui chiusi nelle loro solitudini e nei loro egoismi: “Sacchi a terra per gli occhi, / trincee fonde dei cuori - / l’età cavernicola è in noi”. E torna anche la poesia della rimembranza in “Al tempo che la vita era inesplosa” dove il tema delle illusioni è affiancato da un sentimento nostalgico della campagna che, se può essere di ascendente classico, è anche certamente sincero, se ne possono nascere versi come questi: “Infine il mezzodì spandeva / effluvi di campane: / il gerlo sulle spalle, / andavo rincasando / con te come eguale, / verso la fiamma che dal sasso / già inneggiava alla polenta; / e tu, con lena immensa, / sul paiolo acceso, / dicevi a me restio: / mangiamo insieme; il digiuno / non ciba nessuno, / se non ci nutre Iddio.”

      Caratterizza questa raccolta poi una certa tendenza all’allegoria e al simbolismo, come ad esempio in “Gira la trottola viva”, o in “Sotto il deserto” e, a livello stilistico, la ricerca talora di un’onda sonora che non disdegna neppure la cantilena.

     I “Canti dell’infermità”, come già il titolo dice, appartengono al periodo della malattia del poeta la quale ne costituisce poi il tema principale. Clemente osserva il suo corpo che “si disfa vivo”, si sente giacere “inerte e informe”, sente bruciare il suo sangue, e tutto ciò serenamente accetta. Dal suo soffrire anzi nasce uno slancio mistico, un desiderio di offerta che culmina in “Notturno” dove il poeta dice: “La grazia di patir, morire oscuro, / polverizzato nell’amore di Cristo: / far da concime sotto la sua Vigna, / pavimento sul qual si passa...”. Ma trema poi il poeta all’idea che quel suo soffrire possa essere per lui santificante, il segno dell’amore di Dio, cerca allora di scacciare questo pensiero e invoca: “Padre, Padre che ancor quaggiù mi tieni, / fa’ che in me l’Ecce non si perda o scemi!”, ma nonostante le sofferenze della carne, non diminuisce in lui la volontà di canto. I Canti dell’infermità anzi contengono nuovi elementi di poetica che ci danno l’immagine del poeta come di un’ape: “La poesia è un miele che il poeta, / in casta cera e cella di rinuncia, / per sé si fa e pei fratelli in via; / e senza tregua l’armonia annuncia...”. Aggiunge poi che per lui il poetare è ormai diventato un modo concreto di amare Dio e i fratelli, ma a noi sembra poi una maniera diversa di pregare. Egli quindi asserisce che ogni vero poeta non può che essere “unitonale”. L’affermazione più importante però è quella con la quale egli formula e definisce, per la prima volta, l’essenza della poesia cattolica: “m’è parso avvertire...che la poesia è uno scoprire e stabilire convenienze e richiami e concordanze tra cielo e terra e in noi e tra di noi...la poesia è la bellezza che rende palese, come arcano riverbero, la Bontà infinita che ha gran braccia...”. e in qualche modo poi egli ne stabilisce anche il fine scrivendo: “uscendo da una lettura di poesia...ci si potrebbe sentire incoraggiati al bene e all’eterno...”. Questi Canti infine esprimono il marianesimo del sacerdote rosminiano che ci presenta la Madonna come “l’ape regina” che, se scompare dalla vista delle api (gli uomini) tutto è scompiglio, tutto è tumulto nel ricercare Lei, solo motivo della loro vita. Ovviamente non manca in questa raccolta il tema della morte sentita cristianamente come passaggio, ingresso ad una nuova vita: “la nostra morte muore e si disserra / al ciel la vita in Cristo pei risorti”.

     La raccolta intitolata “Curriculum vitae” è ormai poesia della memoria che nasce dalla riconsiderazione di tutta un’esistenza. Clemente rivive idealmente le stagioni della sua vita e in ognuna scopre a posteriori un evento, un segno del suo destino sacerdotale, sicché tutto gli appare come convergente verso il momento cruciale della vocazione e della scelta irrevocabile. Così il poeta si rivede quando ad otto anni ancora “una bruna susina / intatta ancora nella sua pruina” subì offesa al suo pudore per un’immagine oscena mostratagli da un compagno; e poi negli anni del ginnasio, quando scoprì il gioco di parole nel suo nome proprio, Ens Mens Clemens; e quando ormai adulto si sentiva sballottato tra le brutture di questa vita, quando vedeva “Per ogni strada una fallace meta, / posticcio ogni traguardo” ma sempre sperava sembrandogli che “tutto era buono e tutto era cattivo”; e quindi la sua partenza per il fronte dove “perso nel gorgo, vile tra gli eroi, / spatriato quaggiù, Lassù escluso, / ruotando giacqui, mentr’era pugna atroce.” E la consolazione degli anni successivi e la salvezza trovata nella poesia: “Quando morir mi parve unico scampo, / varco d’aria al respiro a me fu il canto”. E quando infine intervenne la vocazione cambiando per sempre la rotta della sua vita.

 

 

 

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