Giacomo Leopardi

 

 

 

Sommario: La biografia - La poetica: intervento a favore dei classicisti, il Saggio comparativo tra le lingue antiche e le lingue romanze, la teoria della doppia vista e quella del suono, le considerazioni sul lessico, le situazioni, i generi letterari, la concezione della poesia come canto - La visione del mondo: il pessimismo storico, il pessimismo cosmico, il pessimismo eroico, la teoria del piacere, la polemica antispiritualistica e il ripudio del Cristianesimo, il rifiuto dell’antropocentrismo, posizioni nei confronti della cultura contemporanea - Gli orientamenti politici: gli esordi dell’Orazione agli Italiani, le canzoni patriottiche, il Risorgimento e i Paralipomeni - I Canti: struttura del canzoniere, le canzoni civili, le canzoni filosofiche, gli idilli, il ciclo di Aspasia, le canzoni della polemica antispiritualistica, la Ginestra - Le Operette morali: la struttura dell’opera, il modello letterario, i caratteri formali, i contenuti di alcuni dialoghi - Lo Zibaldone.

 

 

 

La biografia

 

Giacomo Leopardi nacque a Recanati di Macerata, primo di quattro figli, il 29 giugno 1798 e morì a Torre del Greco, presso Napoli, nel giugno del 1837. La sua vita fu infelicissima, oltre che assai breve. Lo fu perché colpito da malattia deturpante; perché credette di non essere amato dai genitori e in particolare dalla madre; perché sentì fortissima l’esigenza di un amore, senza mai trovare una donna disposta ad amarlo; perché infine le sue idee lo misero in contrasto con i contemporanei e rimase per questo del tutto isolato, sia ideologicamente che fisicamente, fatta eccezione per l’amico Ranieri. La malattia, anzi le malattie, furono per lui una persecuzione. Fu infatti prima colpito agli occhi, poi alla colonna vertebrale, infine ai polmoni. Le prime due furono attribuite allo studio “disperatissimo” nel quale s’era rifugiato negli anni dell’adolescenza, e, in qualche modo, provocate dal suo stesso comportamento; l’altra gliela portò il destino. Queste sue sofferenze fisiche già i suoi contemporanei consideravano come la causa prima del suo pessimismo e del suo risentimento contro madre natura. Ad esse, comunque sia stato, s’aggiunsero le incomprensioni familiari.

Il padre, il conte Monaldo, era persona di raffinata cultura, fedele al Papato (le Marche facevano allora parte dello Stato Pontificio ed erano al centro di una lotta tra Francesi, Austriaci e papalini) poco propenso ad accettare le idee dei rivoluzionari democratici. Ebbe affetto per il figlio Giacomo, ne intuì l’intelligenza e le capacità, lo stimolò sul piano dello studio e dell’impegno artistico. Ciò nonostante fu sentito dal poeta, divenuto adulto, come personalità che l’aveva soffocato. Di fatto Giacomo ne subì l’ascendente, soprattutto per quanto riguarda le idee politiche reazionarie. La madre, Adelaide Antici, anch’ella appartenente alla nobiltà, fu donna energica, capace di prendere nelle sue mani l’amministrazione del patrimonio familiare quando si accorse che era stato compromesso dagli errori gestionali di Monaldo. Ella allora, con oculatezza, impose, se non proprio ristrettezze, certamente economie a tutta la famiglia. Cattolica profondamente credente e praticante, impartì educazione religiosa anche ai figli. Giacomo però non si sentì amato, interpretò in modo sbagliato i comportamenti della madre nei suoi confronti e finì con il rifiutarla e, con lei, anche le sue convinzioni religiose. Migliore fu il rapporto con i fratelli Carlo e Luigi, particolarmente buono quello con la sorella Paolina. Ma sul piano affettivo questo era per lui troppo poco. Desiderò ardentemente l’amore di una donna, ma non riuscì mai ad averne uno tanto che, negli ultimi tempi della sua miseranda vita, divenne omosessuale , se è vero quello che poi raccontò il suo amico A. Ranieri.

La sua solitudine intellettuale, infine, fu la conseguenza delle sue scelte ideologiche che andavano controcorrente e della sua intransigenza e poca propensione a comprendere i tempi nuovi.

Per quello che riguarda la sua educazione e formazione culturale, tutta la critica sottolinea la padronanza che presto acquisì del greco antico e del latino nonché la conoscenza assai approfondita degli autori anche minori della classicità. Ma Giacomo studiò anche le lingue moderne e lesse forse in maniera disordinata, comunque da autodidatta, molte delle opere che trovava nella ricca biblioteca della casa paterna. Oltre ai classici latini e greci, filosofi e poeti, conobbe infatti Alfieri, Monti, Goethe, Chateaubriand, De Staël ed altri autori italiani e stranieri contemporanei, come Cesarotti e Young. A Recanati però sentì presto mancargli l’aria e desiderò recarsi in una qualche grande città d’arte e di cultura non provinciale. Lo desiderò tanto che progettò una fuga,  andata a vuoto, il cui insuccesso lo fece cadere in uno stato di profonda prostrazione interiore.

Anni importanti della sua vita furono il 1817 e il ‘18. Nel primo infatti si innamorò di una sua cugina, Gertrude Cassi, e nel secondo strinse amicizia con Pietro Giordani, con il quale ebbe un intenso rapporto epistolare. Quell’innamoramento oggi i critici giudicano non reale, ma solo di natura intellettuale, desiderio di amore, ma non amore vero. Importantissima invece fu l’amicizia con il Giordani che fece di Giacomo il proprio pupillo e cercò di sensibilizzarlo al problema del risorgimento italiano.

Finalmente nel novembre del ‘22 ebbe dalla famiglia il permesso di recarsi a Roma, ospite dello zio Carlo Antici, presso il quale rimase fino ad aprile del ‘23. Qui fu colpito negativamente non soltanto dall’ambiente clericale, ma, fatto più unico che raro, anche da quello cittadino e urbano. Gli risultarono insulse le dame che conobbe, pedanti ed ignoranti i canonici, non si commosse se non visitando la tomba del Tasso al Gianicolo. Tornò perciò a casa pieno di delusione, avendo anche rifiutato un “lavoro” che gli avrebbe consentito di vivere in città non ospite degli zii, come fu, ma in maniera indipendente. Rifiuto che avvenne forse perché gli fu chiesto anche di abbracciare lo stato ecclesiastico.

Il ritorno a Recanati tuttavia non lo riempì di gioia e presto desiderò di nuovo uscirne. Questo avvenne nel ‘25 quando si recò a Milano, avendo ricevuto dall’editore Stella la proposta di dirigere i lavori per la pubblicazione delle opere di Cicerone. Non trovando il clima della città adatto al suo fisico, si trasferì a Firenze. Presentato dal Giordani a Vieusseux e agli scrittori che frequentavano il suo “Gabinetto”, strinse con loro amicizia. Conobbe Pietro Colletta, Gino Capponi, Carlo Poerio, Niccolò Tommaseo e Manzoni, che ebbe stima per lui, ma con il quale non riuscì a legare. Il Tommaseo invece non provò neanche un minimo di simpatia per Leopardi ed espresse la convinzione che tutto il pessimismo del recanatese scaturisse dalla sua malattia.

Successivamente, sempre per motivi di salute, nel ‘28 si trasferì a Pisa, donde poi tornò di nuovo a Recanati, quando morì il fratello Luigi, accompagnato nel viaggio da Vincenzo Gioberti. Conoscendo i suoi problemi, gli amici di Firenze, attraverso Pietro Colletta, gli proposero di accettare un prestito e di tornare nella loro città. Il poeta, dopo qualche esitazione, disse di sì. Nel ‘30 così fu di nuovo nella città toscana dove, questa volta, si legò di una amicizia particolare con l’esule napoletano Antonio Ranieri, tanto che, quando quest’ultimo poté tornare nella sua patria, lo seguì e andò a vivere con lui e sua sorella a Torre del Greco, e vi rimase sino alla sua morte. A quel periodo fiorentino appartiene l’esperienza dell’innamoramento, stavolta reale, per la bella Fanny Targioni Tozzetti, amante invece del Ranieri.

Nel corso di queste vicende Leopardi fu per altro protagonista anche di due cosiddette conversioni: la prima del 1816, definita “dall’erudizione al bello”, e la seconda del 1817, detta “dal bello al vero”. I primi anni dell’adolescenza leopardiana infatti furono caratterizzati da un’intensa attività filologica e da una vasta e disordinata produzione letteraria che N. Sapegnogiudica tipicamente settecentesca e ritardataria. “Nel campo letterario, -egli scrive- assente ogni riferimento ai motivi più robusti e vigorosi della nostra tradizione poetica dal Trecento al Cinquecento...domina incontrastata la linea della tradizione arcadica più esterna e retorica, dal Frugoni al Monti, riecheggiata per giunta dallo sfondo di un chiuso ambiente di provincia. Nel campo filologico, insieme ad una dottrina e una perizia che desteranno stupore anche in filologi esperti come Niebhur, sono evidenti i segni di una erudizione un po’ oziosa, accademica, aneddotica, senza ampiezza di orizzonti...”. La conversione dall’erudizione al bello consistette pertanto nella scoperta della poesia e il relativo abbandono dell’arida filologia. Da allora in poi Leopardi cominciò ad amare Omero, Dante, quei classici che sino ad allora aveva snobbato e, di converso, si allontanò dalla letteratura settecentesca e francesizzante che tanto aveva amato. La seconda conversione nacque invece dal fatto che il primo Leopardi, dal punto di vista filosofico, era stato tutto legato alla cultura illuministica che cercava di armonizzare con le sue opinioni religiose; in politica invece il giovane Giacomo, come scrive N. Sapegno “mostra l’adesione alle tesi reazionarie di Monaldo, nello sforzo di esaltare il dispotismo illuminato e di distogliere i compatrioti dalle nascenti aspirazioni verso l’unità e l’indipendenza con argomenti di sapore schiettamente materiale ed edonistico...Nel complesso dunque un organismo di cultura inerte, arcaica, sorpassata...”. Il distacco da queste posizioni, determinato dalla lettura dell’Ortis, del Werther, di Chateaubriand, dalle conversazioni con il Giordani, lo portarono progressivamente alla scoperta del “solido nulla” ed alla elaborazione del suo sistema filosofico.

 

 

 

La poetica

 

Leopardi ha lasciato espresse le sue idee sulla poesia in appunti sparsi nello Zibaldone e in alcune altre opere. Tra le prime citiamo la lettera, che egli inviò ai redattori della Biblioteca Italiana, con la quale intervenne nella polemica tra classicisti e romantici e che fu seguita nel 1818 dal “Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica”. Il poeta in esso si schierava dalla parte dei classicisti, e tuttavia si distingueva dai più intransigenti concordando con i romantici sulla necessità di non abusare della mitologia, di essere liberi da ogni regola nel comporre, di non seguire pedissequamente gli autori antichi. Contemporaneamente esprimeva la convinzione che solo il mondo antico fosse stato capace di realizzare vera poesia, dominato come fu dalla fantasia. Concordava con i romantici che gran forza poetica avesse il patetico, ma riteneva che questo fosse stato un elemento essenziale già della poesia antica e perciò non una novità della poesia romantica. La poesia contemporanea ai suoi occhi per altro non poteva essere che sentimentale, cioè filosofica, essendosi ormai conclusa l’età storica delle illusioni e del predominio della fantasia sulla ragione.

Complementari a queste idee sono quelle espresse nel “Parallelo delle cinque lingue”, rimasto allo stato frammentario, nel quale il poeta afferma che ogni idioma nasce naturalmente poetico e con il tempo tende a farsi necessariamente “geometrico”, guadagnando in chiarezza e precisione, ma perdendo in spontaneità e bellezza. Conseguentemente egli giudicava essere state molto poetiche le lingue antiche, più diretta espressione della capacità fantastica dei popoli, ed essere impoetiche le lingue romanze contemporanee, perché queste ultime sarebbero divenute razionali e dominate ormai dalla ragione. Non tutte tuttavia allo stesso modo. L’italiano infatti, rispetto alle altre, sarebbe rimasto ancora capace di adattarsi alle esigenze del sentimento e della fantasia e perciò sarebbe lingua più poetica rispetto alle altre.

Ricordiamo infine la sua valutazione dei diversi generi letterari. Egli era convinto che tutte le opere di letteratura fossero riducibili a soli tre generi: l’epico, il lirico e il drammatico. Di questi tre riconosceva come vera poesia solo quella lirica, ritenendo che l’epica altro non fosse che poesia lirica estesa nella durata, e che la letteratura drammatica dovesse essere rifiutata, in quanto troppo governata dalla ragione.

Per il resto le sue idee furono strettamente legate al sensismo. Egli infatti partì dalla convinzione che fine della poesia fosse il diletto. Cercò quindi di scoprire quali fossero i mezzi attraverso i quali si potesse ottenere l’effetto di procurare piacere al lettore. Approdò pertanto alla cosiddetta teoria della “doppia vista” e a quella del suono. Egli così spiegava: “All’uomo sensibile e immaginoso...il mondo e gli oggetti sono come doppi. Egli vedrà con gli occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi un suono di campana; e nello stesso tempo coll’immaginazione vedrà un’altra torre, un’altra campagna, udrà un altro suono. In questo secondo genere di obbietti sta tutto il bello”. Sosteneva quindi che particolarmente piacevole, per le idee vaghe ed indefinite che suscita, è la vista impedita da un ostacolo, sia esso una siepe, un albero, una torre, ecc..., perché allora, invece della vista, lavora l’immaginazione e il fantastico subentra al reale. Allo stesso modo con la teoria del suono egli affermava che esistono dei suoni capaci più di altri di determinare suggestioni e far scaturire poesia, e sono quelli di un canto che s’ode allontanarsi poco a poco, o che giunga da fuori all’interno di una stanza chiusa, o sia esso il muggito di una mandria in una valle, o lo stormire del vento tra le fronde.

E poiché poi la poesia si realizza attraverso l’uso delle parole, egli individuò come particolarmente poetiche le parole peregrine e quelle che contengono in sé qualcosa di vago e indefinito, che piuttosto che dire e descrivere, lasciano immaginare e far lavorare la fantasia.

Sarebbero altresì idonee a suscitare poesia le idee vaghe e indistinte, le immagini che portano con sé qualcosa di remoto, di oscuro, di immenso. Andando avanti su questa strada arrivò ad affermare che la poesia faccia tutt’uno con l’infinito e la rimembranza. Ogni poesia anzi si risolverebbe in rimembranza di impressioni e affetti infantili, un ritorno a quel mondo di remote e sognate fantasie, nella rievocazione di un tempo passato, perduto e non più afferrabile.

Ai suoi occhi la poesia allora è tanto più valida quanto più si allontana dalla narrazione e dalla descrizione del reale e si avvicina invece alla condizione della musica, che non rappresenta, bensì esprime il sentimento nella sua immediatezza. Alla fine perciò la poesia venne posta come espressione del sentire dell’individuo espresso nella sua immediatezza, come un canto dell’anima, (di qui il titolo di “Canti” dato alla sua raccolta di poesie).

 

 

 

La visione del mondo

 

Leopardi non fu un filosofo, ma un poeta che sostanziò la sua poesia di riflessioni di natura esistenziale. Non seppe però, o non volle, dare al suo pensiero uno sviluppo organico e sistematico. Molte delle sue riflessioni infatti esistono solo allo stato di annotazioni veloci, sia nello Zibaldone che nella raccolta dei Pensieri. Si fa perciò fatica a voler dare loro ad ogni costo una forma lineare. Ciò premesso si può dire subito che la visione della vita espressa da Leopardi fu improntata ad un forte pessimismo che lo accompagnò sino alla morte.

Questo pessimismo viene tradizionalmente distinto in tre fasi che si denominano del pessimismo storico, cosmico, eroico.

Punto di partenza di ogni sua ulteriore considerazione è che noi vivendo soffriamo e che tutta la nostra vita altro non è che sofferenza e dolore. Posta questa come una verità inconfutabile, la sua speculazione si volse a determinare le ragioni e le origini di questa infelicità. E allora in un primo momento, la fase del pessimismo storico, pensò che causa del nostro soffrire fosse la Ragione. La Natura infatti, madre benevola e premurosa, velerebbe all’uomo la sua vera condizione, generando in lui le illusioni. Con il tempo però la Ragione riuscirebbe a squarciare quel velo, a scoprire l’inganno, facendo così apparire la realtà di sofferenza e di dolore della vita umana: la Ragione metterebbe l’individuo di fronte all’orrido vero della sua miserrima condizione, mostrandogli tutta la sua infelicità. Egli dunque riteneva che felice nella vita di ogni individuo fosse l’età della fanciullezza, vista come età delle illusioni appunto, delle fervide speranze e dei sogni fatti in assenza della ragione. Questa condizione di felicità però tosto, con il sopravvenire dell’età adulta, cioè della ragione, andrebbe persa per sempre e ad essa ne subentrerebbe un’altra di perenne sofferenza. Ora alla fanciullezza degli individui corrisponderebbe quella dei popoli. Poiché le età antiche furono dominate dalla fantasia e dalle illusioni, non avendo essi conosciuto il razionalismo dei tempi moderni, rimasti avvolti nell’ignoranza che si manifestava nei tentativi di interpretazione della realtà costituiti dai “miti” e dalle favole dei poeti, Leopardi credette essere stati felici i popoli antichi, ed essere infelici gli uomini dell’età presente, ormai dominata dalla ragione.

Tornando nel prosieguo del tempo sul problema, il poeta, chiestosi donde venissero mai negli uomini le illusioni, ribaltò il suo giudizio sulla Natura, arrivando a pensare che essa stessa le farebbe nascere negli uomini per un suo gioco perverso e maligno. La Natura, non la ragione, sarebbe la vera causa dell’infelicità dell’uomo, poiché gli fa sperare, intravedere, sognare una felicità che invero egli non potrà mai raggiungere; essa dunque non sarebbe una madre benevola, bensì una matrigna. Se è così allora, egli concludeva, gli uomini sono stati infelici in tutte le epoche storiche, e non solo nella presente. Il poeta poi si convinse che questa infelicità non fosse relativa solo all’umanità, ma investisse tutti gli esseri viventi animali e vegetali, e non solo questo mondo, ma tutto l’universo. Il dolore sarebbe condizione universale e cosmica. Di qui la denominazione di questa fase del pensiero leopardiano come del pessimismo cosmico

L’ultimo periodo, o del pessimismo eroico, fu caratterizzato da un atteggiamento nuovo del poeta che, cessando di lamentare la scoperta infelicità sua come di tutti gli esseri viventi, non si piegò più su se stesso a piangere il suo dolore, né più imprecò contro la malvagità della natura, bensì fu animato da un desiderio di vita e di lotta, pur nella coscienza della inevitabile sconfitta; così egli protestò la sua dignità e la affermò con la volontà di lottare contro la Natura, dando vita ad una forma di titanismo; invitò, infine, tutti gli uomini alla solidarietà e a coalizzarsi per combattere quella che sola considerava la comune nemica, cioè la Natura. Questo fu il suo estremo messaggio lanciato con “La Ginestra”.

Alle radici di questa visione pertanto stavano sia una adesione al meccanicismo illuministico e al materialismo, sia il rifiuto totale di ogni fede religiosa e di ogni prospettiva spiritualistica. Il poeta fu profondamente convinto infatti che dopo la morte ci sia il nulla eterno. Egli si accorse però che profondamente radicato nell’uomo è il desiderio di felicità. Elaborò allora la teoria del piacere per la quale ogni uomo tenderebbe per legge di natura verso ciò che gli sembra bene, e poiché poi gli sembra bene tutto ciò che gli procura piacere, egli cercherebbe naturalmente il soddisfacimento dei suoi desideri. Ma questa soddisfazione non può essere che momentanea, di breve durata. Subito dopo aver soddisfatto un desiderio infatti l’uomo prende a desiderare di nuovo qualcosa, tornando nella precedente situazione di sofferenza, determinata dalla sentita carenza di ciò che si desidera. Il piacere pertanto sarebbe costituito da una breve parentesi tra momenti successivi, ma non contigui, di sofferenza. Da una momentanea interruzione del dolore, tale da non poter durare nel tempo. Ma anche quando non esistano ragioni esterne a determinare la sofferenza dell’individuo, questi, secondo il poeta, si troverebbe in una situazione di infelicità, l’animo umano infatti sarebbe costantemente dominato dal tedio, dalla noia. L’uomo riuscirebbe a trovarsi in una situazione di piacere solo nel momento in cui si liberasse da questa sua condizione. E per il poeta non c’era via di scampo, essendo ciò possibile solo con la morte, eterna quiete, cessazione di tutto, oppure, non volendo morire, in ciò che alla morte maggiormente somiglia, cioè o il sonno naturale, o lo stato di incoscienza procurato dall’oppio. Soluzioni però che egli rifiutò sia concretamente che ideologicamente.

L’accettazione poi quasi incondizionata del materialismo illuminista portò Leopardi anche al rifiuto del Cristianesimo. L’adesione senza riserve al razionalismo settecentesco, e alle idee illuministe in genere, provocarono anche l’apostasia. Benché educato nella fede cattolica infatti, finì presto col rifiutarla e porsi in una posizione di disprezzo anche nei confronti dei credenti e dello stesso Cristianesimo. Sorprendente è poi il giudizio che il poeta espresse sulla madre, considerata non solo una bigotta, ma alla quale egli attribuì, riguardo alle disgrazie del figlio, strane idee, secondo lui dovute proprio alla sua religiosità. Leopardi comunque anche nel giudizio sul Cristianesimo si mosse scientemente contro corrente. Manzoni, tanto per fare un esempio, passò dall’infatuazione generalizzata per tutte le idee illuministiche al cattolicesimo, sviluppando e dando più salde fondamenta alle idee di eguaglianza e giustizia sociale che di quello aveva apprezzato e, al tempo stesso, liberandosi dagli estremismi giacobini e soprattutto dall’ateismo; il recanatese invece non seppe compiere questo salto di qualità e all’Illuminismo deteriore rimase saldamente radicato al punto che volle anch’egli dire la sua contro quella che era stata anche la propria confessione religiosa. Così nel “Dialogo di Plotino e di Porfirio” lanciò pesanti accuse addirittura contro Cristo, adombrato dietro la figura di Platone, e del quale ovviamente parla come di un qualsiasi altro filosofo. Arrivò infatti a dire che la sua dottrina avesse sortito un effetto negativo per l’umanità avendo immesso nel cuore del credente, con la concezione del giudizio universale e il conseguente premio o castigo eterno, la paura della morte. Per il recanatese infatti nessun uomo, per quanto buono, potrà mai essere del tutto certo del premio, ne consegue che avrà paura della morte, cosa che non si verificava prima della venuta di Cristo. La morte infatti, per il nostro poeta, non dovrebbe essere temuta, ma desiderata ed attesa con gioia come capace di liberarci dalle sofferenze della terra. Essa sarebbe una medicina data dalla Natura all’uomo per sfuggire al suo destino, invece per colpa di certe dottrine accade il contrario di quello che dovrebbe accadere, cioè che gli uomini amino la vita e odino la morte. E allora Leopardi accusa Cristo di essere stato il più crudele del più terribile dei tiranni e il più spietato dei carnefici dell’umanità.

Complementari a queste idee devono considerarsi quelle della polemica antimetafisica espresse nella “Palinodia al marchese Gino Capponi”, ne “I nuovi credenti” e soprattutto ne “La Ginestra”. Nel complesso in questi componimenti, che vanno dal tono scherzoso della “Palinodia” a quello tragico della “Ginestra”, il poeta asserì l’attuale validità del pensiero filosofico illuminista, accusò i contemporanei di vigliaccheria e di oscurantismo per averlo rinnegato, protestò per l’ottimismo, ai suoi occhi infantile, che sembrava aver accecato tutti i suoi contemporanei, auspicò una stagione nuova in cui finalmente quelle verità che egli, vox clamans in deserto (voce di chi grida nel deserto), andava ribadendo avrebbero potuto essere universalmente riconosciute.

Altro elemento del pensiero dello scrittore è il suo rifiuto dell’antropocentrismo. Sia nei “Canti” che nelle “Operette morali”, per lo più ricorrendo all’ironia, il poeta irrise a quanti volevano considerare l’uomo come il signore dell’universo, che lo giudicavano come l’essere più nobile o, addirittura, creato a immagine e somiglianza di Dio. Egli infatti considerò l’uomo e l’umanità tutta una parte infinitesima ed insignificante dell’universo. Lo considerò una nullità, così come la terra stessa un granello di sabbia nell’ambito del sistema astrale, preconizzando una prossima scomparsa di tutto il genere umano e una distruzione dello stesso globo terrestre destinato, a suo vedere, a ridursi prima a un disco, a causa del movimento di rotazione, poi a frantumarsi e così sparire.

Singolare fu poi la sua posizione nei confronti della cultura di massa alla quale anche fu avverso. Fu convinto infatti che dove tutti sanno poco, si sa poco nel complesso, e che la cultura potesse essere pane solo per pochi studiosi e la scienza non partecipata a tutti. Così poi poté anche ironizzare sulla realtà dei giornali. Anche la stampa di giornali e riviste infatti fu vista negativamente sul piano culturale poiché egli considerava che i giornali avrebbero ucciso ogni altra forma di letteratura sostituendosi ad essa, ma ad un livello più basso.

Non si può poi tacere dell’idea che il poeta ebbe del progresso. Anche riguardo a questo la sua fu una visione negativa e pessimistica. Egli non credette in quel mito e si disse convinto che nessuno sviluppo scientifico o tecnologico sarebbe mai stato in grado di sollevare l’uomo dalla sua condizione miseranda. D’altra parte fu anche sfiduciato nei confronti della natura umana. Parlando del Cristianesimo ebbe a giudicarlo fallito non essendo esso riuscito ad eliminare tra gli uomini l’ingiustizia e la violenza. Giudizio negativo il poeta dunque ebbe anche sull’uomo in sé. Egli infatti riteneva che l’umanità nel suo insieme potesse essere divisa in due parti: quanti fanno violenza e quanti la subiscono. Così nei “Pensieri” il mondo gli appare “una lega di birbanti contro gli uomini da bene, e di vili contro i generosi”; nella guerra di tutti contro tutti pertanto ciascuno tenderebbe a sottrarre spazio a chi gli è vicino ricorrendo ad ogni mezzo. La comunicazione poi tra gli uomini si fonderebbe sulla falsità e l’ipocrisia. Questa falsità si estenderebbe a tutti gli aspetti della vita dominando anche in quella sentimentale e finirebbe con l’invadere anche il campo della letteratura.

Sarà chiaro a questo punto che Leopardi fu un illuminista sui generis (del tutto particolare), riuscì infatti a cogliere di quella corrente filosofica solo gli aspetti per così dire negativi, respingendone sia la fiducia nel progresso che ogni prospettiva ottimistica di possibile rinnovamento della società civile.

 

 

 

Orientamenti politici

 

Leopardi non amò molto la politica. Vivendo però in un periodo storico così politicamente importante come fu il Risorgimento, con essa entrò necessariamente in contatto.

Una sua prima esperienza fu quella che si riversò nella “Orazione agli Italiani per la liberazione del Piceno”. Era avvenuto che nel 1815 Gioacchino Murat aveva tentato di far insorgere le popolazioni d’Italia con il famoso Proclama di Rimini. Fallito miseramente quel tentativo, la parte della nobiltà più conservatrice diede un respiro di sollievo. Così anche il giovane Giacomo, che nella sua orazione definisce gli Austriaci prodi liberatori, cercò di dissuadere gli Italiani dai loro progetti di indipendenza esaltando il dispotismo illuminato. Tentò infine di convincerli che sarebbe stata meglio una Italia governata nella pace e nell’ordine, benché disunita, che un Paese libero, ma in cui regnassero anarchia e confusione. Non manca nello scritto un atteggiamento misogallico, forse di derivazione alfieriana, che lo porta a vedere nella Francia l’acerrima nemica. Insomma i liberatori per lui non erano i Francesi, bensì gli Austriaci venuti a difendere il territorio dello Stato pontificio. Con questo scritto è chiaro che il giovane Giacomo non faceva altro che dare voce alle idee del padre conte Monaldo, fedele a Roma e legittimista.

L’anno successivo però cominciò la corrispondenza con Pietro Giordani. Questo patriota e letterato ebbe una vera e propria venerazione per il giovane recanatese, che, dal canto suo, fu contento di quell’amicizia e finì con l’assecondare le richieste del trovato amico scrivendo qualcosa di politicamente rilevante. Fu così che videro la luce le canzoni “All’Italia” e “Sopra il monumento di Dante”. Oggi queste due opere non vengono più lette come documenti politici, ma quello che di politico c’è non può essere certamente negato. Nella prima canzone il poeta comincia con il lamentare lo stato di completa decadenza morale e politica del nostro Paese, ricorda la gloria del passato di cui sembrerebbero rimanere solo i resti archeologici, finisce con lo scrivere versi di incitamento alla guerra culminanti nell’espressione: “L’Armi, qua l’armi: Io solo / combatterò, procomberò sol io”. Nell’altra canzone invece troviamo inviti continui al risveglio nazionale, sia che il poeta si rivolga all’Italia scrivendo: “ti vergogna e ti riscuoti / e ti punga una volta / pensier degli avi nostri e de’ nepoti”, sia che parli agli Italiani dicendo: “Amor d’Italia, o cari / amor di questa misera vi sproni”; ricorda infine i morti nella campagna di Russia (Morian per le rutene / squallide spiagge, ahi d’altra morte degni, gl’itali prodi) per esecrare questo fatto, ma tenere anche accesa la speranza che un giorno gli Italiani avrebbero potuto invece combattere anche per la patria loro.

Ma la vicinanza alle ragioni dei patrioti durò poco: dopo il fallimento dei moti del 1820, e poi di quelli del ‘31, egli infatti scrisse i “Paralipomeni della batracomiomachia”. E’ questa un’operetta satirica in versi a carattere allegorico. Vi si narra della guerra delle rane contro i topi. Il titolo grecizzante di paralipomeni significa “libri aggiunti”. Precedentemente infatti Leopardi aveva tradotto in italiano un’opera intitolata “Batracomiomachia”, per molto tempo attribuita ad Omero, costituita da una specie di favola riguardante il mondo degli animali. Ora il nostro poeta finse di averne trovato e tradotto altri libri. La trama è la seguente: I topi (= i liberali) già vincitori delle rane (= i reazionari) vengono sconfitti dai granchi (= gli Austriaci) intervenuti per garantire l’equilibrio politico. Questi ultimi non tollerano neppure la monarchia costituzionale di Topaia, la capitale del Regno dei topi, ed impongono loro o di cambiare la situazione politica o di subire la guerra. Il Re Rodipane viene indotto ad accettare la sfida, ma i difensori della libertà si dissolvono davanti all’esercito nemico. Sottomessi ai granchi, i topi allora danno vita ad una attività cospirativa dai granchi tollerata come innocua. Il conte Leccafondi ritiene invece possibile un’azione, ma viene esiliato e comincia le sue peregrinazioni alla ricerca di aiuti per la sua patria. Alla fine scende nell’Averno dei topi per conoscere il destino politico della sua terra. I morti trattengono a stento le risa e gli consigliano di ricorrere al generale Assaggiatore che appare però poco disposto alla guerra. Qui la narrazione s’interrompe dietro la finzione della mancanza del resto dell’opera nei manoscritti tradotti.

A livello stilistico tutta l’opera è improntata a grande satira ed umorismo. Quanto ai contenuti vi si condanna la Santa Alleanza, si mostra disprezzo per i popoli alle prese con la politica, si criticano le ideologie alla moda, si prendono le distanze dall’ottimismo che dominava i patrioti rispetto alle possibilità di una riforma sociale; si esalta, per contrasto, l’Illuminismo materialista e ateo.

Secondo G. Ferroni i granchi sono dipinti con cupi caratteri negativi mentre le posizioni dei topi sono violentemente irrise. “Sotto lo schermo delle vicende degli animali i Paralipomeni accumulano acute e sarcastiche definizioni del costume intellettuale, dei dibattiti e delle iniziative politiche che condurranno al Risorgimento: si manifesta così il punto di vista tutto negativo dell’autore, che si designa esplicitamente come “mal pensante”. Egli esprime in questo testo tutta la sua insofferenza per la condizione dell’Italia della Restaurazione...”Ciò nonostante, questo non dovrebbe consentire di classificare il poeta come anti-risorgimentale, egli infatti avrebbe scritto l’opera sotto la spinta della delusione storica seguita al fallimento dei moti del ‘31. In verità tra i Paralipomeni e le opere sia precedenti che successive c’è una certa coerenza ideologica che non consente di accettare questa tesi, anche se è vera la osservazione di partenza.

Si potrebbe infine prendere in considerazione il “Discorso sopra lo stato presente degli Italiani”, scritto nel 1824, ma rimasto inedito. Il poeta vi fornisce un quadro impietoso del carattere degli Italiani e denuncia la mancanza d’una società retta da valori universalmente condivisi, cioè di una società in senso stretto. La conseguenza sarebbe un’irrisione di tutti i valori da cui scaturirebbero il cinismo e l’indifferenza di tutti gli Italiani.

 

 

 

I Canti

 

Così Leopardi stesso intitolò la raccolta delle sue poesie, facendo riferimento alla concezione che egli aveva della poesia lirica. Di questi canti in genere si conoscono quasi esclusivamente gli idilli. Il canzoniere leopardiano invece è molto ricco ed articolato. Badando ai contenuti può idealmente essere diviso infatti in diverse sezioni. Una prima potrebbe essere quella delle canzoni patriottiche e civili, e cioè “All’Italia”, “Sopra il monumento di Dante”, “Ad A. Mai”, “Nelle nozze della sorella Paolina”, “Ad un vincitore nel gioco del pallone”. Appartengono poi ai cosiddetti Inni filologici, “Ai patriarchi” e “Alla Primavera”. Due sono le canzoni denominate filosofiche o del suicidio, e cioè “Ultimo canto di Saffo” e “Bruto minore”. Vi sono quindi le canzoni della polemica antispiritualistica: “Palinodia a Gino Capponi”, “I nuovi credenti”, “Al conte Carlo Pepoli”. Cinque componimenti costituiscono il cosiddetto “ciclo di Aspasia” e cioè “A se stesso”, “Amore e morte”, “Il pensiero dominante”, “Aspasia”, “Consalvo”. Oltre altre canzoni di cui non torna conto parlare, vi sono infine gli idilli, tradizionalmente divisi in Primi idilli , con “La vita solitaria”, “La sera del dì di festa”, “Il sogno”, “L’Infinito”, “Alla luna”; Grandi idilli, con “Il risorgimento”, “Il passero solitario”, il “Canto notturno di un pastore errante”, “A Silvia”, “Le Ricordanze”, “La quiete dopo la tempesta”, “Il sabato del villaggio”; gli ultimi idilli infine con “La ginestra” e “Il tramonto della luna”.

Per quanto riguarda le canzoni patriottiche e civili, sono da considerarsi più artisticamente riuscite “All’Italia” e “Ad Angelo Mai”. La prima appare subito come un componimento di estrema ricercatezza formale e sapienza retorica. Dedicata a Vincenzo Monti, abbonda di esclamazioni, interrogative retoriche, personificazioni, improperi, benedizioni, rievocazioni di battaglie. Il poeta è apparentemente tutto pervaso d’amor patrio e di fervore patriottico, sennonché la critica ha poi mostrato che il contenuto di questa canzoni è più autobiografico che politico. In primo piano infatti torna a più riprese la figura del poeta, novello Simonide, che si dipinge ora in preda a furore bellico, ora esprimente la consapevolezza che egli uomo d’armi non è; il discorso si conclude quindi con questi versi, per altro di ascendente foscoliano: “Che se il fato è diverso, e non consente \ ch’io per la Grecia i moribondi lumi \ chiuda prostrato in guerra, \ così la vereconda \ fama del vostro vate appo i futuri \ possa, volendo i numi \ tanto durar quanto la vostra duri”. Dunque desiderio di gloria poetica e di immortalità starebbero alle radici del componimento e non desiderio reale di libertà per l’Italia. Allo stesso modo la canzone “Ad angelo Mai” trova i suoi momenti migliori nella rievocazione del Tasso al quale il poeta recanatese rivolge calde e commosse parole: “O Torquato, o Torquato, a noi l’eccelsa \ tua mente allora, il pianto \ a te, non altro preparava il cielo. \ Oh misero Torquato! Il dolce canto non valse a consolarti o a sciorre il gelo \ onde l’alma t’avean, ch’era sì calda, \ cinta l’odio e l’immondo \ livor privato e de’ tiranni. Amore, \ amor, di nostra vita ultimo inganno, \ t’abbandonava... Torna fra noi, sorgi dal muto e sconsolato avello, se d’angoscia sei vago, o miserando \ esempio di sciagura...”. Ma non ci si deve ingannare. Il riversarsi di tanta pietà nei confronti del poeta della Liberata nasce da un processo di identificazione tra il Tasso e il Leopardi. Alla fine ci accorgiamo che Giacomo non piange che se stesso e la sua infelicità, con atteggiamento tipicamente vittimistico. Così la canzone, che nelle intenzioni originarie voleva avere un contenuto politico di incitamento alle generazioni presenti ad emulare le antiche, di cui si rinnovellava allora la memoria con le scoperte filologiche di A. Mai, finisce con il divenire poesia “sentimentale” che si apre a considerazioni di natura esistenziale annuncianti i temi futuri degli idilli. Vi troviamo infatti espressa la scoperta del carattere luttuoso della vita umana, che si condensa nell’espressione “tutto è vano altro che il duolo”; il sentimento dell’adolescenza come età di sogni leggiadri e delle illusioni; il giudizio negativo sull’età presente espresso con queste parole: “Oh tempi, oh tempi avvolti \ in sonno eterno!.

Assai simili tra loro a livello tematico sono anche le due canzoni del suicidio. Nella prima Bruto, uno degli uccisori di Cesare, viene assunto come solitario esempio di virtù misconosciuta e sfortunata. Egli infatti dopo la battaglia di Filippi, che segnò la definitiva sconfitta dei cesaricidi, preferì togliersi la vita, piuttosto che assistere all’instaurarsi della tirannide in Roma. La decisione del suicidio e la volontà di abbandonare il proprio cadavere alle fiere e alle tempeste vengono presentate come un gesto di suprema protesta e affermazione di dignità. Questo Bruto è pertanto un eroe di stampo alfieriano che, come l’astigiano affermava, trova impossibile la convivenza tra uomo libero e tiranno, costituisce nello stesso tempo un modello di eroe romantico, sulla scia dell’Ortis foscoliano. Sennonché anche qui il contenuto politico finisce con l’essere coperto da quello autobiografico. Pure in Bruto infatti è possibile vedere una proiezione del poeta stesso che, se per un verso afferma la sua grandezza, per un altro avverte anche la sua sconfinata solitudine. Per questo Bruto dimostra una sensibilità, tutta leopardiana e romantica, per la natura fisica che lo circonda, estranea al personaggio romano; parla alla luna come a persona umana e al cielo, come spesso avviene anche al poeta negli idilli, quando egli assurge in primo piano. La sostanza autobiografica è ancora più palese ed evidente poi nella seconda canzone. Leopardi vi accoglie la leggenda di Saffo che, poetessa di squisita sensibilità, ma non bella di aspetto, innamoratasi di Faone ma non ricambiata, si sarebbe suicidata precipitandosi da una rupe. Anche il suicidio di Saffo vuole apparire come un atto di protesta estrema contro quella Natura che avrebbe sulla terra dato ogni potere alla bellezza, e poi da questa avrebbe esclusa Saffo, provocandone l’infelicità sentimentale. Saffo, come Bruto, soffre una grande solitudine ed artisticamente esprime una forma di titanismo. L’unica differenza è che le ragioni del suicidio non trovano in lei radici in ideali politici, bensì nella sua passione amorosa. Sentimento questo dal poeta certamente più sentito che non quello politico. Sappiamo infatti che Giacomo desiderò ardentemente essere amato da una donna, ma mai poté essere soddisfatto in questo suo desiderio, probabilmente a causa della sua deformità fisica. La corrispondenza tra l’esperienza di Saffo e la sua pertanto, è totale: ambedue di animo sensibile ed aspiranti all’amore, ambedue di corpo senza bellezza, ambedue respinti dagli amati, ambedue dediti alla poesia, ambedue non disposti ad accettare questo loro destino di infelicità e carichi di risentimento contro madre natura, ambedue nella più sofferta solitudine. Saffo dunque costituisce la proiezione più piena di Giacomo, per questo la canzone risulta autentica nei sentimenti e tutta vibrante di passione. Canzone per altro tipicamente romantica, fondata su reali esperienze del poeta. Pure in questo componimento poi, che il poeta può aver scritto anche ispirandosi a modelli letterari come la Didone di Virgilio o i personaggi femminili delle “Heroides” ovidiane, si affacciano situazioni e temi che ricompariranno negli idilli. Sono tra questi il quadro del paesaggio che apre la canzone, il monologo del personaggio con la Natura, il senso del mistero della vita, la convinzione di un destino di dolore per tutti gli uomini, la percezione del corpo umano come di una veste provvisoria, il sentimento dello scorrere del tempo e della morte che avanza, la convinzione del nulla eterno dopo la morte.

Abbiamo quindi gli idilli. Erano questi dei componimenti tipici della letteratura greca antica caratterizzati dalla brevità, da un’ambientazione agreste e dalla descrizione del paesaggio, per lo più ispirante sentimenti di distesa gioia. Leopardi volle riprendere questo genere poetico, ma lo trasformò poi nella maniera a lui più congeniale. L’idillio leopardiano infatti alterna quasi sempre ad una prima parte descrittiva e paesaggistica, una seconda riflessiva e meditativa; talora ponendole in successione, talaltra alternandole. La caratteristica prima dunque dell’idillio leopardiano è la presenza dell’elemento speculativo per cui la poesia del recanatese fu veramente “sentimentale”, come egli aveva affermato che solo poteva essere la poesia contemporanea. Ma a questo elemento va poi aggiunta anche la tendenza fortissima all’autobiografismo, per cui o il poeta viene in primo piano, o lo avvertiamo dietro i suoi personaggi.

Ora dei primi idilli il più famoso è certamente “L’infinito”. Composto a Recanati nel 1819, è costituito da un monologo che si avvia ex abrupto (senza preamboli) e che si risolve in soli quindici versi. La situazione è questa: il poeta si trova sul Monte Tabor, presso Recanati, seduto sull’erba o forse su una pietra, in un momento di solitudine e silenzio; da quella posizione egli potrebbe vedere il sottostante paesaggio, il piano sino alla costa, e poi il mare, sino alla linea in cui mare e cielo si confondono, ma una vicina siepe gli impedisce la vista dell’orizzonte. Egli allora vede con l’immaginazione ciò che non può vedere con gli occhi; la sua fantasia lo porta ben oltre quell’orizzonte fisico, e supera gli stessi confini del mondo, e al di là da essi il poeta immagina interminati spazi immersi in una profondissima quiete. Ma lo stormire delle fronde degli alberi, sotto il soffio di un vento appena levatosi, lo richiama alla realtà e stavolta, subito dopo, egli si abbandona alla riflessione che lo porta a considerare la limitatezza della terra rispetto all’infinito, a ciò che furono le età passate e a quella che è l’età presente. E dietro questi pensieri, e quelli che da questi si generano, egli si perde, e come un marinaio in uno sconfinato mare fa naufragio, così naufraga il suo pensiero, lasciandogli però un senso di dolcezza. Ora in questi ultimi versi non si può fare a meno di cogliere un significato nascosto. Il naufragio del pensiero di cui il poeta parla non va inteso come un perdersi andando disordinatamente di pensiero in pensiero, così come spontaneamente rampollavano nella mente del poeta. Esso significherà piuttosto il riconoscimento da parte dell’autore dei limiti della ragione, indagatrice del senso dell’esistenza umana. Questo naufragio infatti non può non suscitare nella mente del lettore colto il ricordo di un altro naufragio, quello dell’ultimo viaggio di Ulisse e della sua piccola compagnia. E come quello aveva in Dante un significato allegorico, volendo significare l’impossibilità per l’uomo di tutto comprendere con le sue sole forze, così anche il naufragio leopardiano, pur nella diversità della situazione, acquista analogo significato. Allora si spiega anche meglio il senso della dolcezza che deriva al poeta, per altro non dal naufragio, ma dall’abbandonarsi a quella speculazione che al naufragio lo porterà. Oltre a ciò questo idillio presenta i temi della solitudine del poeta, della vanità di tutte le cose e quello della limitatezza dell’uomo. Il suo fascino e la sua bellezza scaturiscono dalla brevità, dalla essenzialità delle cose dette, dalla situazione, dalle veloci immagini che colpiscono in successione i diversi nostri sensi, dal mistero cosmico che il poeta riesce a trasmetterci, dal contrasto tra gli elementi che lo compongono, dall’immagine di dolcezza finale che, come un lieto fine, conclude una situazione emotivamente tesa.

Dei canti pisano-recanatesi, o grandi idilli, composti tra il 1825 e il ‘27 ricordiamo in primis “A Silvia”. Sotto questo senhal (nome fittizio) si nasconde quasi certamente Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta di tisi nel 1818. La cosa in sé però non è rilevante, non potendosi credere che tra il contino e questa Teresa ci possa mai essere stato un reale legame sentimentale, per cui le cose dette sono in realtà finzioni poetiche che servono all’autore per sviluppare un canto tutto incentrato sulla rimembranza e sul patetico. La canzone infatti, costituita da un lungo e solitario monologo del poeta, comincia senza preamboli con le parole che egli rivolge alla ragazza già da tempo morta: “ Silvia, rimembri ancora...”. Così la giovane viene rievocata e descritta in tutta la sua bellezza, esteriore ed interiore, quando, ignara dell’amaro destino che l’attendeva, viveva in cuor suo felice nell’attesa dell’età adulta che certamente gioie le avrebbe portato, ed esprimeva questa sua contentezza nascente dalla speranza con un canto dolce che arrivava sino alle stanze di casa Leopardi. Nell’udire quella voce soave il giovane Giacomo, egli ricorda, per un momento lasciava i libri a la cui lettura era intento, per affacciarsi al balcone, gustare meglio quel canto, guardare da lontano la ragazza intenta ai lavori femminili. E allora anch’egli si abbandonava a sognare il suo futuro pieno di lusinghe, accomunando le sue speranze a quelle di Silvia. Nel riconsiderare ora quelle illusioni e quello stato d’animo, il poeta ha un momento di sdegno contro la Natura ingannatrice ed esclama: “O natura, o natura, / perché non rendi poi / quel che prometti allor? Perché di tanto / inganni i figli tuoi?”, poi riprende la narrazione con un tono di velata tristezza, ricordando come Silvia non sia riuscita a vedere compiuta neppure la sua giovinezza e come egli, a sua volta, abbia visto subito svanire le proprie illusioni, tanto da poter dire che anch’egli sia stato privato della giovinezza. La canzone si conclude con una immagine un po’ di maniera della personificazione della Speranza che, caduta all’apparir del vero, mostra al poeta con la mano la tomba che lo attende. Ora, come abbiamo notato, la lirica trascorre per diversi registri tonali che vanno dall’allegro della descrizione della fanciulla che canta mentre è intenta al suo lavoro, al mosso dell’invettiva contro la Natura matrigna, all’adagio finale. Così il lettore, sin dall’inizio catturato dal poeta, passa attraverso sensazioni e stati d’animo diversi rivivendo come propria l’esperienza del poeta, portato alla fine ad una condizione di rassegnazione e quasi di sconfitta. A livello dei contenuti poetici il tema centrale è quello dell’adolescenza come età delle dolci illusioni e della Speranza. Ma questo tema poi è accompagnato da quello del Vero che ogni sogno dissolve, della Natura matrigna che provoca nell’uomo questi sogni pur sapendo che sono destinati a rimanere tali, della giovinezza non mai goduta dal poeta, della solitudine dell’autore: “..agli anni miei / anche negaro i fati / la giovinezza. Ahi come, / come passata sei, / cara compagna dell’età mia nova, / mia lacrimata speme!”.

Ne “Il passero solitario” il poeta torna a parlare del suo destino di solitudine e di infelicità, stavolta però con un tono dimesso e senza scagliarsi con invettive contro la natura. La lirica è pertanto tutta giocata sul binomio passero-poeta, sviluppando osservazioni sulla vita del piccolo volatile che valgono anche per quella del poeta, salvo che per un particolare: il passero nel tenersi in solitudine segue un suo istinto naturale, il poeta invece subisce una realtà solo in parte frutto di una sua scelta e della quale per altro certamente si dovrà pentire. Dunque come il passero dall’alto d’un’antica torre se ne sta in disparte ad osservare lo spettacolo che la natura gli offre, così in solitudine sta anche il poeta, e l’uno e l’altro “cantano”, ma mentre il passero arriverà alla morte senza rimpianti, così non sarà per il poeta. Si noterà come la posizione del passero che dall’alto della “torre antica” il tutto mira, rievochi alla mente gli alta templa serena di epicurea memoria. Se quell’immagine è stata pertanto suggerita a Leopardi da Lucrezio, allora nel componimento è da vedere anche la scoperta di un’altra infelicità, quella cioè di chi, avendo maggiore coscienza delle cose e non immergendosi nella lotta della vita, certamente evita pericoli, ma forse non gode solo per questo d’una condizione esistenziale migliore di quella degli altri.

Il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” comincia a segnare una svolta nella poesia leopardiana. L’idea di rendere protagonista di un lungo monologo un umile pastore venne probabilmente a Leopardi leggendo una notizia del Journal des Savants secondo la quale i pastori nomadi dell’Asia centrale, nella buona stagione, talora trascorrerebbero la notte seduti su una pietra a guardare la luna e improvvisando canzoni di tono ed espressioni assai tristi. Il Canto infatti inizia con le parole che un immaginario anonimo pastore rivolge appunto alla luna: “Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai, / silenziosa luna?”. Si sviluppa così un discorso per il quale il pastore pone poi alla luna le domande fondamentali relative alla vita umana: “Dimmi, o luna: a che vale / al pastor la sua vita, / la vostra vita a voi? dimmi: ove tende / questo vagar mio breve, / il tuo corso immortale?”. Domande queste che egli formula avendo scoperto che l’esistenza umana altro non è che un affaticarsi invano verso qualcosa, ma che conduce inevitabilmente alla morte, baratro immenso precipitando nel quale tutto finisce; che la vita umana è piena di sofferenze che egli non riesce a spiegare, ma di cui la luna forse conosce le ragioni ultime. L’unica cosa che egli invece sa con certezza è che per lui la vita è male. Si rivolge quindi per un momento al suo gregge e lo giudica beato in quanto non sa la miseria sua, non ne ha coscienza, per cui immagina che viva contento, e non solo perché ogni timore subito scorda, ma soprattutto perché consuma la sua vita senza noia. Il pastore infatti dichiara che egli, anche quando non è afflitto da alcun male particolare, ha il cuore come gravato da un fastidio che non gli consente di trovare pace. E allora il pastore pensa che se la sua dimensione non fosse quella umana, ma quella di un qualsiasi altro essere, sarebbe più felice. Ma poi subito questo pensiero è abbandonato, rimosso da un dubbio: “Forse erra dal vero / mirando all’altrui sorte, il mio pensiero: / forse in qual forma, in quale / stato che sia, dentro covile o cuna, / è funesto a chi nasce il dì natale”. Ovviamente questo pastore altro non è che una proiezione del poeta stesso che, in questo componimento, sviluppa il tema dell’infelicità della vita umana, del tedio e della noia, del senso di mistero che tutto avvolge, della maggiore infelicità rispetto agli altri di chi ha maggiore coscienza, della morte e dell’oblio in cui il tutto cade, dell’inutilità della vita stessa.

“Il sabato del villaggio” è un componimento di facile e piacevole lettura, portato avanti con un tono cordiale e con un atteggiamento scopertamente didascalico, costituito com’è di due parti: la prima, descrittiva; la seconda, riflessiva. Inizialmente il poeta dipinge un bel quadretto di vita agreste facendo apparire un po’ alla volta persone e luoghi della sua Recanati. Sfilano così sotto i nostri occhi la donzelletta che torna dalla campagna sul far del tramonto; la vecchierella circondata da altre donne, più giovani di lei, alle quali racconta, come una favola, la sua giovinezza; un gruppo di fanciulli che giocano festosi e chiassosi. Vengono poi nominati anche un falegname ed uno zappatore, il primo impegnato in un lavoro, il secondo in un momento di riposo. Contemporaneamente vediamo prima un viottolo di campagna; poi una casetta, con una scala esterna illuminata dai raggi del sole che tramonta; quindi una piazzetta; infine l’interno di una bottega artigiana. Ma assieme alla nostra vista viene coinvolto anche l’udito con il novellare della vecchierella, il rumore dei bambini, il fischiare dello zappatore, il rumore degli arnesi dell’artigiano. La descrizione per altro non fissa la realtà come in una istantanea, ma la coglie nel suo svolgersi nel tempo di alcune ore, cioè dal tramonto alla notte. Si viene ad un certo punto a conoscenza che è un sabato, segue quindi la riflessione che quel giorno è così gaio, così pieno di allegrezza, perché precede quella festa che tutti attendono e alla quale si preparano, immaginando di soddisfare allora i loro desideri, mentre alla domenica a quella gaiezza subentrerà la tristezza, perché allora ognuno andrà col pensiero al giorno lavorativo che dovrà seguire. Sennonché il sabato e la domenica si scoprono poi come due metafore indicanti l’adolescenza la prima e la maturità la seconda. L’adolescenza, vista come l’età delle illusioni, ma proprio per questo gaia e felice; la maturità invece, come l’età della ragione, che della realtà ci fornisce una disillusa percezione. Ideologicamente dunque l’idillio ripropone la visione pessimistica del poeta, ma in un tono di serena accettazione, senza drammi e senza proteste. Il componimento si conclude con l’invito ai giovani a non desiderare troppo l’arrivo dell’età adulta: “Godi, fanciullo mio; stato soave, / stagion lieta è cotesta / Altro dirti non vo’; ma la tua festa / ch’anco tardi a venir non ti sia grave.”, rivelando con ciò l’atteggiamento del poeta che, benché giovane, ha voglia, come un uomo saputo o che molto abbia vissuto, di dare consigli agli altri, in particolare ai giovani.

Al “Sabato” fa da pendant “La quiete dopo la tempesta” che ha la stessa impostazione strutturale e didascalica. A livello di contenuto invece questo secondo idillio tocca il tema del piacere e contiene la famosa espressione “Piacer figlio d’affanno; / gioia vana, ch’è frutto / del passato timore...” e un’accusa alla natura, sentita come malvagia, e alla quale il poeta si rivolge direttamente con sarcasmo: “O Natura cortese / son questi i doni tuoi, / questi i diletti sono / che tu porgi ai mortali. Uscir di pena / è diletto fra noi. / Pene tu spargi a larga mano...”. Componimento dunque anche questo esprimente il noto pessimismo del poeta e in cui singolarmente contrastano la prima parte, di descrizione della realtà laboriosa e festosa di Recanati e la seconda, di riflessione critica.

Il ciclo di Aspasia è formato da un gruppo compatto e nuovo di cinque componimenti. La loro caratteristica fondamentale è un tono decisamente diverso che mostra una vera e propria svolta. Scritti a seguito dell’innamoramento per la Fanny, essi costituiscono una brevissima storia di un amore nato e subito finito lasciando nel poeta un disinganno estremo. Al suo fiorire tutto improvvisamente all’autore sembra bello, la vita degna di essere vissuta, la felicità a portata di mano; ma quando egli scopre di essersi ingannato riguardo ai sentimenti della donna nei suoi confronti, tutto precipita di nuovo nella tetraggine. Queste poesie possono ordinarsi secondo una linea di svolgimento che va dall’innamoramento, all’erompere della passione, al disinganno, allo sconforto e alla volontà di dimenticare contrassegnata da un’ironia vendicatrice. La più significativa di esse può essere “Consalvo”. Si tratta di una storia d’amore e morte creata dalla fantasia del poeta, ma che bene riflette la sua condizione di spirito: Consalvo ama perdutamente la bella Elvira, ma non osa rivelarle questo amore. Giunto però per lui ancora giovane il giorno della morte e accorsa Elvira al suo capezzale, si dichiara e osa chiedere all’amata il primo ed ultimo bacio. Ottenutolo può ormai morire appagato, augurando alla sua Elvira una vita felice, pur affermando che nessun uomo potrà amarla quant’egli la amò. Una bella storia romantica dunque, ma che a nostro giudizio esprime la coscienza del nostro dell’impossibilità di poter essere riamato da una donna, tanto da dover immaginare una situazione straordinaria come quella di Consalvo per poter ottenere un bacio. Anche Consalvo infatti è di nuovo una proiezione di Giacomo. Il componimento a livello tematico è imperniato sul binomio amore e morte, sentiti come strettamente congiunti. E’ questo un tema antico qui rivissuto dall’interno dal poeta che per un momento scopre nell’amore una fonte di felicità che lo induce a gridare a tutti questa novella: “Lice, lice al mortal, non già sogno come stimai gran tempo, ahi lice in terra provar felicità”.

Abbiamo poi le canzoni della polemica antimetafisica collocate in punti diversi del canzoniere. La “Palinodia a Gino Capponi” tra queste ripropone in qualche modo l’atteggiamento sarcastico, ironico, scherzoso del poeta. Il titolo significa “ritrattazione”. Il poeta infatti finge di essersi pentito di affermazioni fatte in passato con gli amici della “Antologia” e scrive questa canzone all’amico Capponi, rappresentante del pensiero cattolico, volendo ad un tempo rivolgersi a tutto il gruppo del quale facevano parte anche Tommaseo e Lambruschini. “Errai, candido Gino; assai gran tempo, / e di gran lunga errai...”. “Aureo secolo omai volgono, o Gino / i fusi delle Parche... / Fortunati coloro che mentre io scrivo / miagolanti in su le braccia accoglie / la levatrice!”, dichiara subito il nostro poeta, ma poi si scopre l’ironia con cui questa dichiarazione è fatta e con essa la sostanza vera del componimento che è una continua antifrasi volta a ribadire l’essenza del pensiero leopardiano nella finta accettazione delle proposizioni contrarie.

Con il “Tramonto della luna” e “La Ginestra” siamo alla fine di questo excursus. La seconda di queste due canzoni merita certamente maggiore attenzione. Essa è stata considerata anzi come il testamento spirituale del poeta, scritta come fu a Torre del Greco nella primavera del 1836, un anno circa prima della sua morte. I versi sono preceduti da una citazione in greco del Vangelo secondo Giovanni, che dice “ e gli uomini preferirono le tenebre alla luce”, con allusione evidente al rifiuto dell’Illuminismo da parte dei suoi contemporanei, e al contenuto polemico della canzone contro la filosofia spiritualista del secolo decimonono. Anche questa canzone consiste in un solitario monologo con il quale inizialmente il poeta si rivolge alla ginestra. La situazione dell’esordio infatti è quella del poeta che, vedendo sulle pendici del vulcano Vesuvio fiorire le ginestre che spandono intorno il loro profumo, si abbandona a considerazioni che riguardano questo fiore che sfida la potenza sterminatrice del vulcano, attecchendo sulle sue pendici, là dove invece non fiorisce alcuna altra pianta. La ginestra allora assume un valore metaforico e significa la volontà dell’uomo di vivere questa vita pur sapendo che essa è tutta nelle mani delle forze oscure della natura. Atteggiamento eroico, anzi titanico, che poi il poeta riferisce non a tutti gli uomini, ma solo ad un modello ideale di saggio, costituito da chi riconosce la sua natura frale, la sua pochezza, il suo destino di dolore, respingendo ogni fantasia metafisica, rifiutando ogni fede in una vita ultraterrena, accettando la realtà per quella che alla ragione appare. Inutile dire che questa figura di saggio coincide con l’immagine che di sé ha il poeta che, da un certo momento in poi della lirica, assurge in primo piano e sviluppa tutta una accesa polemica contro l’ottimismo dei suoi contemporanei, contro il suo “secolo superbo e sciocco”, contro tutti gli spiritualisti, accusati di aver rinnegato la ragione e di essersi posti sulla strada di un ritorno alle tenebre e all’oscurantismo. E quando il poeta percepisce tutta la sua solitudine nell’affermare la sua verità, allora più si esalta e si pone come un eroe plutarchiano che lotta per i suoi ideali. Ideologicamente pertanto con la Ginestra Leopardi ribadisce il suo credo pessimistico, esprime il suo materialismo ateo, il suo attaccamento alle idee illuministiche più radicali. Unica novità, rispetto ad analoghe opere del passato, è il momento della canzone quando il poeta immagina che se tutti gli uomini accettassero la verità che egli va proclamando, potrebbe nascere una società nuova, tutta fondata su valori “laici”, solidale nella lotta di tutta l’umanità contro la sua vera nemica, la Natura, concorde nelle sue leggi: “Così fatti pensieri / quando fien, come fur, palesi al volgo / e quell’orror che primo / contra l’empia natura / strinse i mortali in social catena, / fia ricondotto in parte / da verace saper, l’onesto e il retto / conversar cittadino, / e giustizia e pietade, altra radice / avranno allor che non superbe fole, / ove fondata probità del volgo / così star suole in piede / quale star può quel ch’ha in error la sede”. Secondo Luporini ed altri critici in questo messaggio della Ginestra sarebbe da ravvisare uno spirito democratico e progressivo del poeta. Baldi invece nega che sia possibile riconoscere al recanatese uno spirito del genere. E in effetti la società prefigurata da Leopardi è talmente fumosa, così scarsamente definita nei suoi caratteri e nelle sue istituzioni, da sembrare non il frutto di una reale visione politica, sentita come fattibile, bensì l’espressione di un sogno sognato ad occhi aperti. Da un punto di vista tematico invece la Ginestra ripropone i temi della solitudine del poeta, dello scorrere inesorabile del tempo che tutto avvolge nell’oblio, del vero come rivelatore della infelicità umana, della Natura come nemica del genere umano, della cecità intellettuale dei suoi contemporanei.

 

 

 

Le Operette Morali

 

Così Leopardi intitolò una raccolta di ventiquattro prose scritte tutte nel 1824, salvo quattro che appartengono agli anni posteriori. L’idea iniziale era quella di realizzare un’opera modellata sui “Dialoghi” del poeta greco Luciano di Samosata, vissuto nel secondo secolo, che aveva espresso il suo scetticismo nei confronti della religione tradizionale greca, come di ogni credenza popolare, con uno stile elegante animato da spirito satirico e beffardo. L’aggettivo “morali”, che riecheggia quello delle “Epistulae morales ad Lucilium” di Seneca, venne dato poi in rapporto ai contenuti di questi dialoghi leopardiani trattanti quei problemi che appartengono alla filosofia cosiddetta morale appunto. Sennonché, andando avanti nella composizione, il poeta si accorse che lo stile improntato all’ironia e alla satira non poteva adattarsi a tutti i contenuti e che anche la forma dialogica non sempre era valida. Modificando dunque ora l’uno ora l’altra, diede corpo alle sue Operette che, alla fine, risultarono un’opera assai varia, sia sotto il profilo della lingua che dello stile, che va da momenti di grande tensione drammatica e di tono assai serio, ad altri comici e scherzosi.

Le Operette per altro costituiscono una prosa singolarissima, contenente vocaboli e costrutti sintattici ripresi dal greco, dal latino e dalla lingua italiana del Trecento e del Cinquecento. Nel campo morfologico e sintattico si trovano così participi assoluti e congiunti, dimostrativi prolettici, oggettive all’infinito, discorsi indiretti, sostantivi al plurale invece che al singolare e viceversa, verbi costruiti alla latina. Nello stesso tempo queste prose contengono metafore e brevi paragoni tratti dalla vita quotidiana, costrutti e forme irregolari e persino dialettalismi marchigiani o recanatesi, tanto che il Bigi ha potuto parlare di stile “comico”. Probabilmente è questa complessità che ha fatto sì che Leopardi nella prosa non abbia avuto continuatori.

Come protagonisti dei suoi dialoghi il poeta scelse ora personaggi storici, come ad es. Cristoforo Colombo, Plotino, Torquato Tasso ecc.; ora personaggi mitologici, come Ercole e Atlante, Malabruno e Farfarello, un folletto e uno gnomo; ora infine soggetti anonimi, con un venditore di almanacchi, un passeggero, un Islandese. Va detto subito che questi personaggi non sono stati creati dal poeta con la preoccupazione di dare loro una coerenza e una consistenza psicologica, ma con una certa libertà; il poeta infatti mirò soprattutto ad esporre le sue idee, piuttosto che a fornire ritratti artistici. Leggendo le Operette morali ci troviamo infatti davanti alla visione pessimistica del poeta e alle idee centrali del suo pensiero.

Così, nel “Dialogo di un folletto e di uno gnomo” vengono espressi, in forma satirica e divertita, il rifiuto dell’antropocentrismo, della visione metafisica dell’esistenza e la connessa concezione provvidenzialistica. In questo dialogo il poeta immagina che, per un improvviso cataclisma, tutti gli uomini siano scomparsi dalla faccia della terra e che, dopo il fenomeno, si incontrino un folletto ed uno gnomo i quali, costatata la scomparsa degli uomini, si facciano beffe di loro per aver creduto che “tutto il mondo fosse fatto e mantenuto per loro soli”. Se non che subito dopo cominciano a litigare, sostenendo il folletto che il mondo sia stato fatto per i folletti, e lo gnomo invece per gli gnomi. Finché concludono questa disputa rappacificati convenendo che “anche le lucertole e i moscherini si credano che tutto il mondo sia fatto a posta per uso della loro specie”.

Nel “Dialogo di Cristoforo Colombo e di Gutierrez” si esprime l’idea che la vita umana sia dominata dal tedio e dalla noia e che l’unica maniera per sfuggirvi sia quella di avventurarsi in qualche impresa che ci assorba completamente.

Nel “Dialogo di Plotino e di Porfirio” poi si affrontano fondamentalmente due temi: quello del suicidio e quello del Cristianesimo. Riguardo al primo il poeta immagina che Porfirio, dopo aver seguito le lezioni del filosofo Plotino, convinto dalle sue idee, manifesti l’intenzione di togliersi la vita, non degna d’essere vissuta, e che il filosofo lo dissuada con diverse argomentazioni, presentando il suicidio come un atto di egoismo estremo, contrario alla natura e non lecito. Ma è soprattutto sulla prima motivazione che il poeta insiste, dimostrando che chi ricorre al suicidio non ha considerazione alcuna dei propri congiunti, degli amici, di quanti lo conoscono, lo amano e lo stimano, poiché tutti costoro soffriranno certamente per la sua morte. Non curarsi del dolore degli altri per il filosofo non è atto da sapiente, ma da “barbaro”. Chi si uccide, senza prendere in considerazione il dolore degli altri, non cerca se non l’utilità propria, il che cosa nobile non è. Infine il filosofo afferma che i mali della vita, benché molti e continui, non siano poi malagevoli da tollerare, soprattutto da parte di un uomo saggio. E dunque conclude con l’esortazione a vivere: “Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme: non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha stabilita, dei mali della nostra specie. Sì bene attendiamo a tenerci compagnia l’un l’altro; e andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente, per compiere nel migliore modo questa fatica della vita”. In questa esortazione finale si può già vedere un anticipo del messaggio finale della Ginestra. Per quanto attiene invece al Cristianesimo, il dialogo non solo contiene un rifiuto della fede, ma addirittura delle accuse rivolte a Cristo stesso (e che in parte derivano da certe scoperte dei romantici tedeschi relative ai caratteri della poesia romanza). Attraverso le parole del filosofo infatti Leopardi arriva a dire al Salvatore: “Tu hai vinto di crudeltà...ogni tiranno più fiero, e ogni più spietato carnefice, che fosse al mondo...tu ci rendi anco inferiori alle bestie”. Egli dice questo perché ragionando sulla infelicità umana pensa “che di quella si debbano più che veruna altra cosa incolpare le tue dottrine; e che si convenga agli uomini, assai più dolersi di te che della natura”, e alla fine conclude: “nessuna cosa nacque, nessuna è per nascere in alcun tempo, così calamitosa e funesta alla specie umana, come l’ingegno tuo”. Tutte queste roventi accuse ed ingiurie poterono essere lanciate in quanto secondo Leopardi il Cristianesimo, immaginando una vita ultraterrena ove i buoni verranno premiati e i reprobi castigati, determinerebbe nella coscienza dell’uomo un grande terrore della morte, non potendo egli avere la certezza del premio finché vive, perché “non basterà la coscienza della più retta e della più travagliosa vita ad assicurare all’uomo in sull’ultimo dalla incertezza del suo stato futuro e dallo spavento dei gastighi”. La natura invece avrebbe dato agli uomini, come medicina di tutti i mali, la morte appunto, che dovrebbe essere non solo attesa con ansia, ma addirittura cercata. Sicché può dire : “Tu con questo dubbio terribile, suscitato nelle menti degli uomini, hai tolta da questo pensiero ogni dolcezza, e fattolo il più amaro di tutti gli altri”.

Di carattere autobiografico è il “Dialogo della Natura e di un’Anima” che contiene la scoperta che “l’eccellenza delle anime importa maggiore intenzione della loro vita; la qual cosa importa maggior sentimento dell’infelicità propria; che è come se dicessi maggiore infelicità”. Il poeta pertanto si sente di appartenere a questa categoria di anime e con la Natura si lamenta, prima incolpandola d’avergli dato una tale anima, poi supplicandola: “...fammi conforme al più stupido e insensato spirito umano che tu producessi in alcun tempo...e in cambio dell’immortalità, pregoti di accelerarmi la morte”.

Di contenuto e stile drammatico e teso è anche il “Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio Familiare”. La situazione è quella del Tasso che, rinchiuso nell’Ospedale di S. Anna di Ferrara, si trova a conversare con il suo genio, secondo quanto si legge nella biografia del poeta sorrentino scritta da Giovambattista Manso. Il Tasso è immaginato mentre nella sua cella si duole, non tanto della prigionia, quanto della lontananza dalla sua Leonora (Eleonora d’Este, sorella del duca Alfonso II, amata dal poeta, almeno secondo la tradizione). Il Genio allora si offre di portargliela davanti in tutta la sua bellezza, ma solo in immagine. Incomincia così a svilupparsi un dialogo che ha per tema la differenza tra il sogno e la realtà, potremmo dire tra le illusioni e il vero. E il Genio conclude: “Sappi che dal vero al sognato, non corre altra differenza, se non che questo può qualche volta essere molto più bello e più dolce..”, dal che deriva per logica conseguenza che “tanto vale un diletto sognato, quanto un diletto vero”. Di qui si passa a discutere della natura del piacere. Alla domanda di Torquato su che cosa sia il piacere, il Genio risponde: “Nessuno lo conosce per pratica, ma solo per ispeculazione: perché il piacere è un subietto speculativo, e non reale; un desiderio, non un fatto; un sentimento che l’uomo concepisce con il pensiero, e non prova; o per meglio dire, un concetto, e non un sentimento”. Questo piacere pertanto sarebbe sempre o passato o futuro, mai presente, che è poi come dire che esso è inesistente. E tuttavia gli uomini nella loro vita non farebbero che ricercare questo piacere, ovvero felicità, senza mai trovarla, di modo che la vita si risolve in una delusione e “la nostra vita, mancando sempre del suo fine, è continuamente imperfetta: e quindi il vivere è di sua propria natura uno stato violento”. Ma se anche non volessimo considerare i dolori, comunque la nostra vita sarebbe infelice, essa infatti è dominata dalla noia la quale occuperebbe “tutti gli intervalli della vita umana frapposti ai piaceri e ai dispiaceri”. Sicché la vita sarebbe intessuta in parte di dolore, in parte di noia. E quando Tasso chiede al suo Genio quale rimedio si potrebbe trovare contro la noia, quest’ultimo risponde: “Il sonno, l’oppio, e il dolore...perché l’uomo mentre patisce non si annoia”. Ma Tasso più saggiamente conclude: “In cambio di cotesta medicina, io mi contento di annoiarmi tutta la vita. Ma pure la varietà delle azioni, delle occupazioni e dei sentimenti, se bene non ci libera dalla noia...contuttociò la solleva ed alleggerisce”.

Chiude le Operette morali il “Dialogo di Tristano e di un amico”, concepito nel 1832. Qui Leopardi si pone a considerare la sua opera e il suo pensiero. Tristano è una figura del poeta stesso che, significativamente, così si nomina. La raccolta dei suoi dialoghi viene definita come “un libro di sogni poetici, d’invenzioni e di capricci malinconici”, ovvero come “un’espressione dell’infelicità dell’autore”. Quest’ultima definizione riprende un’accusa ed una affermazione dei contemporanei, ostili al poeta per la sua visione pessimistica dell’esistenza. Il dialogo infatti svolge una polemica con la generazione presente degli intellettuali e preannuncia la Ginestra. Il poeta comunque, prima pronuncia una sua difesa dicendo: “Se questi miei sentimenti nascano da malattia, non so: so che, malato o sano, calpesto la vigliaccheria degli uomini, rifiuto ogni consolazione ed ogni inganno puerile, ed ho il coraggio di sostenere la privazione di ogni speranza, mirare intrepidamente il deserto della vita, non dissimularmi nessuna parte dell’infelicità umana, ed accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa, ma vera”. Affermazione dalla quale non solo si ricava una radicalizzazione delle posizioni ideologiche del poeta, ma anche la sua solitudine e l’affermazione della sua indisponibilità per ogni dottrina che non sia “vera”. Poi asserisce che egli nulla ha personalmente scoperto in merito al valore della vita umana, giacché le cose tutte, che egli è andato negli anni affermando, si ritrovano in poeti e in filosofi antichi e che solo il secolo decimonono è pervenuto a questa grande scoperta della felicità della vita. Ciò dicendo il poeta alterna ironia e sarcasmo e procede tra il serio e il faceto e, dopo una tirata contro la cultura di massa, esclama: “viva la statistica! vivano le scienze economiche, morali e politiche, le enciclopedie portatili, i manuali, e le tante belle creazioni del nuovo secolo! e viva sempre il secolo decimonono!”. Parla quindi del destino delle sue Operette e alla domanda di cosa se ne debba fare, risponde: “Bruciarlo è meglio. Non lo volendo bruciare, serbarlo come un libro di sogni poetici...”. Conclude infine con il presentimento della sua morte dicendo: “Troppo sono maturo alla morte, troppo mi pare assurdo e incredibile di dovere, così morto come sono spiritualmente, così conchiusa in me da ogni parte la favola della vita, durare ancora quaranta o cinquanta anni...Oggi non invidio più né stolti né savi, né grandi né piccoli, né deboli né potenti. Invidio i morti, e solamente con loro mi cambierei”.

 

 

 

 

Lo Zibaldone e altre opere minori

 

Zibaldone di pensieri è il titolo che Leopardi diede alla raccolta dei suoi quaderni di appunti che aveva cominciato a scrivere già dal 1817. Questa nacque dall’abitudine che aveva il poeta di riportare per iscritto non solo le riflessioni che scaturivano dal suo spirito speculativo, ma anche le considerazioni che nascevano in margine alla lettura di scritti di ogni genere, postille o rielaborazione di concetti che gli piacevano, infine pensieri relativi alla sua esperienza di vita, elementi di discussioni letterarie o di poetica, nella immediatezza nascente, per farli poi oggetto di ripresa e rielaborazione letteraria. E’ così che nello Zibaldone ritroviamo tutto Leopardi. I contenuti sia delle operette come dei canti si trovano infatti nei quaderni come elementi sparsi e in forma schematica. Lo Zibaldone costituisce dunque un vero e proprio scrigno della poesia e del pensiero leopardiano. Opera non letteraria, non scritta cioè con intenzioni d’arte, ma per comodità personale dell’autore.

Leopardi negli anni giovanili poi scrisse anche un “Saggio sopra gli errori popolari degli antichi” ed una “Storia dell’astronomia”. Il primo è assai significativo dell’atteggiamento che subito emerge del giovane Giacomo che vuole assumere, nei confronti delle credenze popolari, una posizione razionalistica.

Oltre alle tante traduzioni ed edizioni di poeti antichi, Leopardi curò poi anche una “Crestomazia” della poesia italiana, accompagnata da note di spiegazione per i lettori meno istruiti.

Di lui poi ci rimangono migliaia di lettere che egli nel corso della vita scrisse ai suoi familiari, ai suoi amici, agli editori per cui lavorava. Ma non furono neppure queste scritte per la pubblicazione. La loro lettura risulta interessante perché conferma come nella vita privata il poeta soffrisse quegli stessi stati d’animo che poi manifesta in poesia.

Con propositi artistici invece furono da lui composte due tragedie: il “Pompeo in Egitto” e la “Virtù indiana”. Questo opere però non sono state minimamente prese in considerazione dalla nostra critica letteraria, nel senso che vengono giudicate di scarso valore.

 

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