Massimo Bontempelli

    

 

Cenni biografici     

M. Bontempelli nacque a Como nel 1878. Dopo aver fatto gli studi secondari in diverse località per seguire il padre impiegato delle ferrovie, si laureò il Lettere presso l’Università di Torino e quindi passò ad insegnare filosofia in un ginnasio. Nel 1910 si trasferì a Firenze e cominciò a collaborare con diverse riviste. Scoppiata la prima guerra mondiale vi prese parte come ufficiale di artiglieria. Nel 1926, come abbiamo già detto, fondò la rivista “900”. Da allora in poi divenne, come autore e come giornalista, un personaggio di spicco della cultura italiana, interessandosi anche di critica letteraria. Secondo quanto scrive Manacorda “il suo atteggiamento di adesione nei confronti del Fascismo ... si basa soprattutto sulla considerazione positiva della carica di dinamismo e sulla convinzione che il Fascismo realizzasse la rottura col passato e quella distruzione degli schemi borghesi cui egli mirava per restituire all’arte il suo slancio e la sua forza creatrice. Nel ‘30 fu nominato membro dell’Accademia d’Italia. Successivamente però, nel ‘38, venne espulso dal partito e sospeso da ogni attività di giornalista e di scrittore, dopo che ebbe rifiutato la cattedra di letteratura italiana presso l’Università di Firenze, cattedra che era stata tolta per motivi razziali ad Attilio Momigliano. Dopo la seconda guerra mondiale impostò la sua opera in chiave antifascista. Nel 1948 fu eletto senatore, ma i suoi trascorsi politici fecero sì che quella elezione fosse vanificata. Morì a Roma nel 1960.

     

La poetica

A livello di poetica Bontempelli teorizzò poi il cosiddetto “realismo magico”. L’espressione fu coniata dallo stesso scrittore il quale asserì anche che la nuova arte dovesse fondarsi sulla fantasia, ma non quella, per intendersi, delle Mille e una notte, bensì su una fantasia capace di mettere attorno alla realtà più precisa un alone di magia. Ed aggiungeva che l’arte dovesse saper vedere la vita come una grande avventura piena di sorprese, di rischio e di mistero; che dovesse essere un viaggio attraverso la natura, o la vita, o l’animo umano, ma sempre movimento e invenzione. A tale concezione egli arrivò partendo dallo studio dell’arte classica e soprattutto da quella pittorica quattrocentesca. Scoprì infatti in essa un rapporto esemplare con la natura, una capacità di esprimere la realtà in maniera precisa, ma nello stesso tempo trasfigurandola, avvolgendola in un’atmosfera di stupore. L’artista così non rimane fermo alla realtà visibile, ma interroga il mondo che lo circonda e attraverso l’incantesimo dell’arte - con un’operazione magica - evoca ciò che della realtà è interpretabile solo poeticamente.

     

Le opere

Delle sue opere ispirate al realismo magico si ricordano: “La scacchiera davanti allo specchio” del 1922, “Il figlio di due madri” del ‘29 e “Vita e morte di Adria e dei suoi figli” del ‘30. Il primo è un racconto ispirato ad Alice nel paese delle meraviglie; ha come protagonista infatti un bambino che rinchiuso in uno stanzino per punizione, entra in un vecchio specchio ove vive una straordinaria esperienza magica. Il libro ricerca e crea atmosfere surreali e psicologiche fuori dalla norma e sperimenta i dettami del realismo magico, per i quali occorreva raccontare il sogno come se fosse realtà e la realtà come se fosse un sogno. Nella seconda si narra invece della misteriosa reincarnazione di un bambino che viene poi conteso da due madri; nella terza infine la vicenda di Adria, una donna bellissima che ad un certo punto della sua vita, convinta di aver raggiunto la massima bellezza, decide di spendere la sua vita al mantenimento della stessa. Al mito della bellezza ella sacrificherà ogni cosa, anche la famiglia, andando alla fine a vivere da sola in un appartamento a Parigi, dove per altro morirà quando, per non sottostare alle ingiunzioni delle autorità a lasciarlo, brucerà nell’incendio dello stesso, da lei provocato. Segue una breve storia dei suoi due figli.

     Ma prima di questa fase Bontempelli aveva scritto i racconti de i “Sette Savi” e nel 1922 “La vita intensa”. Nella prefazione di quest’opera dichiarò l’intenzione di voler rinnovare il romanzo tradizionale di impianto naturalistico e psicologico e si avvicinò all’avanguardia futurista.

     Egli fu poi anche autore di opere per il teatro, anche in questo genere cercando di realizzare la poetica del realismo magico. Si ricordano “Siepe a nord-ovest” del 1923, “Nostra Dea” del ‘25 e “Minnie la candida” del ‘27. La prima è una farsa in prosa e in musica con la quale lo scrittore si collocò nella scia del rinnovamento del teatro europeo che aveva preso l’avvio dalle realizzazioni di registi e teorici, come Adolphe Appia, Edward Gordon Craig ed altri. Egli pertanto seppe vincere le resistenze che venivano sia da parte degli attori, poco propensi al rinnovamento, sia da parte degli intellettuali. Fu in ciò favorito dal Futurismo che nel 1915 si era espresso a favore del rinnovamento del teatro, con il Manifesto del teatro futurista sintetico, proponendo spettacoli fondati sulla simultaneità, sul dinamismo, contro ogni verosimiglianza, con la fusione di elementi sonori, la rottura dello spazio scenico. Bontempelli pertanto con la sua opera presentò una personale ed ironica interpretazione delle istanze dei futuristi. A livello contenutistico la farsa è incentrata sul tema della incomunicabilità, destinato ad avere tanta fortuna. Per una maggiore comprensione riportiamo la trama come è stata riassunta nella "Storia del teatro" edita dalla De Agostini.

     “Da un teatrino collocato sulla ribalta i burattini Colombina e Napoleone si apprestano ad assistere a due vicende, una interpretata da marionette e una da attori, che si intrecciano sullo stesso palcoscenico, senza che né le une né gli altri se ne accorgano. Gli attori rappresentano il più scontato copione del teatro borghese: l’adulterio di Laura, moglie di Mario, che annoiata dal marito si lascia corteggiare da Carletto, amico di lui. Le marionette nel frattempo danno vita a una tipica favola d’amore e di buoni sentimenti. Celebrano le imprese dell’Eroe, che ha assicurato ricchezza e pace alla sua patria, ed esultano per la bellezza della loro città: una felicità, la loro, turbata soltanto da pericolosi venti che provengono da nord-ovest, contro i quali il Re ordina di costruire uno sbarramento. Gli operatori marionette allora, vedendo un’amaca su cui sta sdraiato Mario (del quale ignorano la presenza), la staccano dall’albero per usarla come riparo dai venti. Così facendo provocano la caduta di Mario, che finisce col farsi male a una gamba. Carletto, intanto, pur seccato dai contrattempi, accentua le sue attenzioni verso Laura; poi vedendo l’amaca tesa in mezzo alla scena, decide di prenderla e riportarla dov’era. A questo punto il panico si impadronisce delle marionette, che cominciano a sospettare l’intervento di forze soprannaturali. Di fronte al loro sconcerto, l’Eroe so offre di erigere da solo la barriera contro i venti: fino a quel momento egli è parso triste, perché ama perdutamente la Principessa, la quale però ha deciso di consacrarsi a Dio entrando in convento. Ma l’impresa cui il valoroso spasimante si accinge per il bene del regno, commuove la Principessa, che si promette in sposa all’Eroe se il progetto andrà a buon fine. Mentre egli medita dubbioso su come portare a termine l’incarico assunto, ed è quasi sul punto di pentirsi della propria audacia, Laura fa introdurre un grande paravento, per potersi appartare tranquillamente con Carletto. Collocato in scena il paravento, che protegge i due amanti da sguardi indiscreti, anche la città delle marionette si trova protetta dai terribili venti e l’Eroe, senza rendersi conto di come ciò sia accaduto, si rallegra perché la sua opera si è miracolosamente compiuta. Del fatto dà una spiegazione fumosa, ma le marionette se ne mostrano soddisfatte ed egli sposerà la Principessa. Nel finale, la comparsa di una Zingara rompe la convenzione teatrale: presa in mano la marionetta dell’Eroe, la donna fa crollare la finzione dei due mondi paralleli, ignoti l’uno all’altro, mostrando la vanità di entrambi”.

     In “Nostra Dea” invece si racconta di una donna che non ha una precisa personalità e che ne assume di volta in volta una diversa a seconda dell’abito che indossi. Così quando indossa un delicato vestito color tortora, si sente generosa, disponibile, candida; all’opposto vestita da donna serpente si comporta con perfidia, mette zizzania, cerca di provocare il dolore negli altri; quando poi indossa un tailleur di tagli maschile presenta ancora un’altra personalità, decisa e poco propensa alla generosità; vestendo poi una tonaca da frate offertale da un suo scaltro spasimante, diventa tenera e sottomessa. Tutto ciò avviene non possedendo Dea personalità alcuna, tanto che quando la sera prima di coricarsi si lascia spogliare da una cameriera, nuda rimane affatto priva di ogni carattere e sprofonda in un sonno inconsapevole. A livello tematico in questa commedia si è vista la volontà di denuncia dell’ipocrisia umana, la facilità con cui gli uomini mutano posizione, il loro essere completamente condizionati dall’ambiente esterno. 

Con “Minnie la candida” siamo invece di fronte ad un personaggio ancora più sconcertante. Minnie è una donna di tale semplicità, da prestar fede a qualsiasi cosa le si dica. Così le viene fatto credere che esistano degli essere artificiali che si aggirano tra noi e che non si distinguono dagli uomini veri. La cosa provoca grande turbamento nella donna e non si rassegna alla verità quando le viene spiegato che raccontandole di uomini artificiali la si voleva solo burlare per la sua credulità. Ella quindi comincia ad avere paura di tutti quanti la circondano, pensando sempre che possano essere non-uomini, tale paura la porta addirittura ad avere paura di rimanere sola sia di recarsi tra la gente. Alla fine crederà di essere lei stessa un umano artificiale e si suiciderà. In questo dramma il tema presentato diventa quello della incertezza di fronte alla realtà, l’incapacità dell’uomo a saper distinguere il vero dal falso, il suo rinchiudersi in se stesso non riuscendo più a comunicare con alcuno.

 

    

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