Eugenio Montale

Eugenio Montale

 

 

 

 

     Sommario: La biografia - La poetica e la tecnica del correlativo oggettivo - La visione del mondo e gli orientamenti ideologici - Le raccolte delle poesie: gli Ossi di seppia, Le Occasioni, La bufera ed altro, Satura

    

 

    

     La biografia    

    

     Eugenio Montale nacque a Genova il 12 ottobre 1896 da Domenico e Giuseppina Ricci che, prima di lui, avevano avuto ben altri cinque figli. Battezzato cristianamente e fatta la scuola primaria, si iscrisse presso l’Istituto Tecnico Vittorino da Feltre diretto dai padri Barnabiti, non brillò però negli studi, ripetendo una classe e poi passando in una scuola pubblica. Nel 1915 cominciò anche a prendere lezioni di canto, studiando con il baritono E. Sivori, nello stesso anno conseguì la licenza di ragioniere. Scoppiata la prima guerra mondiale, non partì subito per il fronte, in quanto fu fatto alla prima visita rivedibile; successivamente però fu dichiarato abile e arruolato nel 23° Reggimento Fanteria di Novara. Offertosi nel ‘18 come volontario, gli venne affidato il comando di un posto avanzato in Valmorbia. Fu congedato solo nel 1920 con il grado di tenente.

     Nel 1927 si trasferì a Firenze dove trovò lavoro presso una Casa editrice; successivamente, conosciuti i letterati della città, apprezzato per le sue doti, divenne direttore del Gabinetto Vieusseux, incarico che nel ‘38 però dovette lasciare a causa dei suoi dissensi nei confronti del Fascismo. A Firenze comunque Eugenio conobbe le donne della sua vita, l’ebrea americana Irma Brandeis, con la quale ebbe una intensa corrispondenza sentimentale finché la donna non fu costretta a lasciare l’Italia a causa delle intervenute leggi razziali, e Drusilla Tanzi, Mosca per gli amici, donna coniugata ma che divenne prima sua amica e poi sua consorte, quando nel ‘63 egli poté sposarla.

     Nel 1944 accolse nella sua casa di Genova U. Saba, C. Levi ed altri intellettuali costretti alla clandestinità. L’anno successivo entrò nel C.L.N., si iscrisse al Partito d’Azione e da Leo Valiani gli fu offerta la direzione de L’Italia Libera. Alla fine della guerra fu assunto come redattore de Il Corriere della sera. Nel 1948 si trasferì a Milano dove svolse attività giornalistica nell’ambito della critica musicale.

     Nel ‘64 seguì come giornalista il Papa Paolo VI nel viaggio in Terrasanta. Nel 1966 fu nominato senatore a vita, dal Presidente Saragat, per meriti letterari. Nel 1975 ricevette il premio Nobel per la Letteratura. Morì a Milano nel 1981 alla veneranda età di 86 anni.

    

    

     La poetica

    

     La poetica montaliana resta evidenziata già nella sua prima raccolta di versi ove subito appaiono le divergenze tra il  poeta genovese, Ungaretti e i decadenti. Ne “I limoni”, che apre gli “Ossi”, egli subito dichiara: “Ascoltami, i poeti laureati / si muovono soltanto fra le piante / dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti. / Io per me amo le strade che riescono agli erbosi / fossi dove in pozzanghere / mezzo seccate agguantano i ragazzi / qualche sparuta anguilla”. Fuori di metafora, il poeta vuole esprimere il suo rifiuto per la poesia aulica, accademica, altisonante, e, nello stesso tempo, per il ruolo di poeta “vate”, “laureato”, coronato cioè con la corona d’alloro, che si conferiva anticamente a chi poeta veniva ufficialmente riconosciuto. Espressione per altro polemica nei confronti sia della tradizione carducciana, che della poesia dannunziana. Ad essa si contrappone una poesia fatta di semplici cose, simboleggiata dalle strade che portano ai fossi erbosi, e perciò costituita da un lessico più umile ed immediato, senza troppe stratificazioni letterarie. In aggiunta a ciò nella lirica “Non chiederci la parola” egli dichiara che la poesia non può consistere in una forma di conoscenza, né può avere un valore consolatorio: “Non chiederci la parola che squadri da ogni lato / l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco / lo dichiari e risplenda come un croco / perduto in mezzo a un polveroso prato”. Essa dunque per il poeta non è capace di indicare la strada per uscire dalla situazione di angoscia esistenziale in cui l’uomo si trova; può solo offrire qualche “storta sillaba secca”, cioè può solo trascrivere, rinvenendola negli oggetti, la condizione di cosmico male di vivere. Perciò il poeta si sforza sempre di trovare un elemento del reale che possa svolgere una funzione di simbolo. E’ questa la tecnica del “correlativo oggettivo” teorizzata dal poeta inglese Eliot. Questi diceva che l’unico mezzo per esprimere un’emozione in forma d’arte è quello di trovarne un correlativo oggettivo, cioè una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi, che diventino la formula di quella particolare emozione. La tecnica di Montale è perciò assai differente da quella di Ungaretti, questi si affida infatti tutto ad una catena di rapporti che la scintilla dell’analogia mette in moto, Montale invece cerca sempre la possibilità di soluzione simbolica che la realtà dell’esperienza gli offre. Un esempio concreto di realizzazione di questa tecnica può essere fornito dalla lirica “Spesso il male di vivere ho incontrato” dove leggiamo: “Spesso il male di vivere ho incontrato : / era il rivo strozzato che gorgoglia, / era l’incartocciarsi della foglia / riarsa, era il cavallo stramazzato”. Come scrive G. Baldi1 “Il primo verso introduce un movimento che va dal soggetto alla realtà, dall’astratto al concreto. Il poeta, che interviene in prima persona, esprime il motivo di una tipica condizione esistenziale, il “male di vivere”, ma usa un verbo (ho incontrato) che materializza il concetto, presentandolo quasi come una presenza reale e fisicamente tangibile. Il “male di vivere” non viene evocato attraverso forme o complementi di paragone, in un senso metaforico e analogico, ma si identifica direttamente con le cose che lo rappresentano, emblemi nei quali si incarnano e si rivelano il dolore e la sofferenza: il rivo strozzato che gorgoglia, la foglia riarsa rincartocciata, il cavallo stramazzato”.

     La poesia di Montale dunque per sua stessa dichiarazione è poesia di natura esistenziale: “Avendo sentito fin dalla nascita una totale disarmonia con la realtà che mi circondava, la materia della mia ispirazione non poteva essere che quella disarmonia”, affermazione questa che chiaramente esprime la consapevolezza del poeta di essere alla quale va poi aggiunta l’unica nota ottimistica, la fede cioè nella poesia che portò il poeta a dichiarare: “Se io ho potuto vivere, attraverso prove molto difficili e dolorose...se ho potuto vivere e sopravvivere, ho avuto una certa fede. Fede nella poesia...” e a definirla poi dimidiato dio “che non porta salvezza perché non sa / nulla di noi e ovviamente / nulla di sé”.

     Singolare fu poi l’atteggiamento che il poeta assunse nei confronti di tutta la sua opera poetica quando ormai era celebrato. Di nuovo memore di quanto Leopardi aveva scritto sulle sue Operette morali, egli dichiara: “Raccomando ai miei posteri /...di fare/ un bel falò di tutto che riguardi / la mia vita, i miei fatti, i miei nonfatti. / Non sono un Leopardi, lascio poco da ardere / ...vissi al cinque per cento, non aumentate / la dose...” (Per finire dal “Diario del ‘71 e del ‘72”) e in un’altra poesia aggiunse: “non amo / essere conficcato nella storia / per quattro versi o poco più. Non amo / chi sono, ciò che sembro. E’ stato tutto / un qui pro quo”.

     Per quanto poi riguarda il lessico montaliano, esso vorrebbe essere  antiaccademico e antiretorico, rifiutare i toni alti e solenni. In realtà raggiunge una precisione realistica, non rifiuta elementi dialettali, gergali, inclina al tono discorsivo. E tuttavia talora il  lessico diventa prezioso, infarcito di parole desuete, di latinismi, di neologismi. Quanto poi alla metrica il poeta non rifiutò i versi tradizionali, ma li usò in maniera libera e discontinua. Nelle sue liriche infatti si incontrano endecasillabi, settenari ed altri versi canonici, ma accostati secondo una sensibilità che mira a realizzare un ritmo tutto particolare. In questa ottica si inquadrano anche le strofe e le rime, usate senza schemi prefigurati e talora in maniera tale da realizzare inedite rispondenze.

    

    

     La visione del mondo e gli orientamenti politici

    

     La visione del mondo che Montale ci offre è improntata ad una grande tristezza e ad un forte pessimismo. Egli scoprì la condizione dell’uomo contemporaneo prigioniero di una realtà di cui gli sfugge il senso; espresse la coscienza del “male di vivere”, dello scacco e della sconfitta dell’uomo; sentì una profonda angoscia esistenziale avvertendo quasi un senso di inutilità della vita, il suo carattere negativo. Non escluse però un termine positivo che l’uomo potesse raggiungere ed al quale egli stesso tese. Questo è visibile tutte le volte che il poeta parla dell’ansioso tentativo di trovare “un varco”, una via di salvezza, “una maglia rotta nella rete che ci stringe”. Desiderio espresso anche dal sogno del poeta di trasformare la sua elegia in inno, cioè di poter cantare la scoperta del varco, invece che piangere la sconfitta. La vita infatti gli apparve anche una terra desolata in cui gli uomini, gli oggetti, gli elementi della natura, sono squallide presenze senza significato. Il vivere egli vide come una china precipitosa verso il nulla, una muraglia che ha in cima “cocci aguzzi di bottiglia”, oltre la quale c’ è il nulla. Più che crudele pertanto, il vivere gli apparve vano, e lo sbocco di tale convinzione furono la scoperta dell’ incomunicabilità tra gli uomini e la chiusura sempre maggiore del poeta su se stesso. All’incomunicabilità associò poi la vecchia idea della vita come di una commedia, anzi una “turpe commedia”, che noi recitiremmo con ridicolo zelo.

      E’ chiaro che a Montale mancò totalmente la fede. Egli non credette nella possibilità d’una salvezza collettiva ( come promette il Cristianesimo che egli giudica destinato a fallire nel mondo contemporaneo), quanto piuttosto che l’unica salvezza possibile l’uomo potesse trovarla nel suo intimo. E tuttavia non negò Dio dichiarando: “Questo ripudio mio / dell’iconolatria / non si estende alla Mente / che vi è sottesa”.

     Ripensando poi alle più recenti teorie sull’origine dell’universo, ebbe a scrivere: “Mi pare strano che l’universo / sia nato da un’esplosione, / mi pare strano che si tratti invece / del formicolio di una stagnazione. // Ancora più incredibile che sia uscito / dalla bacchetta magica / di un dio”.

     Al di fuori delle sue poesie, a completare le idee del poeta stanno alcune sue dichiarazioni, rese ad intervistatori o scritte in qualche prosa. Così in una intervista del 1965 disse: “Io non credo che l’uomo possa avere un fine in se stesso...io non credo che ci sia un divenire, un progresso. L’universo è un quantitativo di forze finite e senza aumento”.

     La negazione di un’idea positiva del progresso si accompagnò anche a quella di una visione provvidenzialistica della Storia “non prodotta / da chi la pensa e neppure / da chi l’ignora” e nell’idea che anch’essa sia priva di senso e che comunque “non è magistra di niente che ci riguardi”.

     Emersero poi, nelle poesie dell’ultimo periodo, atteggiamenti già leopardiani di rifiuto dell’antropocentrismo e di polemica contro l’ottimismo filosofico-religioso, dove anch’egli fa ricorso, cosa rara per il nostro poeta, all’ironia. Così nel “Quaderno di quattro anni” egli denuncia il fatto che “abbiamo voluto camuffarci / come prostituti nottivaghi / per nascondere meglio le nostre piaghe / ma è inutile, basta guardarci”. (I travestimenti) ed esprime la convinzione che la scomparsa dell’uomo dalla scena dell’universo “non farà una grinza”.

     Quanto agli orientamenti politici del poeta abbiamo ricordato , nella sua biografia, il fatto che egli dovette lasciare la direzione del Gabinetto Vieusseux non avendo preso la tessera del partito fascista, che si iscrisse al Partito d’Azione e che durante la resistenza aiutò alcuni antifascisti. Tutti fatti significativi, se non fosse che Montale stesso ha rilasciato questa dichiarazione: “ Io non sono stato fascista e non ho cantato il fascismo; ma neppure ho scritto poesia in cui quella pseudo rivoluzione apparisse osteggiata. Certo, sarebbe stato impossibile pubblicare poesie ostili al regime d’allora; ma il fatto è che non mi ci sarei provato neppure se il rischio fosse stato minimo o nullo”. In realtà egli scrisse una serie di componimenti a carattere politico. Sono questi per lo più di natura occasionale e comunque appartenenti al suo ultimo periodo, si vedano ad esempio “La primavera hitleriana” o “Nixon a Roma”.

     Nel “Quaderno di quattro anni” poi esplicitamente dichiara la sua solitudine, l’aver voluto egli fare parte a sé, il non aver voluto schierarsi con questa o quella ideologia. Vi leggiamo infatti: “L’intellighenzia a cui per mia sciagura / appartenevo si è divisa in due. / C’è chi si immerge e chi non s’immerge. / C’est emmerdant si dice da una parte / e dall’altra. Chi sa da quale parte / ci si immerda di meno...io sono troppo vecchio per sostare / davanti al bivio. C’era forse un trivio / e mi ha scelto.”

 

    

     Le raccolte delle poesie

    

     La prima raccolta delle poesie di E. Montale è “Ossi di seppia” comparsa nel 1925. Il titolo è già significativo di un atteggiamento di modestia. Nasce infatti da una similitudine tra gli ossi e le poesie del poeta: come gli ossi di seppia costituiscono le inutili macerie dell’abisso del mare, la lordura che esso sbatte sulle sponde tra sugheri , alghe e morte stelle marine, così le sue poesie sono le inutili macerie dall’abisso del suo cuore che, portate in superficie, vengono tra gli uomini lasciate. La raccolta è formata di diverse sezioni di cui quella denominata “Ossi” è in posizione centrale rispetto alle altre. La sua tematica è compiutamente naturalistica. Vi domina infatti il paesaggio della riviera ligure, di Monterosso e delle Cinque Terre, colto soprattutto nella calura estiva, nell’ora della canicola, dell’arsura, ed è fatto di arsiccio terreno, di crepacci ove s’abbarbica l’agave, di scogli tra cui parlotta la maretta, del mare che scaglia a scaglia, livido, muta colore, dell’orizzonte color del rame da un lato e la chiostra di rupi dall’altro, sotto il sole di mezzogiorno; oppure è l’interno di un giardino cinto da una muraglia nelle cui crepe sono cresciute le parietarie e in cui tra i pini s’odono le cicale. Paesaggio ostile all’uomo, ma che determina la condizione necessaria perché possano apparire i “fantasmi” di un mondo “altro”. Paesaggio che non ha nulla di consolatorio, e che forse costituisce il più efficace correlativo oggettivo della condizione esistenziale dell’uomo contemporaneo e di tutta la poesia montaliana, che non si esaurisce in questa sezione, ma costituisce un continuum in tutta questa raccolta. Così quello che potrebbe sembrare un elemento descrittivistico, ha superato ogni residuo veristico per essere usufruito in funzione totalmente simbolica.

     La poesia montaliana degli “Ossi” dunque è eminentemente di carattere esistenziale. Il poeta vi esprime il chiuso della condizione umana, come quella di chi è in un giardino circondato da una muraglia su cui sono cocci aguzzi di bottiglia (Meriggiare pallido e assorto). Una visione pessimistica dell’esistenza per la quale la morte acquista un valore liberatorio, ma non è invocata, perché il poeta sa accettare questa realtà e vive nell’attesa di un miracolo: “Forse un mattino andando in un’aria di vetro, / arida, rivolgendomi, vedrò compiersi il miracolo; / il nulla alle mie spalle...ed io me ne andrò, zitto / tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto”. Posizione di leopardiana ascendenza quella dell’accettazione della realtà umana che, se aveva inorgoglito e reso fortemente polemico il recanatese, lascia invece calmo e poco disposto alla polemica il nostro poeta che vede la sua vita come un pendio, una strada aperta a sbocchi di rigagnoli, lento franamento, e riconosce la sua condizione simile non ad una ginestra, ma a quella della pianta “che nasce dalla devastazione / e in faccia ha i colpi del mare ed è sospesa / fra erratiche forze di venti”. Ed esprime ancora l’incertezza, la mancanza di ogni verità trascendente, sì che dice: “Noi non sappiamo quale sortiremo / domani, oscuro o lieto; / forse il nostro cammino / a non tocche radure ci addurrà / dove mormori eterna l’acqua di giovinezza; / o sarà forse un discendere / fino al vallo estremo, / nel buio, perso il ricordo del mattino” ma subito accompagnato dalla volontà di ricerca: “Cerca una maglia rotta nella rete / che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!”. Negli “Ossi” poi appaiono autoritratti del poeta che si dichiara che avrebbe voluto essere scheggia fuori del tempo, testimone di una volontà fredda che non passa, scabro ed essenziale, ma che invece altro fu: intento a riguardare in sé, negli altri, il bollore della vita fugace. E si definisce “favilla d’un tirso” giacché bruciare, non altro, è il suo significato, e accomuna la sua alla condizione di tutti gli uomini raffigurati nell’immagine pascaliana della canna: “giunco tu ...tremi di vita e ti protendi / a un vuoto risonante di lamenti / soffocati”. E come già Ungaretti aveva espresso il desiderio di confondersi nella Natura, anche Montale ad un certo punto si lascia prendere da questo desiderio e scrive: “Oh allora / sballottati / come l’osso di seppia dalle ondate / svanire a poco a poco; /diventare / un albero rugoso od una pietra / levigata dal mare; nei colori / fondersi dei tramonti; sparir carne / per spicciare sorgente ebbra di sole; / dal sole divorata” (Riviere). Ma tutto ciò nella speranza che l’elegia possa cangiarsi in inno, che egli possa rifarsi, rifiorire: “Ed un giorno sarà ancora l’invito / di voci d’oro, di lusinghe audaci, / anima mia non più divisa. Pensa: / cangiare in inno l’elegia; rifarsi; / non mancar più” (ibidem). Dunque la poesia degli “Ossi” è anche autobiografica, di una autobiografia interiore che tende continuamente però ad universalizzare l’esperienza personale del poeta che accomuna a sé anche gli altri uomini. Così in “Arsenio” questo misterioso personaggio è proiezione del poeta stesso e, al contempo, immagine di ogni uomo. Con lui il poeta esprime tutto il suo pessimismo.

      C’è poi negli “Ossi” la poesia del ricordo e il sentimento che di questo ebbe il poeta. Il componimento più significativo in merito può essere considerato “Cigola la carrucola nel pozzo”, ma poi, a ben guardare, tutta la poesia montaliana, più che a descrivere il presente, è volta a ricordare il passato, da quello dell’infanzia a quello della età adulta, sino al giorno da poco trascorso. Comunque sia, nel componimento citato il poeta immagina che, tirato su un secchio d’acqua con una carrucola di un pozzo, guardando il cerchio dell’acqua nel secchio stesso, si generi come d’incanto un’immagine di donna emergente dalla sua memoria. Egli allora tenta di accostare le sue labbra e quelle dell’immagine ma, a quel punto, l’immagine si deforma e l’acqua appena toccata genera microonde che su quel viso sembrano rughe che improvvisamente invecchiano l’immagine stessa, che perciò si deforma, così come finisce con il deformarsi il ricordo del poeta che si fa a sua volta vecchio, tanto che sembra non appartenergli più. Il componimento si chiude con la descrizione del secchio che torna a scendere nel buio della profondità del pozzo, facendo scomparire completamente ogni immagine sull’acqua del secchio, così come completamente scompare anche ogni ricordo. Il concetto che il poeta vuole rendere dunque è che il passato che amiamo è irrevocabile; che il trascorrere degli anni ormai lo deformano; che la realtà presente è troppo lontana da quel passato perché possa rivivere in noi; che perciò quel passato non può svolgere nessun ruolo consolatorio rispetto al presente. A un livello più alto invece, la lirica esprime la ribellione dell’uomo contemporaneo nei confronti della realtà presente inadeguata al suo mondo ideale, il suo desiderio di consistenza, di volersi riconoscere in qualcosa e quindi di recuperare la propria individuale storia, di protesta contro la fuga inarrestabile del tempo. Ma tutto invano, perché a vincere è il Tempo che deforma anche i nostri ricordi, che non ci consente più neppure di recuperare il nostro passato per sempre precipitato nel buio. Ne resta un sentimento di sconforto e di solitudine.

     Non mancano negli “Ossi” continui riferimenti alla poesia, la raccolta anzi si apre con la più solenne dichiarazione di poetica contenuta ne “I limoni”. Questa lirica è costituita per altro da una parte negativa ( Ascoltami, i poeti laureati...) ed una positiva (Io per me amo...) riferite allo stile, e una di ascendente decadentistico, ravvisabile nella dichiarazione che le cose “s’abbandonano e sembrano vicine / a tradire il loro ultimo segreto” e se l’uomo saprà scoprire “uno sbaglio di Natura, / il punto morto del mondo, l’anello che non tiene” allora potrà giungere “nel mezzo di una verità”. Ad essa va associata la prima lirica degli “Ossi”, cioè “Non chiederci la parola”. Qui Montale dichiara esplicitamente che gli uomini non possono chiedere certezze al poeta il quale può solo fornire “qualche storta sillaba e secca come un ramo”, giacché egli solo questo è in grado di dirci: “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

     E se mai una certezza il poeta possiede, essa è quella della tragicità della vita che in mille modi si manifesta. Si legga in merito “Spesso il male di vivere ho incontrato”. Lì egli esprime, attraverso la tecnica del correlativo oggettivo, un pessimismo cosmico che gli fa vedere i segni della sofferenza e del dolore anche in una foglia secca e accartocciata, nel fluire di un rivo che continuamente incontra ostacoli, in un cavallo stramazzato, e dai quali crede sia possibile scampare solo raggiungendo la divina indifferenza. Raggiungendo cioè quella condizione di spirito che l’epicureismo antico proponeva al saggio che si fosse ritirato negli alta templa serena a contemplare il mondo e le sue lotte rimanendo imperturbato e sereno.

     Da un punto di vista formale le liriche degli “Ossi” non si lasciano inquadrare nelle forme metriche tradizionali; il poeta usa indifferentemente versi endecasillabi, settenari e altri ancora, ma senza schema precostituito, senza ricorso a rime, che sono sporadiche, e facendoli succedere in modo occasionale. C’è invece una certa attenzione alla musicalità, ricordiamo anzi che nella raccolta c’è una serie di componimenti dai significativi titoli e che sono “Corno inglese”, “Falsetto”, “Minstrels” che al mondo della musica direttamente rimandano.

     La seconda raccolta montaliana è quella de “Le Occasioni”. Anche qui il titolo è emblematico. Come scrive A. Marchese2, “vuol significare la nuova disponibilità del poeta di fronte alle cose e agli avvenimenti che col loro carico di messaggi cifrati fermano il tempo e riportano la memoria a rivivere con ansia e trepidazione i rari barlumi della vita”. Per G. Zampa3 invece questo titolo è di derivazione goethiana e sta a significare non l’evento, la circostanza, che ha determinato ogni singolo componimento, bensì l’attesa di un evento miracoloso, per cui le occasioni si pongono come gli istanti fatali dell’esistenza, quando in un baleno è possibile intravedere una realtà diversa, afferrare un senso, un rapporto imprevisto e imprevedibile con la realtà. Il libro pertanto si articola in quattro sezioni, di cui la prima è costituita da poesie descrittive; la seconda, dedicata a Clizia, è quasi un canzoniere d’amore; la terza è costituita dal poemetto “Tempo di Bellosguardo”; la quarta infine riprende il tema della donna amata e del ricordo. Il tema principale dunque sembra essere quello dell’amore per cui ci sono presentati diversi personaggi femminili come Dora Markus, Liuba, Gerti, Clizia.

     Per giudizio concorde della critica letteraria “Le Occasioni” segnano il passaggio ad un diverso clima. Ce ne accorgiamo immediatamente vedendo come il paesaggio non è più quello delle Cinque Terre degli “Ossi”, bensì prevalentemente toscano, alle scogliere assolate nella calura estiva subentrano talora paesaggi notturni illuminati dalla luce artificiale, freddi, nebbiosi, quasi invernali, che generano una certa tensione, carichi come sono di presagi, di presenze inquietanti, come la Acherontia atropos che compare già nella prima poesia, “insetto orribile dal becco / aguzzo, gli occhi avvolti come d’una / rossastra fotosfera, a dosso il teschio / umano...”.

     Ancora domina in questa raccolta un certo pessimismo accompagnato però dalla speranza che possa compiersi il miracolo. “La vita che dà barlumi / è quella che sola tu scorgi” dice nel preludio il poeta, e i componimenti che seguono sono quei barlumi, illuminazioni brevi, alla maniera dei simbolisti francesi, ma dominati da un’atmosfera fredda e triste. In “Dora Markus” poi, dedicata ad una ragazza ebrea, è il presagio dell’olocausto scritto “in quegli sguardi / di uomini che hanno fedine / altere ...” e l’ora è sentita ormai abbuiarsi. Non diversamente in “Carnevale di Gerti”, accanto ad un’immagine paradisiaca, da cogliere nel “Paese dove gli onagri / mordono quadri di zucchero..e i tozzi alberi spuntano germogli / miracolosi al becco dei pavoni”, se ne trova poi un’altra tetra come questa: “Ritorna / là fra i morti balocchi ov’ è negato / pur morire”, ove in due versi due volte troviamo l’etimo della parola morte.

     Con i “ Mottetti” il tono un poco cambia, la presenza femminile è continua e il tu generico usato nella prima raccolta diviene concreto riferimento ad una donna. Anche qui abbiamo una sequela di ricordi e il tema della memoria diviene dominante riprendendo quello di “Cigola la carrucola nel pozzo”. Significativo in merito il mottetto “Non recidere forbice quel volto”. Ma qui sono presenti insistenti immagini mortuarie per cui l’acacia è ferita, i fasci di luce nella notte si intersecano formando il segno della croce, il sole è senza caldo, “la pianola degl’inferi da sé / accelera i registri, sale nelle / sfere di gelo...”.

     Secondo A. Marchese4 nei mottetti l’assenza di Clizia, la donna amata, dà luogo ad una serie di emergenze o di illuminazioni attraverso le quali, per via analogica e memoriale, il poeta cerca di fissare i segni di lei, di ritrovare negli oggetti il rimando dell’amata o un’allusione alla sua prossima epifania. Clizia è colei che conosce il significato della incalzante tregenda d’uomini e sola può salvare il poeta che a lei si affida. Essa sarebbe un essere amato e angelicato nello stesso tempo, tormentosamente lontano e invocato come luce dello spirito nell’insensatezza dispersiva di una realtà esterna sempre obnubilata e opprimente.

     La terza sezione è costituita da un insieme di tre sole liriche, il cui titolo rimanda alla “Grazie” foscoliane. Secondo G. Zampa5 “si tratta di un tributo alla classicità pagato nella consapevolezza della sua eccezione; di un omaggio com’è inteso in pittura, quale appropriazione di alcuni modi di stile, per raggiungere un’espressione diversa”.

     Nella quarta infine sono presenti liriche come “La casa dei doganieri” o come “Notizie dall’Amiata”. Nella prima riappare la poesia del ricordo con l’angoscia che scaturisce dalla consapevolezza del suo affievolirsi nella donna amata, ormai lontana, presa da una nuova vita e che genera l’anafora del “Tu non ricordi” tre volte ripetuta. A questa tristezza interiore fa da pendant un paesaggio squallido, freddo, desolato. E il poeta resta in attesa di una via di fuga, di un varco simboleggiato dalle luci di una petroliera all’orizzonte. Nella seconda invece la situazione è quella del poeta che nel chiuso della sua casa, al fuoco acceso su cui esplodono i marroni, su un vecchio tavolo scrive una lettera alla sua amata mentre fuori piove. Lì mentre “fumate / morbide risalgono una valle / d’elfi”, mentre si appannano i vetri, nella stanza dalle travature tarlate, in un’atmosfera da seduta spiritica, evocata, magicamente appare il fantasma di lei. E qui la poesia montaliana riprende le fila interrotte della poesia romantica inglese e quelle della poesia cosmica pascoliana che lo portano a vedere la nostra terra come una sfera lanciata nello spazio, e, nella lirica successiva, ad osservare la Galassia, fascia d’ogni tormento, a vederne l’allucciolìo, sicché più incalzante diviene l’immagine della morte. E sempre più inquietanti presenze animano quest’ultima sezione, siano esse il tumulto d’anime che saluta le insegne di Liocorno in “Palio”, o la voce di sarabanda o le Erinni fredde che ventano angui d’inferno de “Il ritorno”, o le sagome d’avorio in una luce spettrale di nevaio impaurite dal tocco della Martinella in “Nuove stanze” o la fanciulla morta Aretusa de “L’estate”.

     Torna infine il desiderio della verità, il tormento della propria condizione. In “Stanze” infatti leggiamo: “Oh il ronzio / dell’arco ch’è scoccato, il solco che ara / il flutto e si richiude! Ed ora sale / l’ultima bolla in su. La dannazione / è forse questa vaneggiante amara / oscurità che scende su chi resta”.

     “La bufera ed altro” è la raccolta che unisce le poesie scritte tra il 1940 e il 1954. La bufera è qui metafora della guerra, la seconda guerra mondiale, passata esperienza alla quale si riferiscono espressioni disseminate in diverse liriche, e sono esse quelle del bosco umano troppo straziato, della terra folgorata ove bollono calce e sangue nell’impronta del piede umano, o quella della lotta dei viventi che infuria. Ma che poi finalmente si esplicita nella “Primavera hitleriana” o nel “Sogno del prigioniero”. Non è da credere però che Montale abbia voluto dare all’esperienza della guerra un particolare risalto e valore, se dobbiamo stare ad una sua dichiarazione per la quale volle porla come una delle tante esperienze tragiche della vita.

     Da un punto di visto stilistico assistiamo ad ulteriori cambiamenti. Riportiamo in merito l’analisi di G. Zaccaria6 che nota come la sintassi si complica dovendo accogliere i nessi sempre più ardui e difficoltosi in cui viene a disporsi la parola. “La simbologia degli oggetti e delle presenze - spesso caotiche e stipate - si fa oscura e indecifrabile, per l’intrecciarsi e il riverberarsi, inquieto e spasmodico, dei significati...L’impostazione agevolmente colloquiale della prima raccolta si fa adesso più astratta, per la crescente difficoltà di comunicare una percezione della vita sempre più tormentata e complessa”.

      Delle successive raccolte segnaliamo “Satura”, libro che raccoglie poesie scritte fra il 1962 e il ‘70. Il titolo latino allude sia al tono satirico, sia al contenuto vario, secondo l’etimologia più accreditata di questa parola. Importante sezione è quella degli “Xenia”, componimenti tutti dedicati al ricordo della moglie, il cui nomignolo era mosca, ormai deceduta. Ricordiamo che nella Roma antica gli xenia erano i doni che si facevano all’ospite e che così intitolò un suo libro di poesie il poeta satirico latino Marziale. Dicevamo dunque che quelle liriche sono dedicate alla moglie “caro piccolo insetto / che chiamavamo mosca non so perché” con la quale il poeta istituisce un colloquio continuo come se fosse presente, anzi egli già dalla prima poesia dichiara che ella è ricomparsa accanto a lui. Ricorda così episodi della vita vissuta in comune con lei, per noi forse insignificanti talora, come la storia del calzante di latta dimenticato in un albergo, ma che consentono al poeta di ricostituire un’intimità che la morte ha troncato, quella morte che ci si aspettava che venisse e che aveva indotto la coppia, pensando alla morte che prima o poi avrebbe anche colto il poeta, a stabilire un’intesa: “Avevamo studiato per l’aldilà / un fischio, un segno di riconoscimento”. Oppure si lascia andare a dichiarazioni infantili e galanti come questa: “Non ho mai capito se io fossi / il tuo cane fedele e incimurrito / o tu lo fossi per me”, o al desiderio struggente di riessere con lei che di nuovo porta il poeta sulla strada della evocazione medianica: “Mi abituerò a sentirti o a decifrarti / nel ticchettio della telescrivente, / nel volubile fumo dei mie sigari / di Brissago” o a rifugiarsi nel ricordo struggente: “Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio / non già perché con quattr’occhi forse si vede di più. / Con te le ho scese perché sapevo che di noi due / le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, / erano le tue”. Il che poi equivale a dire che, persa la sua compagna, il poeta si ritrova come un cieco che non sa più dove vada.

      Per le altre sezioni dobbiamo dire che leggendole scopriamo un Montale inatteso, che ha perso la sua cupezza, ed ha trovato la strada della satira e dell’ironia, che ripropone vecchie tematiche, ma in un tono completamente diverso. Oseremmo quasi dire che questa è il momento didimeo di Montale. Per darne una misura citiamo questi versi: “Posso vivere nella gloria / per quel che vale - con fede o senza fede / e in qualsiasi paese / ma fuori dalla storia / e in abito borghese” (Intercettazione telefonica), oppure: “Piove / in assenza di Ermione / se Dio vuole, / piove perché l’assenza / è universale / e se la terra non trema / è perché Arcetri a lei / non l’ha ordinato” (Piove).

      

  

 

 

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