Eugenio Montale

Eugenio Montale

 

 

 

 

     

     La poetica

    

     La poetica montaliana resta evidenziata già nella sua prima raccolta di versi ove subito appaiono le divergenze tra il  poeta genovese, Ungaretti e i decadenti. Ne “I limoni”, che apre gli “Ossi”, egli subito dichiara: “Ascoltami, i poeti laureati / si muovono soltanto fra le piante / dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti. / Io per me amo le strade che riescono agli erbosi / fossi dove in pozzanghere / mezzo seccate agguantano i ragazzi / qualche sparuta anguilla”. Fuori di metafora, il poeta vuole esprimere il suo rifiuto per la poesia aulica, accademica, altisonante, e, nello stesso tempo, per il ruolo di poeta “vate”, “laureato”, coronato cioè con la corona d’alloro, che si conferiva anticamente a chi poeta veniva ufficialmente riconosciuto. Espressione per altro polemica nei confronti sia della tradizione carducciana, che della poesia dannunziana. Ad essa si contrappone una poesia fatta di semplici cose, simboleggiata dalle strade che portano ai fossi erbosi, e perciò costituita da un lessico più umile ed immediato, senza troppe stratificazioni letterarie. In aggiunta a ciò nella lirica “Non chiederci la parola” egli dichiara che la poesia non può consistere in una forma di conoscenza, né può avere un valore consolatorio: “Non chiederci la parola che squadri da ogni lato / l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco / lo dichiari e risplenda come un croco / perduto in mezzo a un polveroso prato”. Essa dunque per il poeta non è capace di indicare la strada per uscire dalla situazione di angoscia esistenziale in cui l’uomo si trova; può solo offrire qualche “storta sillaba secca”, cioè può solo trascrivere, rinvenendola negli oggetti, la condizione di cosmico male di vivere. Perciò il poeta si sforza sempre di trovare un elemento del reale che possa svolgere una funzione di simbolo. E’ questa la tecnica del “correlativo oggettivo” teorizzata dal poeta inglese Eliot. Questi diceva che l’unico mezzo per esprimere un’emozione in forma d’arte è quello di trovarne un correlativo oggettivo, cioè una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi, che diventino la formula di quella particolare emozione. La tecnica di Montale è perciò assai differente da quella di Ungaretti, questi si affida infatti tutto ad una catena di rapporti che la scintilla dell’analogia mette in moto, Montale invece cerca sempre la possibilità di soluzione simbolica che la realtà dell’esperienza gli offre. Un esempio concreto di realizzazione di questa tecnica può essere fornito dalla lirica “Spesso il male di vivere ho incontrato” dove leggiamo: “Spesso il male di vivere ho incontrato : / era il rivo strozzato che gorgoglia, / era l’incartocciarsi della foglia / riarsa, era il cavallo stramazzato”. Come scrive G. Baldi1 “Il primo verso introduce un movimento che va dal soggetto alla realtà, dall’astratto al concreto. Il poeta, che interviene in prima persona, esprime il motivo di una tipica condizione esistenziale, il “male di vivere”, ma usa un verbo (ho incontrato) che materializza il concetto, presentandolo quasi come una presenza reale e fisicamente tangibile. Il “male di vivere” non viene evocato attraverso forme o complementi di paragone, in un senso metaforico e analogico, ma si identifica direttamente con le cose che lo rappresentano, emblemi nei quali si incarnano e si rivelano il dolore e la sofferenza: il rivo strozzato che gorgoglia, la foglia riarsa rincartocciata, il cavallo stramazzato”.

     La poesia di Montale dunque per sua stessa dichiarazione è poesia di natura esistenziale: “Avendo sentito fin dalla nascita una totale disarmonia con la realtà che mi circondava, la materia della mia ispirazione non poteva essere che quella disarmonia”, affermazione questa che chiaramente esprime la consapevolezza del poeta di essere alla quale va poi aggiunta l’unica nota ottimistica, la fede cioè nella poesia che portò il poeta a dichiarare: “Se io ho potuto vivere, attraverso prove molto difficili e dolorose...se ho potuto vivere e sopravvivere, ho avuto una certa fede. Fede nella poesia...” e a definirla poi dimidiato dio “che non porta salvezza perché non sa / nulla di noi e ovviamente / nulla di sé”.

     Singolare fu poi l’atteggiamento che il poeta assunse nei confronti di tutta la sua opera poetica quando ormai era celebrato. Di nuovo memore di quanto Leopardi aveva scritto sulle sue Operette morali, egli dichiara: “Raccomando ai miei posteri /...di fare/ un bel falò di tutto che riguardi / la mia vita, i miei fatti, i miei nonfatti. / Non sono un Leopardi, lascio poco da ardere / ...vissi al cinque per cento, non aumentate / la dose...” (Per finire dal “Diario del ‘71 e del ‘72”) e in un’altra poesia aggiunse: “non amo / essere conficcato nella storia / per quattro versi o poco più. Non amo / chi sono, ciò che sembro. E’ stato tutto / un qui pro quo”.

     Per quanto poi riguarda il lessico montaliano, esso vorrebbe essere  antiaccademico e antiretorico, rifiutare i toni alti e solenni. In realtà raggiunge una precisione realistica, non rifiuta elementi dialettali, gergali, inclina al tono discorsivo. E tuttavia talora il  lessico diventa prezioso, infarcito di parole desuete, di latinismi, di neologismi. Quanto poi alla metrica il poeta non rifiutò i versi tradizionali, ma li usò in maniera libera e discontinua. Nelle sue liriche infatti si incontrano endecasillabi, settenari ed altri versi canonici, ma accostati secondo una sensibilità che mira a realizzare un ritmo tutto particolare. In questa ottica si inquadrano anche le strofe e le rime, usate senza schemi prefigurati e talora in maniera tale da realizzare inedite rispondenze.