Gabriele D’Annunzio
Sommario: La biografia - La poetica - La visione del mondo e le idee politiche - Le raccolte di versi: le esperienze giovanili, il Canto Novo, le Laudi, l’Isotteo, le Elegie romane, il Poema Paradisiaco - Caratteri e grandi temi della poesia dannunziana: caratteristiche formali, il mito dell’Ellade, Cristianesimo e paganesimo, il superuomo, il mito della stirpe latina, il panismo, la terra d’Abruzzo - I romanzi: Il Piacere ovvero l’estetismo, Giovanni Episcopo, L’innocente, Il trionfo della morte, Le vergini delle rocce e la concezione superomistica, Il fuoco, Forse che sì forse che no, la Leda senza cigno, il Notturno, il Libro segreto - Le Novelle della Pescara - I drammi: caratteri generali, La Fiaccola sotto il moggio, La figlia di Iorio.
La biografia
Gabriele D’Annunzio nacque a Pescara nel marzo del 1863 da famiglia borghese e benestante. Il padre, che per questo figlio nutriva grandi ambizioni, lo mandò a studiare presso il Liceo “Cicognini” di Prato, frequentato solo da persone di ceto sociale elevato. Egli si distinse per brillantezza di risultati e vivacità intellettuale e vi acquisì una solida preparazione umanistica e padronanza della lingua nazionale. Trasferitosi a Roma, si iscrisse alla Facoltà di Lettere, non conseguì mai la laurea sostenendo esami, la ottenne tuttavia honoris causa.
Nella Capitale frequentò gli ambienti dei letterati, collaborò con la redazione di alcuni giornali come il “Fanfulla della Domenica”, la “Tribuna” e “Cronaca Bizantina”, entrò in contatto con il mondo dell’aristocrazia romana vivendo tra gli ambienti più eleganti e i locali più alla moda. Fu così che conobbe e si innamorò della duchessa Maria Hardouin di Gallese e per sposarla, vista la contrarietà dei suoi genitori, realizzò con lei una romantica fuga. Da Roma pertanto ogni tanto si spostava sia a Francavilla a mare, nella casa dell’amico e conterraneo pittore Francesco Paolo Michetti, battezzata “Il Convento”, sia a Napoli.
Nella città partenopea pure collaborò a giornali ma soprattutto fece amicizia con Edoardo Scarfoglio e la scrittrice Matilde Serao. Non mancò di intrecciare una relazione con Maria Gravina Cruyllas di Ramacca da cui poi ebbe l’amata figlia Renata, chiamata la Sirenetta. Nel 1895 fece una crociera in Grecia sul panfilo dello Scarfoglio insieme ad altri amici. Poco dopo conobbe la grande attrice di teatro Eleonora Duse, se ne innamorò e la fece sua amante. Nel 1897 entrò in politica come deputato della destra, fu eletto nel collegio di Ortona, ma qualche anno dopo ruppe con il governo Pelloux e passò platealmente a sinistra. Ebbe un’altra burrascosa relazione, stavolta con Alessandra di Rudinì che, una volta abbandonata, si ritirò in un convento. Intanto aveva preso a vivere nella principesca villa della “Capponcina” di Settignano presso Firenze, circondandosi di mute di levrieri, splendidi cavalli, opere d’arte di ogni tipo e soprattutto, accumulando debiti. Fu così che, per sfuggire ai creditori, andò, “in volontario esilio” in Francia.
Anche lì non cessò di vivere avventurosamente intrecciando relazioni con più donne (ricordiamo tra le più famose la ballerina Ida Rubenstein) e dedicandosi sempre alla sua attività letteraria, ma in quel momento in lingua francese.
Tornò in Italia nel 1915, allo scoppio della guerra, per propagandare l’intervento contro l’Austria e per tenere comizi contro Giolitti e la sua politica. Quando anche l’Italia scese in guerra, si arruolò e fu autore di straordinarie imprese in tutte e tre le armi. In marina, fu artefice della beffa di Buccari: imbarcatosi con alcuni altri prodi su motosiluranti per andare ad affondare una nave da guerra, che si riteneva fosse alla fonda a Buccari appunto, non avendola trovata silurò alcune navi mercantili e lasciò in mare alcune bottiglie con ilari messaggi per gli Austriaci. Al comando poi di una squadriglia aerea volò fin su Vienna ma, una volta sulla città, invece di bombardarla, lanciò manifestini tricolori. Alla fine della guerra si fece interprete dell’insoddisfazione degli Italiani per quella che fu definita “la vittoria mutilata” e con un manipolo di legionari marciò da Ronchi a Fiume, la occupò militarmente e diede vita alla cosiddetta “reggenza del Quarnaro”. Una volta firmato il trattato di Rapallo, il governo italiano intimò al “comandante” di lasciare la città e fu dato ordine alla flotta di prepararsi ad intervenire in caso di resistenza.
Disgustato da questi fatti D’Annunzio si ritirò su una villa di Gardone che battezzò il “Vittoriale degli Italiani”. Andato al governo Benito Mussolini, già suo compagno di imprese, fu progressivamente emarginato dalla vita politica anche se adulato, tanto che gli fu conferito il titolo di Principe di Montenevoso. In quella straordinaria villa ove aveva fatto ricostruire il ponte del suo incrociatore, portare il suo monomotore, costruire un teatro alla greca, ecc. visse fino alla morte che lo raggiunse nel 1938, dopo che aveva scritto alcuni versi contro Hitler.
La poetica
Gabriele D’Annunzio fu personaggio di una vitalità eccezionale, in ogni cosa esuberante, di una curiosità intellettuale senza limiti e mai soddisfatta. Introdusse nella nostra letteratura fermenti culturali di ogni tipo, viaggiando disordinatamente tra le opere di filosofi e di poeti di tutta Europa. La sua produzione letteraria pertanto è caratterizzata da continui cambiamenti di rotta e da una continua ricerca. Se poi volessimo andare dietro alle sue dichiarazioni esplicite ci troveremmo di fronte a tanto materiale da rimanere disorientati. E’ tuttavia possibile prendere in considerazione alcuni scritti più significativi di altri. Così, di straordinaria importanza appare la famosa pagina de “Il piacere” sul valore del verso: “Il verso è tutto. Nella imitazione della natura nessuno istrumento d’arte è più vivo, agile, acuto, vario, moltiforme, plastico, obediente, sensibile, fedele. Più compatto del marmo, più malleabile della cera, più sottile d’un fluido, più vibrante d’una corda, più luminoso di una gemma, più fragrante d’un fiore, più tagliente d’una spada, più flessibile d’un virgulto, più carezzevole d’un murmure, più terribile d’un tuono, il verso è tutto e può tutto”. Questa esaltazione è per A. Marchese1 un “frammento emblematico di poetica decadente che può condurre sia agli esiti analogici del simbolismo, sia a quelli decorativi del Liberty. Le predilezioni parnassiane di D’Annunzio sono per altro significative di un gusto della parola eletta, di risonanza classica, magari vocabolariesca, e di effetto musicale e pittorico”.
Sennonché poi troviamo un articolo, su La Tribuna del 1893, in cui il pescarese scrive: “L’opera d’arte è determinata dalle condizioni generali dello spirito e dei costumi presenti nell’epoca. V’è un legame necessario e una corrispondenza costante tra i fatti della vita reale e le finzioni che l’arte produce sotto l’influsso di quei fatti. Certe forme d’arte non possono schiudersi se non in una speciale temperie morale”. Parole da cui si potrebbe ricavare una vicinanza con il determinismo e la poetica che ne derivò. Ma non è così perché D’Annunzio non ne ricavò il canone dell’oggettività dell’opera d’arte, né ebbe nei confronti delle classi subalterne quell’atteggiamento di umana pietà e partecipazione degli scrittori veristi, tanto meno scrisse con l’intenzione di fare opera scientifica e per studiare le “leggi” dell’agire umano.
Di un certo rilievo è poi nel “Giovanni Episcopo” la dedica alla Serao, in cui leggiamo: “Ma in noi esseri d’intelletto un lavorio occulto si compie, le cui fasi lente non sono percettibili talvolta neppure in parte dai più vigili e dai più perspicaci...i nostri organi sono messi al servizio dell’arte da attività misteriose e prodigiose che a poco a poco elaborano la materia quasi amorfa ricevuta dall’esterno e la riducono a una forma e a una vita superiori”. Queste dichiarazioni , se non scaturiscono da una visione oracolare della poesia di ascendenza classica, potrebbero ricongiungere il poeta agli orientamenti irrazionalistici di tanti decadenti e renderlo anticipatore della poetica delle parole in libertà.
Ne “Il Bacchophoro” del libro di “Maia”, leggiamo invece: “...la parola attinge i confini / remoti. Serpeggia silente / pei bàratri equorei, sotto / nettunii pascoli; emerge / lungi perfetta nei segni, / narra gli eventi, conduce / le imprese, congiunge le stirpi, / infèrvora i forti alla gara”. Ma poi nell’Introduzione alle “Laudi” egli dichiara: “Canterò l’uomo che ara, che naviga, che combatte, / che trae dalla rupe il ferro, dalla mammella il latte, / il suono dalle avene. // Canterò la grandezza dei mari e degli eroi / la guerra delle stirpi, la pazienza dei buoi, / l’antichità del giogo, / l’atto magnifico di colui che versa nel vaso l’olio d’oliva, / e di colui che accende il fuoco...” (L’Annunzio).
Possiamo pertanto concludere questo discorso citando le parole di W. Binni2: “La poetica di D’Annunzio, chiara in tutte le sue opere, prende vari coloriti a seconda delle sue vicende spirituali e dei tentativi di evasione da se stesso, ed è poetica dell’orafo, poetica del superuomo, poetica dell’eroe e del martire. Ma sostanzialmente sotto queste varie poetiche, quella vera è una sola, nativa, personale: la ricerca di una gioia nelle parole trascinate in un canto che non è mai puro disinteresse musicale, perché si incentra ed indugia continuamente sulle parole rendendole significative come persone viventi, carnali, e non come simboli di suggestione”. Non c’è dubbio infatti che la poesia dannunziana sia caratterizzata da un gusto straordinario per la parola ricercata, elegante, sonora, dissueta, da una ridondanza più fonica che concettuale, che fanno pensare a certi barocchismi di G.B. Marino. Esplosione di una personalità che non può essere tenuta a freno e che vuole uscir fuori con il massimo della forza possibile tutto facendo volare in aria. Il che poi in parte può essere conseguenza della sua ambizione, ma in parte certamente è espressione di una concezione aristocratica della poesia, frutto maturo solo degli spiriti eletti o, come egli diceva, degli “uomini di intelletto”.
La visione del mondo e le idee politiche
D’Annunzio lesse molto sia i poeti che i filosofi del suo tempo. La sua visione del mondo pertanto deriva molto strettamente dalle sue letture di opere contemporanee, dai suoi modelli poetici, dalla sua formazione umanistica, non meno che dal suo carattere. Dei poeti, subì moltissimo la personalità di G. Carducci, dei filosofi invece sfruttò soprattutto Nietzsche. Dal poeta versiliese riprese la visione del mondo antico come espressione di un paganesimo beato e solare in opposizione all’età contemporanea, dominata dal Cristianesimo predicatore della rinuncia e dell’ascesi. Anche D’Annunzio perciò fu fortemente anticristiano, considerò questa religione come mortificatrice dello slancio vitale che è nell’uomo e capace di inibire, con la sua morale, gli impulsi fecondi dell’individuo. La vita infatti ai suoi occhi appariva tale solo se la si fosse vissuta intensamente nulla di essa rifiutando, neppure ciò che potesse sembrare ripugnante. Per questo poi predicò una morale superumana, tale da superare tutti i divieti posti dalla religione e determinare così una nuova umanità.
Delle idee del filosofo tedesco prese quelle relative al superuomo e al concetto di dionisiaco. Nulla il poeta voleva mortificare della fisicità dell’uomo, anzi cercò di raffinare sempre più tutti i suoi sensi per attingere a dimensioni sempre più alte ed esaltate del piacere. Credette che il suo spirito potesse rimanere gratificato dalla coscienza della propria superiorità rispetto alla massa degli individui considerata volgare, e si appagò dell’arte come espressione di questa superiorità di spirito.
Aderì perciò all’estetismo di cui espresse la sua visione nel romanzo “Il Piacere”. Lì possiamo leggere che il fine della vita di un esteta è quello di fare della sua vita stessa un’opera d’arte. Il protagonista, Andrea Sperelli, viene presentato così: “Il senso morale in lui aveva ceduto al senso estetico...suo padre gli aveva insegnato questa massima fondamentale: bisogna fare la propria vita come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita di un uomo di intelletto sia opera di lui...la regola dell’uomo d’intelletto eccola: Habere, non haberi (Possedere, non essere posseduto)”.
Della Storia ebbe una concezione laica, la sentì come uno svolgersi continuo in cui le nazioni possono crescere, prosperare, decadere e poi rinascere e trionfare di nuovo, e cercò di promuovere in ogni modo la riscossa politica d’Italia, che doveva passare attraverso la rinascita del suo spirito guerriero e la ripresa di una tradizione militare. Riguardo alla ragione umana non ebbe l’ottimistica fiducia dei positivisti né riteneva che la scienza sarebbe mai stata capace di donare felicità all’uomo. Fu tuttavia affascinato dalle novità tecnologiche e in modo particolare dall’invenzione dell’automobile e dell’aeromobile, di cui seppe egregiamente servirsi in guerra. Nei confronti della donna ebbe un atteggiamento ambiguo. Per un verso infatti la fece oggetto di tutte le sue attenzioni, dall’altro la considerò la nemica del superuomo, l’invincibile ostacolo posto sulla sua strada. Non le diede valore comunque se non in rapporto alla sua capacità di ispirare l’artista e di servirlo. La morte mai temette, quantunque molto si afflisse per la sua decadenza fisica e soprattutto per l’insorgere della calvizie. La morte comunque considerò non solo un evento naturale, ma quello in cui può condensarsi la grandezza dell’individuo, nel senso che la grandezza dell’uomo la si misura proprio da come affronta la morte. Ed imbevuto di cultura classica com’era , fece del motto latino “pulcrum est pro patria mori” (è bello morire per la propria patria) una verità indiscussa in virtù della quale, ormai più che cinquantenne, poté compiere valorose imprese guerresche. Nei confronti del mondo contemporaneo ebbe un certo disprezzo vedendo come il dio denaro avesse vinto ogni altra fede. Ebbe fortissimo il sentimento dell’amicizia che considerò un valore fondamentale dell’esistenza umana e molto soffrì ogni qual volta amici perse.
Della politica non seppe mai fare a meno e creò il mito della nazione sacra alla nuova aurora e quello del superuomo. Vide nella guerra l’unica via per l’Italia capace di farle raggiungere una dignità internazionale. Per questo fu interventista e partecipò a molte azioni di guerra che gli meritarono riconoscimenti ufficiali e decorazioni fino a divenire “il Comandante”. Considerò parte integrante del territorio italiano l’Istria e la Dalmazia e diede vita all’episodio della reggenza del Quarnaro per smuovere il governo a rivendicarle agli Italiani alla fine della guerra. Disprezzò lo Stato fondato su basi democratiche e auspicò la nascita di una nuova oligarchia formata da aristocratici, i soli degni di governare la massa degli uomini considerati senza valore e senza volontà. Amò infinitamente l’arte, circondandosi di opere di ogni tipo e per le quali spese più di quanto avesse.
Le raccolte di versi
La prima raccolta di versi di D’Annunzio è del 1879 e porta il titolo significativo di “Primo Vere”. E’ un libro scritto quasi tutto subendo il modello delle “Odi barbare” di G. Carducci, divenuto l’idolo del giovane Gabriele negli ultimi anni di collegio. Al poeta versiliese è anche dedicata un’ode saffica (“A Enotrio Romano”), ma si riscontrano influssi anche di altri autori come U. Foscolo, di cui è parafrasata l’ode “All’amica risanata” e anche qualche eco di post-romantici, in particolare di L. Stecchetti. Per U. Panozzo3 si tratta di “una imitazione esteriore di qualche motivo, in quanto la natura più vera del poeta prende il sopravvento su qualsiasi modello, palesandosi chiaramente come ispirazione sensuale e tendenza a dare al verso cadenza musicale; come amore per la parola e per l’immagine”. Già Chiarini comunque vi notava ambizioni sataniche ed orgiastiche, ostentazione di sentimenti e desideri che avrebbe voluto non fossero veri.
La raccolta successiva fu quella di “Canto Novo”. Per essa il poeta scriveva: “Mi sono trovato. C’era quel mago del Carducci che mi schiacciava. Ho avuto la forza di ribellarmi, e con un lento ma laborioso progresso son venuto fuori io, tutto io”. In “Canto Novo” pertanto trova sfogo l’ispirazione sensuale presentandosi sotto i momenti della gioia e della malinconia, dispiegandosi anche in un potente senso della natura e della vita, in un’ispirazione panico sensuale.
Siamo così alle “Laudi del cielo del mare della terra degli eroi” che nel progetto del poeta avrebbero dovuto essere costituite da sette libri, ognuno intitolato ad una delle Pleiadi, ma che non andarono oltre il quinto. Il primo è intitolato a “Maia” ed è un vero e proprio preludio, un’introduzione a tutta l’opera. Costituito da 8400 versi vuole essere l’annuncio di una vita nuova e di una nuova moralità per l’umanità. “Maia” canta la gioia che nasce dall’abbandonarsi all’ebbrezza dei sensi e agli impulsi dell’istinto; da una comunione con la natura che ci permette di viverne l’inesauribile energia vitale, e quindi di raggiungere la pienezza dell’essere e la felicità. A questo panismo è connesso il mito del superuomo, cioè dell’eroe che è tale perché dotato di una vitalità più intensa, di una più forte capacità di godimento, che afferma la sua volontà di potenza realizzando i suoi istinti al di là di ogni norma, accampandosi orgoglioso sulla massa bruta degli altri uomini: gli schiavi. Volontà, voluttà, orgoglio, istinto, sono le pietre angolari della sua eccezionale persona, gli strumenti della sua capacità infinita di sentire e di agire. La sua è una morale consapevolmente opposta a quella cristiana. Ne “L’Annunzio”, che costituisce una introduzione al libro stesso, infatti il poeta canta la risurrezione del dio pagano Pan, simbolo della pienezza della vita, e il cui ardore deve ritornare negli animi umani affinché si ridesti la bellezza del mondo, la gioia che è al di là di ogni divieto e di ogni rinuncia.
Il poeta poi compie idealmente un triplice viaggio, dapprima nella Grecia classica, culla della civiltà pagana, sentita come espressione della comunione mistica fra l’uomo e la natura; poi nell’Agro Romano e nella Cappella Sistina, simbolo della dolorosa conquista dello spirito eroico; infine nel deserto, dove il poeta ritrova la Felicità e la Libertà, intese come abbandono al disfrenarsi degli istinti elementari, in una sorta di estasi naturalistica lontana dal dolore e da ogni problematica spirituale. Con la “Preghiera alla madre immortale”, cioè alla Natura, si chiude questo libro con il quale D’Annunzio volle fondere l’impeto titanico del superuomo con un senso pagano e naturalistico del mondo.
Il secondo, “Elettra”, esalta gli eroi, la grandezza e la bellezza dell’eroismo. Dopo le due odi “Alle montagne” e “A Dante”, vaticinio di una nuova grandezza della patria, ci sono una serie di liriche che esaltano e rievocano eroi guerrieri culminando ne “La notte di Caprera”, frammento di epopea garibaldina, e seguite da altre che esaltano invece gli eroi del pensiero e dell’arte. Troviamo poi i “Canti della ricordanza e dell’aspettazione”, celebrazione delle città del silenzio, ossia di un gruppo di città italiane dal passato glorioso che ancora in loro palpita come vita inconsunta e presagio di nuova gloria. Il tutto si conclude con due canti di auspicio della riscossa della Patria dal torpore presente e di esaltazione del suo destino di dominio e di imperio. Il patriottismo di D’Annunzio qui è la trasposizione del mito del superuomo a quello della super nazione, l’Italia, celebrata nel “Canto augurale per la nazione eletta” come sacra alla nuova aurora con l’aratro e la prora destinata a vedere il Mare Latino coprirsi di strage alla sua guerra.
Il terzo libro, “Alcyone”, è il capolavoro. Scrive E. Gioanola4: “Alcyone è il diario di una vacanza estiva sul mare della Versilia, nell’innocenza di un contatto diretto con la viva natura. Ed in questo contatto si opera la rivelazione decisiva: il poeta intuisce di essere una particella dell’Universo, un elemento indistinto della naturalità, una scintilla di vita nel gran fuoco vitale. Tramite di questa identificazione è il corpo, quell’impasto di sangue e di muscoli che ci accomuna alla materia organica del mondo. E la Natura è un grande corpo animato il cui cuore batte con il nostro cuore e il cui spirito si esprime attraverso le nostre parole. La grande estate mediterranea, che mette l’uomo nudo a contatto con la terra nuda, è per eccellenza il momento privilegiato che realizza questa fusione. Il sole e il mare sono gli elementi attraverso cui la identificazione diventa possibile: il sole, fonte del calore e della luce, è il simbolo della vita, l’elemento fecondante, il principio maschile dell’Universo; il mare è la freschezza palpitante in cui la vita prende origine, il grande grembo da cui tutto è uscito di ciò che vive sulla terra. L’identificazione di Io e Natura avviene sempre all’insegna del divino; il tono di tutto il canto ha qualcosa di sacrale e di liturgico. Infatti la scoperta della fisicità, della naturalità, e quindi la scomparsa del metafisico, va di pari passo col rinvenimento di un’animazione divina dentro la Natura: la divinità è la natura, coincide con la sua stessa vita. Inoltre l’identificazione con la natura comporta il rito metamorfico. Le metamorfosi sono appunto le efficacissime immagini del passaggio dalla condizione umana a quella naturale e viceversa, in uno scambio vicendevole di attribuzioni, in una compenetrazione identificatrice. Alcyone, dopo le clamorose affermazioni di potenza e di dominio del periodo superomistico, rappresenta il riposo del superuomo nella felice riscoperta del sole e del mare mediterranei”. In “Alcyone” pertanto D’Annunzio esprime un’arcana consonanza tra l’uomo e la natura, il desiderio di comunione dell’anima umana con l’anima delle cose, la volontà di penetrazione dell’uomo nel pulsare della vita universa, di metamorfosi totale coi mari, coi fiumi, con gli alberi, con la calura, con la pioggia. Esprime insomma l’ebbrezza panica.
“Merope” è invece una raccolta di componimenti che celebrano la conquista della Libia. L’imperialismo italiano è giustificato dall’eccellenza della stirpe e con i fasti della sua storia ampiamente ripercorsa e ricordata nei suoi momenti più gloriosi.
“Asterope” non fu portato a termine.
I libri dell’ “Isottèo” e la “Chimera” già facenti parte di “Isaotta Guttadauro” sono il frutto di una particolarissima esperienza poetica. Essi nacquero certamente per un influsso dei preraffaelliti inglesi che si sovrappone ad un gusto parnassiano, ma trovano spiegazione anche come compimento di quella tradizione di poesia medievale iniziata da Carducci, poi continuata da Pascoli, con la quale s’era tentato di ricostruire momenti della storia e della vita dell’età di mezzo. D’Annunzio invece del Medioevo volle far rivivere la poesia, sia nelle forme metriche (sestine, madrigali, ballate ecc.) sia nella lingua. L’Isottèo infatti registra un accumulo di espressioni e di versi dedotti dalla lirica cortese medievale, dagli stilnovisti sino al Poliziano. L’intento antiquario appare evidente sin dal titolo dell’Isottèo che per un verso richiama alla bella Isolda dei romanzi arturiani, dall’altro al “Liber Isottaeus” dell’umanista Basino Basini. La donna si veste di abiti e pose medievaleggianti così come l’amante si atteggia a paggio o trovatore. L’opera dimostra la continua volontà di rinnovarsi del poeta, il suo sperimentalismo, la sua concezione quasi ludica della poesia. A titolo di cronaca ricordiamo che fu annunciata molto tempo prima della comparsa e che fu dal pubblico attesa con curiosità, ma quando vide la luce suscitò delusioni e qualche ilarità tanto che il poeta Panunzio ne scrisse una parodia intitolata il “Risaotto al pomidauro”.
Vi sono poi le “Elegie romane” comparse nel 1892. Nel titolo riecheggiano un’analoga raccolta di Goethe. Sennonché alle fantasie spavalde e al gallismo del poeta tedesco si oppone qui il ricordo di una reale esperienza amorosa del D’Annunzio, quella per la Barbara Leoni, per cui il libro assume la veste di un diario che narra l’esaurirsi di un amore e il passaggio da una giovinezza ignara a una maturità inquieta.
Opera decisamente diversa è il “Poema Paradisiaco” scritto tra il 1891 e il ‘93 a Napoli. Introdotto da versi dedicati “Alla nutrice”, la raccolta è composta da un Prologo, tre sezioni (Hortus conclusus, Hortus larvarum, Hortus animae) e un Epilogo. I titoli fanno riferimento ad un giardino e l’aggettivo paradisiaco del titolo pure allude ad esso essendo usato in senso etimologico. Nelle liriche così sono spesso descritti giardini con statue, fontane, acque stagnanti. Con questo “Poema” si ha l’impressione di essere di fronte ad un D’Annunzio completamente diverso e ad un fase nuova della sua poesia. Esso infatti nacque in un momento di crisi interiore dello scrittore dopo l’esperienza estetizzante de “Il piacere”. Còlto da insoddisfazione e delusione, il poeta si ripiega su se stesso, avverte un bisogno profondo di purificazione, vuole quasi rigenerarsi, rinascere con una nuova verginità. Un desiderio di bontà, di semplicità, di immediatezza, in contrasto con la più recente esperienza, ora dominano in lui. Ciò determina un ideale ritorno presso la vecchia madre e suscita ricordi d’infanzia. I componimenti “Consolazione” e “Alla nutrice” sono i più belli e significativi in merito. Sennonché un critico acuto come M. Puppo5 ha voluto vedere nel “Poema Paradisiaco” non una svolta o un momento di crisi, bensì una forma diversa di estetismo, più sottile e raffinato, una ricerca di sensazioni ancora più estenuate, non più quelle della conquista, della violenza, della voluttà, bensì quelle della stanchezza, del languore, della malattia, della rinuncia. Di qui il tono di bontà mielata, di intenerimento morbido e compiaciuto che pervadono tutto il libro e che gli conferiscono un carattere di falsità psicologica e di inautenticità.
D’Annunzio comunque accolse nel “Poema” l’influsso dei decadenti francesi, di Verlaine e di Maeterlinck, imitandone le tonalità dimesse e la dolcezza estenuata.
Caratteri generali e grandi temi della poesia dannunziana
Gabriele D’Annunzio ebbe una straordinaria capacità versificatoria che, innestata sulla sua non mai appagata curiosità artistica e su una incredibile forza dell’immaginazione, lo portò a comporre un notevole numero di versi tutti di grande pregio e valore artistico. Fu aiutato in ciò da un’incredibile memoria letteraria e da una altrettanto straordinaria memoria visiva, relativa sia alla sua esperienza di luoghi visitati, sia, e soprattutto, alle innumerevoli opere d’arte che egli conosceva e dalla quale ripescava continuamente figure, scene e paesaggi, immettendovi poi uno spirito nuovo espressione della sua personalità.
La prima caratteristica della poesia dannunziana è appunto questa capacità di far scorrere continuamente immagini di grande rilievo plastico sotto gli occhi del lettore. I suoi versi poi sono caratterizzati spesso da un lessico prezioso e raffinato, infarcito di grecismi, latinismi e neologismi, da una dovizia tale di aggettivi e predicati da lasciarci come storditi. Si aggiunga a ciò l’onda sonora dei versi stessi, il ritmo sempre senza sbavature, la fluidità che fanno del Pescarese il Signore della parola. Perché se ne abbia una immediata misura citiamo solo questi versi de “L’onda” da “Alcyone”: “Sciacqua, sciaborda, / scroscia, schiocca, schianta, / romba, ride, canta, / accorda, discorda, / tutte accoglie e fonde / le dissonanze acute / nelle sue volute / profonde, / libera e bella, / numerosa e folle, / possente e molle, / creatura viva / che gode / del suo mistero / fugace”. Questa poesia ovviamente è piena di artifici retorici come anafore, allitterazioni, onomatopee, ritornelli, ecc. fino ad arrivare alla sinestesia e ad un certo simbolismo.
Anche a livello tonale la poesia dannunziana, passata attraverso stagioni diverse, conosce tutti i registri possibili, da quello eroico e trionfale dell’inno di guerra, a quello elegiaco e nostalgico, che forse è il più spontaneo ed autentico. E non pensiamo soltanto alla poesia del “Poema paradisiaco”, quanto piuttosto a certe liriche come “I pastori” con quello straordinario abbrivo: “Settembre, andiamo. E’ tempo di migrare”, o alla strofe VII del “Canto dell’Ospite” in “Canto Novo” . “O falce di luna calante / che brilli su l’acque deserte, / o falce d’argento, qual mèsse di sogni / ondeggia al tuo mite chiarore qua giù! // Aneliti brevi di foglie / sospiri di fiori dal bosco / esalano al mare: non canto non grido / non suono pe ‘l vasto silenzio va. / Oppresso d’amor, di piacere / il popol de’ vivi s’addorme... / O falce calante, qual mèsse di sogni / ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!”.
Ovviamente anche le forme metriche a cui il poeta fece ricorso sono le più svariate e vanno da quelle antiche dei ditirambi, a quelle medievali dei madrigali e delle ballate, sino alle forme aperte della letteratura decadente.
Se ora volessimo vedere i temi di questa poesia, rimarremmo sommersi in un oceano. Dobbiamo per forza limitarci allora a rilevare solo i più importanti. Il punto di partenza allora è necessariamente il mito dell’Ellade. Leggiamo in “Maia”: “O Ellade, tutto / in te vige, splende e s’eterna. / Come le barbe degli olivi / per le tue piagge e i tuoi colli, / come i filoni della pietra / ne’ tuoi monti, le geniture / dei Miti ancor tengono presa / l’antica virtù del tuo suolo. Ma i Miti, foggiati di terra / d’aria d’acqua di fuoco / e di passione furente / sono il tuo popolo vivo”. L’antica Ellade fu per D’Annunzio certamente, come già per Foscolo e Carducci, la culla della poesia, dell’arte, e delle virtù guerriere eroiche, ma rappresentò anche la terra della cultura pagana che si era espressa nei miti e in una visione dell’esistenza gioiosa e spregiudicata. L’evo antico anche per D’Annunzio, come già per Carducci, costituisce un’età felice per la libertà morale che vi regnava, per la possibilità che l’uomo aveva di assecondare le sue inclinazioni naturali, ed in ispecie quella all’amore, senza avvertire sensi di colpa, senza timore di punizioni, senza crisi di coscienza. Sicché il ricordo dell’Ellade popola la poesia dannunziana di Ninfe di ogni specie, di Naiadi, di Pleiadi, di Glicere e di Neere, così come di satiri e di centauri espressione della sessualità e della forza, tutto in un tripudio di sensualità. Anzi spesso il poeta con singolare procedimento, che molto sa di estetismo, trasforma l’amata presente nella donna antica: “E tu Glicera, co ‘l crine d’ebano / donato all’aura, co ‘l seno turgido / ansante tra facile bisso, / per la sponda de ‘l lago fuggivi. // In candor pario nude mostravansi, / a l’agitarti, le forme nitide; / i lombi ricurvi moveansi, / ne la corsa, con onda procace. // Io tra le canne alte inseguìati / e il cor batteami di desiderio; / la febbre de ‘l senso pulsava / ne l’arterie più calda de ‘l sole. // E alfin ti giunsi!...Con trepida ansia / su le ninfee ti stesi, e un bacio / co ‘l labbro convulso t’impressi, / -Or sei mia!...gridando - sei mia!...”.
Da questa visione del mondo antico e dalla partecipazione profonda al paganesimo scaturisce il sentimento di avversione contro il Cristianesimo e a tutto ciò che esso significa sul terreno della morale. A Cristo pertanto egli rimprovera di aver tolto all’uomo la gioia della vita e di aver fatto crollare quel mondo. Così, anche in questo riprendendo motivi carducciani, D’Annunzio lamenta quel crollo ed ha gravi parole contro il Messia che annuncia però come colui che ormai è sconfitto, collegando la morte di Dio, anzi del Dio cristiano, alla rinascita del paganesimo e della gloria antica. Nel libro di “Maia” pertanto possiamo leggere: “Tornerà il cielo sul Fòro / liberato d’ogni congerie / vile, d’ogni cenere e polve, / restituito per sempre / nella maestà de’ suoi segni; / e dal fonte pio di Giuturna / scoppieranno le acque lustrali, / e da ogni luogo arido vene / di acque, e torrenti di vita / nelle solitudini prone / dell’Agro, nell’imperiale / deserto, da tutte le tombe; / e tutte le vèrtebre fosche / degli acquedotti saranno / Archi di Trionfo per mille / Volontà erette su carri; / e la croce del Galileo / di rosse chiome gittata / sarà nelle oscure favisse / del Campidoglio, e finito / nel mondo il suo regno per sempre”. E ne “L’Annunzio”, facendo eco al filosofo che aveva proclamato la morte di Dio, egli grida: “Il gran Pan non è morto! ...La bellezza del mondo sopita si ridesta. / Il mio canto vi chiama ad una divina festa. / Nelle vostre vene rudi, ecco, il mio canto versa / un sangue divino”.
Il tema della nascita di una nuova era capace di ripristinare la gioia di vivere e il sistema del mondo pagano è per altro strettamente connesso a quello del superuomo. La prima caratteristica che esso ha perciò è quella di voler aderire strettissimamente alla vita, di non voler ripudiare nulla della sua corporeità, di voler vivere attraverso tutti i suoi sensi. Così in “Canto Novo” troviamo l’invito a vivere: “Canta la gioia! Io voglio cingerti / di tutti i fiori perché tu celebri / la gioia la gioia la gioia, / questa magnifica donatrice! // Canta l’immensa gioia di vivere, / d’essere forte, d’essere giovine, / di mordere i frutti terrestri / con saldi e bianchi denti voraci, // di por le mani audaci e cupide / su ogni dolce cosa tangibile, / di tendere l’arco su ogni / preda novella che il desio miri, // e di ascoltare tutte le musiche, / e di guardare con occhi fiammei / il volto divino del mondo / come l’amante guarda l’amata, // e di adorare ogni fuggevole / forma, ogni senso vago, ogni imagine / vanente, ogni grazia caduca, ogni apparenza ne l’ora breve. // Canta la gioia! Lungi da l’anima / nostra il dolore, veste cinerea. / E’ un misero schiavo colui / che del dolore fa la sua veste” E può quest’uomo nuovo dire: “O mondo, sei mio! / Ti coglierò come un pomo, / ti spremerò alla mia sete, / alla mia sete perenne”. Un uomo siffatto pertanto avanzerà nella sua vita portato da una quadriga imperiale: “Volontà, Voluttà, / Orgoglio, Istinto, quadriga / imperiale mi foste, / quattro falerati corsieri, / prima di trasfigurarvi / in deità operose / come le stagioni, che fanno / le danze lor circolari”. E tutta questa forza, quest’energia, questo slancio vitale, saranno poi convogliati sul terreno della politica per la realizzazione di una impresa titanica. E qui il superomismo dannunziano si sposa con il suo nazionalismo, il mito della stirpe latina, che già dominò e che dovrà tornare a dominare il mondo. Così D’Annunzio cantò anche la guerra sia quella contro l’Austria per il completamento geografico dell’unità d’Italia, sia la guerra coloniale d’Africa. Non torna conto qui citare versi, è il caso però di ricordare che il poeta era convinto che la riscossa nazionale del nostro Paese dovesse necessariamente passare attraverso la rinascita della nostra marineria, l’organizzazione dell’Italia in una potenza navale capace di assicurarle l’incontrastato dominio del Mediterraneo (il Mare nostrum). Significativi sono in proposito i versi, anche stavolta del libro di “Maia” : “Nel mare è il certame dei regni. / Il mare implacabile prende / e scevera, senza fallire, / le virtù delle stirpi / nel tempo. Più della terra / antico, nudrito di morti / ma di nascimenti fecondo, / più della terra è bello, / più della terra è sicuro... necessario è navigare”.
Un altro aspetto di questo superuomo è costituito dal suo desiderio di comunicazione, di immedesimazione con la Natura, la sua volontà di sentirsi completamente immerso in essa, di amalgamarvisi, perdendo la sua corporeità animale ed assumendo quella vegetale, quella fisica, metamorfizzandosi. Tutti ricordano certamente “La pioggia nel pineto” o “Meriggio”, che sono tra i maggiori esempi di questo che è chiamato il panismo naturalistico. Nel primo componimento leggiamo: “Piove su le tue ciglia nere / sì che par tu pianga / ma di piacere; non bianca / ma quasi fatta virente, / par da scorza tu esca. / E tutta la vita è in noi fresca / aulente, / il cuor nel petto è come una pèsca / intatta, / tra le palpebre gli occhi / son come polle tra l’erbe, / i denti negli alveoli / son come mandorle acerbe”. E in “Maia” il poeta racconta che tuffatosi in un fiume “...non più lottar volle il corpo / a nuoto, ma cedere tutto / alla rapina sonora, / ma essere quella rapina, / ma perdere il limite umano, / espandersi fino all’alpestre / origine, correre a valle / dal monte, ritorcersi in lunghi / meandri, polire le rupi, / l’erbe inclinare, i campi / rodere, scalzar le radici, / detergere il gregge, di schiume / fervere, tingersi di cielo...”.
Troviamo poi nelle raccolte dei versi il tema della terra d’Abruzzo con cui si esprime l’amore del poeta per essa. Assai bella ci pare la poesia di apertura di “Primo vere” che il poeta intitola “Ex imo corde”, dove leggiamo versi di questo tono: “ ti mando un saluto, o Sannio fiero, / senza nube d’affanni / con tutto il foco prepotente e altero / de’ miei diciassett’anni!...// Veggo qui le tue selvagge vette / radianti di neve / da cui si slancian simili a saette / l’aquile a l’aer lieve, / e la verde pianura co’ giardini / cui sorridono i fiori.../ Veggo i lavacri del mio bel Pescara, / immane angue d’argento, / co’ i salici e i pioppi giù nell’acqua chiara / inchinantisi al vento...Prendi! dall’imo del mio giovin cuore / questo canto t’invio / o patria bella, o mio divino amore / o vecchio Sannio mio!”. Nel “Poema Paradisiaco” poi abbiamo quella particolarissima tematica del ritorno alla casa materna, della volontà di rigenerarsi, di recupero della infantile innocenza. Un desiderio di verginità, di bontà, di candore, di autenticità che nasce da un momento di crisi, di ripiegamento interiore che provoca anche la nascita di buoni sentimenti, come l’affetto per la madre e il volerle stare vicino, come il figliol prodigo che torna dopo aver compreso il suo peccato: “Non pianger più. Torna il diletto figlio / a la tua casa. E’ stanco di mentire. ...Poi per te sola io vo’ comporre un canto / che ti raccolga come in una cuna...Tutto sarà come al tempo lontano. / l’anima sarà semplice com’era; / e a te verrà, quando vorrai, leggera, / come vien l’acqua al cavo della mano” (Consolazione).
I romanzi
Il primo grande romanzo di D’Annunzio fu “Il Piacere”. Vi si narrano le vicende del giovane conte Andrea Sperelli, ideal tipo del giovin signore italiano del diciannovesimo secolo e legittimo campione di una stirpe di gentiluomini e di artisti eleganti. Egli vive due esperienze sentimentali, la prima, con Elena Muti, duchessa di Scerni, la seconda con Maria Bandinelli Ferres, moglie di un ministro guatemalteco. Il primo amore è drammatico e passionale, in esso Andrea ricerca e raggiunge i vertici della più raffinata voluttà; quando l’amore termina, per volontà di Elena, il giovane si getta in una serie di relazioni con le più splendide donne romane, dalle nobilissime alle mantenute. Poi, ferito in un duello, si abbandona ad una convalescenza purificatrice. Aspira quindi a nuove, più caste e intellettuali sensazioni con la angelica Maria, ma finisce con l’offenderla e perderla, quando essa si accorge che l’amante sta solo cercando in lei sacrilegamente il ricordo di Elena. (sintesi dal D.A.I.) “Il Piacere” è il romanzo in cui l’autore, attraverso il personaggio protagonista, afferma il proprio estetismo scrivendo: “Poiché la vita è celebrazione dell’individuo e la poesia è una specie di rivelazione della nostra umanità, l’arte è considerata come la forma più alta del nostro pratico vivere”. Andrea Sperelli pertanto ci è presentato così: “Il senso morale in lui aveva ceduto al senso estetico...suo padre gli aveva insegnato questa massima fondamentale: bisogna fare la propria vita come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita di un uomo di intelletto sia opera di lui...La regola dell’uomo d’intelletto, eccola: Habere, non haberi (possedere, non essere posseduto)”. “Il Piacere” appare dunque un libro di confessione e un programma di vita. Esso contiene anche una fine rappresentazione della Roma fine secolo, numerosi passi in cui lo scrittore indugia nella descrizione di strade e piazze della città che fanno da sfondo alle vicende narrate, di salotti, di palazzi antichi, di negozi antiquari e delle persone che li frequentavano, mostrando anche qualche vicinanza alla letteratura realistica. Vi si riscontrano, a livello letterario, influssi della “Anna Karenina” di Tolstoj, ad esempio nell’incidente che occorre ad A. Sperelli durante una corsa di cavalli, e l’influsso delle dottrine materialistiche del fisiologo olandese J. Moleschott, allora a Roma, nel lungo racconto della convalescenza di Andrea. Ora chi lesse a quel tempo il romanzo credette di riconoscere in Andrea i caratteri dell’autore, ma D’Annunzio rifiutò questa identità almeno in un aspetto, e cioè l’indifferenza politica che caratterizza lo Sperelli di cui l’autore chiaramente esprime anche gli aspetti negativi, come quando ad esempio scrive: “Ciascuno di questi amori portò a lui una degradazione novella; ciascuno l’inebriò d’una cattiva ebrezza, senza appagarlo; ciascuno gli insegnò una qualche particolarità e sottilità del vizio a lui ancora ignota. Egli aveva in sé i germe di tutte le infezioni. Corrompendosi, corrompeva”. Anche se poi Andrea arriva a percepire questa sua negatività e fa della convalescenza l’inizio di una purificazione e di una volontà di rinascita. A livello espressivo D’Annunzio con quest’opera cercò di essere il più prezioso possibile, così a livello lessicale lo vediamo scrivere termini come salutatori, proteggitrice, ebrietà, publiche, escivano, conscienza ecc. Ne “Il piacere” è poi contenuta la famosa pagina de “Il Verso è tutto!” dove volle esprimere la sua poetica del momento.7
Abbiamo poi “Giovanni Episcopo”, romanzo di chiaro influsso dostoievskiano che A. Marchese6 definisce come un “racconto confessione di un tipico umiliato e offeso...il libro segna in parte un ritorno a moduli naturalistici con complicazioni psicologiche che vorrebbero trasmettere il dramma della coscienza dell’io narratore”.
Il terzo romanzo fu “L’innocente”. Si tratta della confessione di un delitto che il protagonista dell’opera, Tullio Hermil, compie ai danni di una innocente creatura appena nata. Anche qui il protagonista è ben descritto ed analizzato. Di se stesso Tullio dice: “Ero convinto di essere non pure uno spirito eletto ma uno spirito raro; e credevo che la rarità delle sensazioni e dei miei sentimenti nobilitasse, distinguesse qualunque mio atto...io non sapevo concepire un sacrificio...come non sapevo rinunciare a una manifestazione del mio desiderio”. Tullio pertanto è sposato con Giuliana, anch’ella convinta della eccezionalità del marito, e che per questo ne sopporta le avventure amorose. Durante una grave malattia delle moglie però Tullio sente rinascere il suo amore per lei, ma Giuliana nel frattempo ha ceduto all’amore di un altro uomo ed ora attende un figlio. Tullio ormai ama intensamente la moglie ma non vorrebbe che il figlio nascesse, colto dal dubbio che potrebbe essere non suo. Quando il bambino infine nasce, comincia ad odiarlo fino al punto che, durante una gelida notte invernale, lo porta sul balcone spalancato della sua stanza e provoca così l’insorgere di una malattia che lo farà morire. Il romanzo si chiude con il preludio ad una vita di rimorsi che ormai attende Tullio. Rispetto ad A. Sperelli, Tullio è personaggio ancora più tristo, la sua esistenza ancora più vuota non avendo egli neppure la consolazione di una aspirazione estetica e poiché tutta la sua vita fonda su una presunzione di superiorità rispetto agli altri uomini. Anche ne “L’Innocente” si notano influssi di Tolstoj di cui sono riprese certe espressioni di “Guerra e pace”, ma sono evidenti anche influssi di Dostoevskij.
Abbiamo poi “Il trionfo della morte”. Quest’opera fu scritta da D’Annunzio dopo la scoperta di Nietzsche; vi si trovano sia l’ideale etico politico del filosofo tedesco, sia i concetti del positivismo deterministico. Lo scrittore pescarese infatti accettò la concezione di H. Taine per cui l’artista è necessariamente condizionato dalla società che lo esprime. Nella dedica a P. Michetti infatti D’Annunzio dice di aver voluto creare un personaggio attraverso cui appaia la sua particolare concezione dell’universo; un personaggio il cui carattere non si sviluppa arbitrariamente, ma secondo le leggi che governano i fenomeni, secondo cioè una necessità fisica da un lato, e sociale dall’altro. Il romanzo pertanto narra la storia dell’amore di Giorgio Aurispa per Ippolita Sanzio, che si svolge sotto la spinta di una fatalità che porterà i due amanti alla morte. Il problema di Giorgio è quello di resistere al desiderio di suicidio, desiderio a cui ha già ceduto un suo carissimo zio. A questo desiderio lo spinge anche la tragica situazione della sua famiglia mandata in rovina da un padre irresponsabile, ma la spinta maggiore gli viene dal disdegno del superuomo per una vita insignificante e volgare, dalla sua incapacità a sopportare la brutta umanità che si trova a vivergli intorno. Se non che anche Giorgio è un cinico, sensuale, egoista, moralmente inerte, abulico. Alla fine quest’istinto finirà con il prevalere, ma Giorgio, precipitandosi dall’alto di una rupe montana, farà morire anche Ippolita, trascinandola con sé nel baratro in un satanico abbraccio. Da questo gesto finale il titolo dell’opera che inizialmente era stato invece pensato come “L’invincibile”, titolo rimasto al capitolo finale del libro. Qui infatti compare per la prima volta il tema della nemica, della donna che è nello stesso tempo amante e tiranna, da cui non ci si può staccare perché fonte inesausta di desideri e che, d’altra parte, si sente come ostile, estranea, crudele, nemica appunto. Come scrive C. Salinari7 “qui per la prima volta si pone come culmine della voluttà la violenza che dà la morte alla persona che si desidera, e una simile voluttà non solo si immagina, ma si realizza alla fine con la lugubre seduzione di Giorgio verso l’amante per persuaderla lentamente a morire e con la violenza decisiva. Da una certa dialettica di ostilità e di desiderio sorge una lussuria più acre e penetrante e il gusto della violenza come piacere supremo, spasimo definitivo”. Assai bella nel romanzo è la parte centrale, quando Giorgio si rifugia in terra d’Abruzzo cercando un contatto con la sua gente e la sua esasperata religiosità che lo porta a visitare il santuario di Casalbordino dove i due amanti assistono ad allucinanti riti che ancora sanno di paganesimo. Sono pagine in cui lo scrittore molto concede al folclore narrando di credenze dei contadini e dei pescatori abruzzesi. Pagine molto vicine alle “Novelle della Pescara” e che rimandano a quella pittura verista che l’amico P. Michetti realizzava e di cui “Il voto” è l’esempio più insigne e affine a queste pagine.
Nel 1895 uscirono “Le vergini delle rocce”, manifesto del superomismo dannunziano. La trama è quasi inesistente giacché si narra della decisione che il protagonista prende di trovarsi una sposa che possa dargli un figlio capace di realizzare i suoi progetti, e quindi del tempo che egli trascorre nella tenuta della famiglia principesca dei Capece in cui vivono tre sorelle, una delle quali egli dovrà scegliere come sua consorte e madre del nascituro. Claudio Cantelmo, così egli si chiama, dopo i tumulti della prima giovinezza, si raccoglie in se stesso e decide di dare alla sua esistenza un nuovo corso e conclude: “Triplice è il tuo compito: condurre con diritto metodo il tuo essere alla perfetta integrità del tipo latino; adunare la più pura essenza del tuo spirito e riprodurre la più profonda visione del tuo universo in una sola e suprema opera d’arte; preservare le ricchezze ideali della tua stirpe e le tue proprie conquiste in un figliuolo che, sotto l’insegnamento paterno, le riconosca e le coordini in sé per sentirsi degno d’aspirare all’attuazione di possibilità sempre più elevate”. Per questo poi cerca tra le tre principesse, vergini sorelle, della famiglia Capece Montaga di Trigento (Massimilla, Violante e Anatolia) la più adatta a dargli questo figlio. Claudio pertanto ha una sua precisa visione del mondo, ed è convinto che esso sia “la rappresentazione della sensibilità e del pensiero di pochi uomini superiori, i quali lo hanno creato e quindi ampliato e ornato nel corso del tempo e andranno sempre più ampliandolo e ornandolo nel futuro. Il mondo, quale oggi appare, è un dono magnifico largito dai pochi ai molti, dai liberi agli schiavi: da coloro che pensano e sentono a coloro che debbono lavorare.”. Egli perciò disprezza le plebi e le masse né può accettare la democrazia, ritiene anzi che “lo Stato eretto su le basi del suffragio popolare e dell’uguaglianza, cementato dalla paura, non è soltanto una costruzione ignobile ma anche precaria”. Convinto dunque che lo Stato democratico non potrà reggere a lungo, attende che una nuova aristocrazia, conscia della sua forza, prenda il potere e si costituisca una oligarchia, il che ritiene non difficile a farsi perché “le plebi restano sempre schiave, avendo un nativo bisogno di tendere i polsi ai vincoli. Esse non avranno dentro di loro giammai, fino al termine dei secoli, il sentimento della libertà”.
La guida di questa nuova aristocrazia sarà il nuovo Re di Roma. “Natura ordinatus ad imperandum, dalla natura ordinato a imperare, ma dissimile da ogni altro monarca, egli non verrà a riconfermare o a rialzare i valori che troppo tempo i popoli -sotto l’influsso delle varie dottrine- soglion dare alle cose della vita; ma sì bene verrà ad abolirli o ad invertirli”. E proprio a lui toccherà generare questo divino. Cantelmo rifiuta anche la morale corrente, odia il Cristianesimo e arriva a dire che “forse l’Ebreo, se i suoi nemici non l’avessero ucciso nel fiore degli anni, avrebbe scosso alfine il peso delle sue tristezze e ritrovato un sapor nuovo nei frutti maturi della sua Galilea e indicato al suo stuolo un altro Bene”. E di fronte alle restrizioni della morale cristiana insegna: “Goditi la tua primavera; rimani aperto a tutti i soffii; lasciati penetrare da tutti i germi; accogli l’ignoto e l’impreveduto e quanto altro ti recherà l’evento; abolisci ogni divieto”. Naturalmente Cantelmo si pone tra i superuomini, le cui caratteristiche sono la forza, che si manifesta anche come volontà di dominio, il disprezzo del pericolo, il possesso di una particolare sensibilità che gli consente di godere con tutti i suoi sensi le bellezze del mondo e delle manifestazioni dello spirito. Egli possiede poi un’esuberanza sessuale e una innata creatività artistica. Sicché Claudio aspira anche a realizzare una suprema opera d’arte destinata anche a trasmettere all’umanità il suo messaggio. Ultima caratteristica del protagonista è poi quella di avere un rapporto difficile con gli uomini della sua generazione e il suo atteggiamento di profondo disprezzo nei confronti della classe dirigente colpevole di demagogia e vile per l’attaccamento al denaro che l’ha indotta ai peggiori misfatti, tanto che può dire che “la vita publica non è se non uno spettacolo miserabile di bassezza e di disonore...vivendo in Roma io era testimonio delle più ignominiose violazioni e dei più osceni connubii che mai abbiano disonorato un luogo sacro...torbida ferveva l’operosità dei distruttori e dei costruttori sul suolo di Roma. Insieme con nuvoli di polvere si propagava una specie di follia del lucro, come un turbine maligno, afferrando non soltanto gli uomini servili, i familiari della calce e del mattone, ma ben anche i più schivi eredi dei maiorascati papali...le magnifiche stirpi si abbassavano a una a una, sdrucciolavano nella nuova melma, vi s’affondavano, scomparivano...I lauri e i roseti della Villa Sciar- ra...cadevano recisi e rimanevano umiliati fra i cancelli dei piccoli giardini contigui alle villette dei droghieri...Sembrava che soffiasse su Roma un vento di barbarie e minacciasse di strapparle quelle raggiante corona di ville gentilizie a cui nulla è paragonabile nel mondo delle memorie e della poesia...La lotta per il guadagno era combattuta con un accanimento implacabile, senza alcun freno. Il piccone, la cazzuola e la mala fede erano le armi...Come un rigurgito di cloache l’onda delle basse cupidigie invadeva le piazze, i trivii, sempre più putrida e più gonfia...”.
Ora a proposito di questo mito del superuomo C. Salinari8 così scrive: “esso corrisponde ad orientamenti profondi dello spirito pubblico italiano del tempo e non a caso sorge in un momento di crisi acuta della società italiana, alla fine della dittatura crispina e alla vigilia della sconfitta di Adua. Dei vari elementi che concorsero a formare il superuomo è proprio quest’ultimo quello che maggiormente colpisce lo storico d’oggi: l’aderenza delle posizioni dannunziane ad atteggiamenti che erano venuti maturando in alcuni gruppi della classe dirigente e degli intellettuali nei decenni successivi all’unità d’Italia...La realtà concreta era apparsa...molto lontana dagli ideali accarezzati nel periodo eroico del Risorgimento”.
Nel 1900 comparve “Il Fuoco”, che doveva essere il primo romanzo della trilogia di quelli del melograno e seguito dai mai scritti “La vittoria dell’Uomo” e “Il trionfo della vita”. Considerato il manifesto del superomismo estetico, narra la vicenda del poeta Stelio Effrena (ex frenis = libero da ogni freno) che recatosi a Venezia con la bella amante Foscarina, deve tenere un discorso nel Palazzo Ducale davanti alla Regina e di questa orazione parla con lei finché non la realizza innanzi alla moltitudine. Dopo il discorso viene eseguita una cantata di Benedetto Marcello interpretata da Donatella Arvale. Stelio subito se ne innamora suscitando la gelosia di Foscarina che se ne avvede. Segue un convito durante il quale Stelio con i suoi amici parla d’arte, di poesia, di musica e confessa di aspirare a realizzare una grande opera drammatica capace di esprimere l’anima italica e avente i caratteri dell’arte wagneriana. Stelio pertanto sente che per realizzare il suo sogno dovrà rinunciare all’amore: la donna dovrà essere solo un mezzo attraverso il quale poter arrivare all’arte. Foscarina comunque ha compreso che l’amore di Stelio per lei è finito e decide di sacrificarsi, lasciandolo nelle braccia della donna che ora egli ama e che sarà capace di ispirarlo, perciò lo abbandona. Il romanzo si conclude con la scena dei funerali di Wagner cui Stelio partecipa spargendo fiori sulla bara del grande musicista e sentendo rinascere in lui il fuoco sacro della poesia. Il romanzo è assai suggestivo, intanto perché ampiamente autobiografico, potendosi identificare in Stelio e Foscarina , D’Annunzio stesso e la Duse; poi perché particolare è l’ambientazione a Venezia, descritta come città della decadenza, della vecchiaia, della morte, e immersa perciò in un’atmosfera di disfacimento che si riscontra anche nel paesaggio delle ville in rovina lungo il Brenta, simboleggianti in qualche modo anche la morte dell’amore per Foscarina. Ideologicamente il romanzo è importante anche per la concezione che l’autore vi esprime delle forme della nuova drammaturgia e per il rapporto con Wagner come ispiratore di quella concezione stessa che poi D’Annunzio realizzò veramente con le sue tragedie.
Nel 1910 fu pubblicato poi il romanzo “Forse che sì, forse che no” titolo ispirato dal motto araldico degli Este scritto nel soffitto decorato in oro e azzurro nella reggia di Isabella a Mantova e significativo in rapporto alla storia narrata. Protagonista stavolta è l’aviatore Paolo Tarsis di cui sono parimenti innamorate due sorelle, Isabella e Vana. La prima rappresenta la forma dell’amore sensuale, la seconda quella dell’amore platonico. Paolo, che per altro ha un ambizioso progetto, quello di un’impresa audace da realizzare con il suo aereo, sembrerebbe essere attratto più da Isabella, ma poi Vana gli rivela che la sorella ha avuto rapporti incestuosi con il fratello Aldo. Dopo questa rivelazione Vana, non ottenuto l’amore che voleva si suicida, Isabella invece è portata alla follia dal rimorso. Paolo liberato dalle due donne può finalmente realizzare la sua impresa. Anche in questo romanzo circola un’aria di disfacimento e di dissoluzione che si realizza attraverso prima l’incesto, poi la follia e il suicidio. Appaiono città come Mantova e Volterra rappresentate come ormai decadute e prive nella loro vecchiezza di ogni splendore. Tornano poi il tema della donna-nemica che impedisce all’eroe di procedere spedito per la sua strada, il sentimento di ribrezzo del superuomo nei confronti del mondo in cui vive sentito come una immensa cloaca, i discorsi sulla morale corrente e la forza della passione: “Chi può dire il termine della voluttà e il termine del tormento, e dove il male cessi d’essere il male e dove il bene cessi di essere il bene”. C’è poi il tema nuovo della macchina volante, con cui D’Annunzio si inserisce nel discorso di esaltazione della macchina aperto dai futuristi. “Romanzo icario” (da Icaro) lo definì D’Annunzio, fondato sulla contrapposizione di morte e vita, ombra e luce. Alla morte richiamano le pagine di descrizione di Mantova, Volterra e le tombe etrusche, il personaggio di Vanna come quello di Isabella; alla luce la descrizione della corsa in automobile come quella dell’impresa aeronautica, espressione dell’audacia e della volontà di vivere.
Libro forse di non altrettanto interesse è la “Leda senza cigno”. Questo romanzo prende il titolo dal famoso gruppo denominato “Leda con il cigno” conservato nei Musei Capitolini ed è suggerito dalla bellezza statuaria di una donna che ricorda al protagonista, Desiderio Moriar (morrò di desiderio), appunto la Leda della scultura. Il cigno, si ricorderà, raffigura Giove stesso che, secondo il racconto mitologico, prese tali sembianze per arrivare a possedere la bella regina di Sparta, moglie di Tindaro. La Leda del romanzo invece, pur avendo conosciuto molti uomini, è rimasta senza amore e per sottrarsi al suo destino e all’uomo che la ricatta per un omicidio che insieme hanno commesso, tenta la morte quasi ogni giorno finché non termina i suoi giorni con il suicidio.
Opera particolarissima è invece il libro intitolato “Notturno”. Scritto nel 1916 a seguito di un triste evento per il poeta, quando durante un’azione di guerra, costretto ad un atterraggio di fortuna, ebbe un incidente e restò ferito all’occhio destro. Dovette allora rimanere diverse settimane supino e con gli occhi bendati; di qui il titolo allusivo dato al libro, scritto in maniera assai singolare, cioè facendo scorrere sotto la sua penna striscioline di carta che gli venivano preparate prima dalla figlia Renata. D’Annunzio stesso ci racconta: “Per più settimane mentre stavo supino in veglia io ebbe dentro l’occhio leso una fucina di sogni che la volontà non poteva né condurre né rompere. Il nervo ottico attingeva a tutti gli strati della mia cultura, e della mia vita interiore, proiettando nella mia visione figure innumerevoli con una rapidità di trapassi ignota al mio più ardimentoso lirismo. Il passato diveniva presente, con un rilievo di forme e una acredine di particolari che ne aumentavano a dismisura l’intensità patetica”. Il Notturno dunque, come dice Pazzaglia, cerca appunto di esprimere questa sotterranea e ininterrotta vita della coscienza, un libero affiorare di immagini e di memorie, e più spesso sensazioni colte nel loro germinare dalle profondità dell’inconscio. Dal punto di vista dei contenuti vi si ritrovano ricordi di episodi dell’infanzia o della guerra. I racconti non si svolgono secondo una successione logica e temporale, ma sono immersi in un presente senza confini, nascono da un aggregarsi libero di particolari, colti nel loro spontaneo affiorare dalle profondità dell’inconscio, nel loro tradursi da oscuro impulso dei sensi in immagini e figure. Il “Notturno” perciò può considerarsi come l’opera più corrispondente alle istanze più profonde della poetica del Decadentismo: quella intesa a trasfigurare la realtà in simbolo dell’oscura vita dell’inconscio e a ricercare in questa una rivelazione arcana ed essenziale. Così il superomismo passa qui in secondo piano e anche a livello espressivo D’Annunzio rinunzia a ogni artificiosità e sembra abbandonarsi al flusso della coscienza (stream of consciousness).
Pochi anni prima di morire fu scritto il “Libro segreto”. Si tratta di un libro di memorie dove, accanto all’esaltazione di se stesso, vi sono anche pagine in cui affiorano stanchezza e delusione e dove il poeta esprime il rimpianto per una vita che se ne è andata vanamente o, per usare le stesse sue parole, “il fastidio di essere stato e di essere Gabriele D’Annunzio, legato all’esistenza dell’uomo e dell’artista e dell’eroe Gabriele D’Annunzio”.
A questo punto possiamo tentare di vedere se mai tutti questi romanzi abbiano qualcosa in comune. Ci accorgiamo allora che ideologicamente ripropongono continuamente il mito del superuomo, anzi prima dell’esteta poi del superuomo che assorbe in sé anche le specificità del primo. L’esteta pertanto è caratterizzato da una sorprendente cultura artistica, da una squisita sensibilità che gli consente di godere come pochi del prodotto dell’arte, dalla capacità di riferire ogni esperienza sensibile ad una manifestazione artistica già realizzata, dal suo criterio di giudizio che non fonda su categorie etiche, bensì su quelle estetiche, dalla sua aspirazione a realizzare un’opera d’arte suprema, anzi a fare della sua stessa vita un’opera d’arte. Il superuomo ha in più l’amore per la forza, il disprezzo del pericolo e della morte, l’ardore della giovinezza, una capacità di godere anche tutte le bellezze della Natura, un’aspirazione suprema alla gloria, la libertà da ogni vincolo morale, la convinzione di appartenere ad una categoria speciale di individui destinati a dominare il mondo. Egli nutre un profondo disprezzo per le masse, per lo Stato democratico, per il sistema parlamentare. Crede che il mondo sia la realizzazione di pochi individui d’eccezione, i superuomini appunto, che lo hanno fatto progredire beneficando così il genere umano costituito per la quasi totalità da schiavi potenziali. Sogna la rinascita della sua Nazione destinata a dominare il mondo. Ama la guerra come mezzo di affermazione e di potenza. Si esalta nella macchina e nell’ebbrezza della velocità. E’ questo un nuovo eroe decadente che però finisce presto con il mostrare il suo limite: le storie che lo scrittore narra registrano tutte un finale negativo, un fallimento delle aspirazioni del superuomo, tanto che C. Salinari ha potuto dire che la sua caratteristica fondamentale consiste nel velleitarismo. I romanzi dannunziani poi sono spesso autobiografici. Dietro i protagonisti è possibile scorgere l’autore, così come le loro esperienze sentimentali adombrano reali esperienze e le loro amanti reali amanti del poeta. In tutti i lavori poi D’Annunzio si abbandona a descrizioni precise di luoghi e soprattutto dei monumenti delle città storiche, ama descrivere il paesaggio e su di esso indugia. Non manca perciò quasi mai un certo realismo che si estende alla pittura della classe sociale da lui amata, cioè il mondo degli artisti e degli aristocratici. Sempre teso è infine l’impegno stilistico.
Le novelle
Le novelle, scritte dal poeta in periodi diversi, furono poi raccolte in volume unico dal titolo “Novelle della Pescara”. La Pescara è il gran fiume che dall’Appennino centrale scende al mare Adriatico e sulla cui foce si sviluppò la città omonima, patria di D’Annunzio. Il titolo è significativo: come il fiume, prima di arrivare al mare, attraversa paesi e contrade, popolate da genti antiche, così il poeta viaggerà idealmente raccogliendo “novelle” di quelle genti per poi narrarcele. Di primo acchito esse possono sembrare racconti scritti sulla scia del Verismo, alla maniera delle “Novelle rusticane” di Verga ad esempio, ma non è così. Se è vero infatti che esse sono tutte riferite ad un ambito regionale specifico, quello della terra d’Abruzzo, descritto nei suoi aspetti più fascinosi e selvaggi, con i suoi torrenti rapidi, con i baratri e le rocce; che i personaggi protagonisti appartengono per lo più al mondo dei pastori e dei pescatori; che nel narrare D’Annunzio fa ricorso ad una lingua talora infarcita di espressioni dialettali, come avveniva nella narrativa verista, è poi vero anche che il discorso del Pescarese non mostra interessi per la filosofia positivista, per la fisiologia, per il determinismo economico, né contiene intenti di denuncia sociale delle condizioni di arretratezza sociale e culturale delle plebi portate sulla scena, né è possibile dedurne un atteggiamento o un sentimento di umana partecipazione dello scrittore per il mondo degli umili. L’interesse di D’Annunzio può in parte essere di natura folcloristica, ma esprime soprattutto il gusto per la scena raccapricciante, per il macabro, per l’orrido, per la carnalità e la sensualità. Alla fine poi, queste novelle si rivelano come il frutto di un abile esercizio letterario con il quale l’autore riprende contenuti di racconti di altri narratori e li sviluppa a modo suo. Non può sfuggire infatti che, ad esempio, la novella “La morte del duca D’Ofena” nasca su una reminiscenza della novella verghiana “Libertà”, che “La veglia funebre” sia una ripresa dell’episodio della matrona di Efeso contenuto addirittura nel “Satyricon” di Petronio e che reminiscenze verghiane si trovano anche in “Dalfino”. Certo, in alcune novelle l’animalità dei protagonisti può sembrare descritta con una attenzione e con un compiacimento ti stampo zolaniano, ma poi all’influsso di Zola si aggiunge quello di altri scrittori come Maupassant, come per la novella “La fine di Candia”, o di uno scrittore lontano nel tempo come Boccaccio, come per “La fattura”. Ma, letterarietà a parte, costante è il gusto, già dichiarato, che è alle radici di quel narrare e che si mescola ad altri interessi, come quello per la superstizione e la magia, e ciò che di violento che ne può scaturire, come avviene con “Gli idolatri” o “L’eroe”, o quello per il grottesco, i vizi e le deformazioni, le miserie di certa borghesia, come ne “La contessa di Amalfi”.
I drammi
Del teatro D’Annunzio ebbe una visione quasi opposta a quella dominante al suo tempo e che si era sviluppata dopo l’esperienza verista. Lo concepì infatti non solo come spettacolo, ma anche come una suprema forma d’arte capace di unire in sé le diverse forme della pittura, della scultura, della musica, della danza, del verso. Egli perciò rifiutò il cosiddetto dramma borghese, e riportò sulla scena non la vita dell’uomo qualunque, ma quella dell’individuo di eccezione, cioè del superuomo. Di conseguenza le sue tematiche furono strettamente legate alle sue dottrine superomistiche e a quelle dell’estetismo. Il suo fu pertanto un teatro che impegnava le capacità non solo del poeta, ma anche di diversi altri artisti. Teatro che stordiva la vista dello spettatore così come il suo udito catturandolo nell’atmosfera che l’evento determinava e che parola e musica rafforzavano. Tale concezione fu per altro dal poeta teorizzata ed espressa attraverso il personaggio di Stelio Effrena, protagonista de “Il fuoco”. A questo teatro egli poi assegnò il compito di educare le masse alla vita e al bello. Rispondono a questa concezione quelli che potremmo chiamare i drammi del superomismo, e cioè “La Gloria”, “La nave”, “La Gioconda”. Altri drammi invece nacquero dalla volontà di riproporre, immettendovi nuovi significati, temi del teatro antico greco, come accade per “Fedra”, o “La città morta”. Storia un po’ a sé fanno invece quelli di ambientazione regionale abruzzese, e cioè “La figlia di Jorio” e “La fiaccola sotto il moggio”, opere che richiamano certi aspetti delle “Novelle della Pescara”. Giudicandole le opere migliori ci fermiamo su queste ultime due.
Ne “La figlia di Jorio” si narra la vicenda del pastore Aligi e di Mila di Codro: In una giornata estiva Mila, inseguita dai falciatori che vogliono farle violenza, si rifugia in casa di Aligi che, esponendo una croce innanzi alla sua porta, riesce a far recedere i contadini imbestialiti dal loro intento. Affascinato da Mila, Aligi lascia la sua casa e la donna appena sposata, e la raggiunge sui monti. Colà vanno anche prima la sorella di Aligi, per convincerlo a tornare a casa, e poi Lazzaro, il padre, vecchio e possessivo amante di Mila all’insaputa del figlio. Lo scontro fra i due, sostenuto dalla passione e dalla gelosia, è violentissimo tanto che alla fine Aligi uccide il padre. Il delitto del parricida provoca una subitanea reazione della gente che, secondo le sue leggi, vuole catturare l’assassino e chiuderlo in un sacco per poi precipitarlo nei vortici del fiume. A questo punto interviene Mila che, con atto di amore e desiderio di purificazione, accetta di essere arsa viva come maga accusandosi come autrice del delitto avvenuto in conseguenza di una malia fatta ad Aligi che avrebbe agito per effetto di quella. Tutti così credono alla confessione della figlia del mago, tranne la sorella di Aligi, che comprende l’eroismo della donna.
Ne “La fiaccola sotto il moggio” si narra la vicenda di Gigliola che, nell’anniversario della misteriosa morte della madre, nella convinzione che ad ucciderla sia stata la propria matrigna, figlia di un serparo e già serva nella casa in cui ora è padrona, decide di scoprire la verità sospettando che la donna stia anche accelerando la morte del suo fratello minore Simonetto, creatura tenera e delicata, già minata dalla malattia. Incalzando con domande la matrigna, Gigliola riesce ad ottenere la confessione del delitto che sospettava ma scopre anche la partecipazione ad esso del proprio padre Tebaldo. L’uomo, che già da tempo subisce i rimproveri di Gigliola che non gli perdona di aver subito dimenticato la madre e di aver sposato la serva, appare pentito, ma non riesce a liberarsi della sua lussuria finché, sentendosi sospettato di uxoricidio, decide di uccidere la sua seconda moglie che questo sospetto ha insinuato nella figlia. Sennonché anche Gigliola ha deliberato di uccidere la matrigna, che ormai sa colpevole del delitto. Per questo motivo ha furtivamente sottratto ad un serparo venuto a trovare la matrigna, un sacchetto contenente serpi velenosi. Il serparo altri non è che il padre di quella serva divenuta ora signora, ma la donna lo ripudia e lo scaccia in malo modo, provocando il risentimento del vecchio padre che, vedendosi maltrattato e soprattutto rifiutato e scacciato a sassate, lancia una maledizione sulla figlia stessa. Il proposito di Gigliola è quello di farsi mordere dalle vipere e quindi andare ad uccidere la matrigna. Attua la prima parte del suo piano, non la seconda perché trova che la matrigna è stata già assassinata dal padre che poi assiste impotente alla morte della figlia ormai morsa dai serpenti.
Ora le due tragedie hanno dei punti in comune: narrano vicende di sangue connesse alla gelosia e alla passione amorosa; sono ambientate nell’Abruzzo più interno e selvaggio; le vicende si svolgono in un tempo indefinito; i personaggi femminili sono i veri protagonisti. La geografia, l’ambiente sociale, i riferimenti alle credenze popolari e alla magia, il paesaggio, possono far pensare alle “Novelle della Pescara”. E in effetti hanno con esse in comune anche la primitività dei personaggi e la loro propensione alla violenza. Tuttavia nei drammi le descrizioni raccapriccianti hanno una valenza diversa. D’Annunzio stesso all’amico Michetti così scriveva: “La sostanza di queste figure è l’eterna sostanza umana, quella di oggi, quella di duemila anni fa: L’azione è quasi fuori del tempo, retrocessa ad una lontananza leggendaria...e qualcosa di omerico si diffonde su certe scene di dolore. Il pianto del pecoraio ricorda la lamentazione di Priamo”. Per questo G. Ferroni9 può dire che con questi drammi D’Annunzio intese trasferire tutti i movimenti dei personaggi, tutto il mondo popolare, nella assolutezza del mito.
1 A. Marchese, Storia intertestuale della letteratura italiana, Messina-Firenze 1990
2 W. Binni, La poetica del decadentismo italiano, Firenze 1936
3 U. Panozzo, Storia della letteratura italiana, Torino 1978
4 E. Gioanola, Storia letteraria del Novecento in Italia, Torino 1980
5 M. Puppo, Storia della letteratura italiana, Torino 1978
6 A. Marchese, op. cit.
7 C. Salinari, Miti e coscienza del decadentismo italiano, Milano 1978
8 C. Salinari, op. cit.
9 G. Ferroni, Storia della letteratura italiana, Milano 1994