Ugo Foscolo

 
Sommario: La biografia - La poetica - La visione del mondo: la visione meccanicistica e il materialismo, la teoria delle illusioni, la suprema armonia - Gli orientamenti politici: il problema del risorgimento, la visione dello Stato, la concezione elitaria, il rifiuto della rivoluzione - Le Ultime lettere di Jacopo Ortis: il genere letterario, le vicende esterne e la genesi, l’autobiografismo, i temi poetici, il contenuto politico, la celebrazione dei grandi Italiani, l’idealizzazione della Toscana, l’anelito religioso del poeta, - I Sonetti: loro divisione, caratteri formali e contenuto - Le Odi: contenuto e significato ideale - I Sepolcri: la genesi occasionale, la genesi spirituale, il contenuto, la teoria delle illusioni, il significato politico del carme, gli elementi ideologici - Didimo Chierico ovvero la nuova dimensione spirituale del poeta - Le Grazie: progetto dell’opera, contenuto, suo classicismo - La critica letteraria.

 

La biografia

Niccolò Foscolo, che poi volle farsi chiamare Ugo, nacque nel 1778 a Zante, una delle isole Ionie in quel tempo territorio di Venezia. Il padre, Andrea, era un medico di origini veneziane e in servizio nella marina da guerra, la madre invece, Diamantina Spathis, era greca. Dopo aver trascorso i primi anni nell’isola, seguì il padre a Spalato dove fece i suoi primi studi. Rimasto orfano all’età di dieci anni, in un primo momento tornò a Zante, presso la madre ed i fratelli, successivamente si trasferì a Venezia dove riprese gli studi e, ormai non più adolescente, cominciò a partecipare alla vita mondana e culturale della città. Dopo aver frequentato il Collegio di San Cipriano, passò a studiare nella Biblioteca Marciana e fu spinto a perfezionare gli studi classici dal Cesarotti. Conobbe quindi Ippolito Pindemonte, Saverio Bettinelli e la sua prima amica e amante, Isabella Teotochi Albrizzi. Il suo interesse per la politica subito si rivelò e già nel 1797 egli fece rappresentare una sua tragedia, il "Tieste", di contenuto palesemente anti-tirannico e libertario e di chiara ascendenza alfieriana. Segnalato già da prima dalla polizia, ad evitare complicazioni, in quello stesso anno si trasferì a Bologna e si arruolò nel corpo dei Cacciatori a cavallo della Repubblica Cispadana. Da quel momento in poi cominciò la sua vita di peregrinazioni per l’Italia e l’Europa. Si entusiasmò per Napoleone e gli dedicò l’ode "A Bonaparte liberatore". Pensando che presto anche Venezia sarebbe stata liberata, tornò in quella città, dove era sorta una repubblica democratica, ed assunse la carica di segretario della Municipalità, ma ricevette l’amarissima delusione del Trattato di Campoformio. Fu di nuovo costretto alla fuga e si recò a Milano, dove ebbe modo di conoscere il Parini, Francesco Lomonaco e Vincenzo Monti. Collaborò al Monitore italiano diretto da Melchiorre Gioia, e di nuovo si innamorò, stavolta della moglie di Monti, Teresa Pikler. Passato a Bologna si arruolò nella Guardia Nazionale e combatté contro le truppe degli Austro-russi. Ferito, fatto prigioniero e poi liberato dai Francesi, lo ritroviamo subito dopo nell’esercito del generale Massena a Genova dove si organizzava la resistenza. Durante l’assedio della città compì atti eroici e fu di nuovo ferito. Fondatasi a Milano la Repubblica Cisalpina tornò in quella città e venne arruolato come capitano dal generale Pino, partecipò quindi a diverse azioni militari e durante una missione in Toscana conobbe Isabella Roncioni e se ne innamorò. Lo stesso accadde quando conobbe a Milano la Antonietta Fagnani Arese. Aggregatosi all’armata napoleonica, nel 1804 si trasferì in Francia dove fece altre esperienze amorose. Tornato in Italia ottenne a Pavia la cattedra di eloquenza. Dopo non molto però si mise di nuovo in movimento per l’Italia finché non approdò a Firenze. Sconfitto Napoleone a Lipsia e tornati gli Austriaci a Milano, dopo la sommossa che aveva portato all’assassinio del ministro Prina, il feldmaresciallo Bellegarde offrì al poeta la direzione della Biblioteca Italiana. Dopo essere stato sul punto di accettare, Foscolo all’improvviso lasciò segretamente l’Italia e si rifugiò in Svizzera, dove rimase fino al 1816, spostandosi continuamente con falsi nomi per non essere preso dalla polizia. Passò quindi a Londra. Lì, ormai famoso, fu accolto con molta benevolenza da Lord Holland e Lord Russel. Tuttavia entrò in contrasto con altri esuli italiani, si trovò in ristrettezze economiche, fece molti debiti e sarebbe finito male, se non l’avesse soccorso la figlia Floriana, natagli da una relazione con una francese nel periodo in cui era stato nell’armata napoleonica sulla Manica. Dopo che ebbe però dissipato la sua eredità e che per due volte fu imprigionato per debiti, si ridusse a vivere nel sobborgo londinese di Turnham Green, dove morì di malattia il 10 settembre 1827. Sepolto nel locale cimitero di Chiswich, nel 1871 la sua salma fu restituita all’Italia e trasferita in Santa Croce di Firenze dove ancora oggi riposa.

 

La poetica

La concezione della letteratura del poeta, oltre che naturalmente dalla sua opera, è ricavabile da alcuni suoi scritti critici. Sono questi l’orazione inaugurale delle lezioni pavesi "Dell’origine e dell’officio della letteratura", i "Principi di critica poetica" e il saggio "Della nuova scuola drammatica italiana". Dalla loro lettura viene fuori una considerazione della poesia che oscilla tra quella neoclassica e quella romantica, anzi che le fonde e le compenetra. Come tutti i romantici infatti Foscolo riteneva che la poesia non potesse consistere soltanto nel cesello del verso e della parola, ma dovesse nutrirsi anche di contenuti vivi ed attuali e che dovesse scaturire dalla realtà presente e sostanziarsi di valori. Il poeta anzi per lui deve porsi come propulsore di idealità, essere l’espressione del suo popolo, farsi carico di tramandarne ai posteri le memorie, celebrarne il passato di gloria. Ma per essere ispiratore di civili costumi e di idealità egli riteneva che il poeta dovesse essere dotato di un forte sentire e di profonda moralità, e che avrebbe potuto essere un sacerdote della verità se si fosse dimostrato capace di mantenere pura ed incorrotta la sua anima come la sua penna. Ovviamente il poeta avrebbe dovuto possedere anche grande eloquenza, mezzo necessario e strumento primario della persuasione sentimentale.

Spingendosi oltre, Foscolo asseriva che la poesia però non potesse descrivere la vita e il mondo così come è, ma che dovesse invece proporre un mondo ideale; non quello dell’essere, ma quello del dover essere. In questo senso il poeta correggerebbe idealmente la natura, facendo della poesia l’unione di reale e ideale.

Cogliendo poi la sostanza della dottrina winckelmanniana, Foscolo affermava che la poesia dovesse raggiungere, come ultimo traguardo, una superiore armonia. Quella stessa armonia che gli sembrava dominare nell’Universo fisico ed esserne la suprema legge. Egli infine riteneva che la poesia potesse essere la più completa delle forme dell’arte perché capace di unire "l’armonia delle note musicali per mezzo della melodia, delle parole e della misura del verso, e l’armonia delle forme de’ colori e delle proporzioni per mezzo delle immagini e delle descrizioni". E se andiamo a vedere Foscolo fu estremamente coerente con queste sue idee producendo componimenti ove tutto ciò perfettamente si realizza.

 

La visione del mondo

Le radici culturali della visione del mondo foscoliana sono nella filosofia di Lamettrie e di Holbach. Essa infatti si fonda sul materialismo meccanicistico settecentesco che considerava la vita dell’universo come un ciclo perenne e ateleologico di trasformazioni. In questo ciclo il poeta colloca anche la vicenda degli uomini la cui esperienza si esaurirebbe nella vita terrena. La convinzione della mancanza di un aldilà, il rifiuto delle religioni positive, la negazione della concezione provvidenzialistica in senso stretto della storia, non portarono però il poeta verso il triste materialismo o l’edonismo che i poveri di spirito ricercano. Egli infatti avvertì presto il bisogno di disfarsi di quelle dottrine che la ragione gli faceva sentire come vere, ma che lo rendevano irrequieto, e di trovare una concezione che potesse far apparire la vita in tutta la sua bellezza, nel suo valore e soprattutto degna di essere vissuta.

Elaborò allora la cosiddetta teoria delle illusioni. Secondo questa la ragione non riuscirebbe a sradicare dal cuore dell’uomo l’anelito alla giustizia, i valori fondamentali della società e del vivere civile, come l’amicizia, la gloria, l’amor patrio, l’amore per la donna, il culto della bellezza, la poesia. Questi, che la ragione percepisce come "illusioni", sono tuttavia sentimenti capaci di dare un senso alla vita e diventano per l’uomo essenziali. Resi veri e vitali dalla poesia, consentono all’uomo di sperare di sopravvivere anche dopo la morte fisica, dandogli un appagamento che la ragione non è in grado di garantire. In questo contesto di idee poi la poesia, in quanto dispensatrice di gloria e di immortalità, diviene il valore supremo, la fondamentale di tutte le illusioni.

Ebbe poi Foscolo una visione pessimistica dell’uomo e della storia che espresse soprattutto nelle "Ultime lettere di Jacopo Ortis" e che affonda le radici nel pensiero di Machiavelli, di Hobbes e di Vico. Egli infatti considerava l’esistenza come una lotta continua, degli uomini tra loro, e degli individui contro il loro destino. Lo Stato pertanto sarebbe necessario per poter tenere a freno le "umane belve" sottoposte anch’esse alle leggi immutabili della natura. A questa guerra ferina e continua tra gli individui corrisponderebbe poi quella tra le nazioni, divoratrici le une delle altre, in un ciclo perenne di sopraffazioni per cui le dominatrici di oggi saranno le sottomesse di domani. Egli infatti scrive nell’ "Ortis" che "le nazioni per la perpetua legge dell’universo alternano la schiavitù e la signoria" e che "le nazioni si divorano, perché una non potrebbe sussistere senza i cadaveri dell’altra".

Collegate a queste idee sono anche la visione della guerra, considerata come imposta dalla stessa legge universale della conservazione, tra gli uomini manifestantesi soprattutto come usurpazione dell’altrui, e la concezione della giustizia e delle leggi, intese non come espressione di una volontà di eguaglianza tra tutti gli esseri umani, ma della tutela degli interessi dei vincitori e della classe dominante.

Ne "Le Grazie" infine egli arrivò all’idea di un’armonia che governerebbe tutto l’universo. Sicché i destini degli individui, così come quelli dei popoli e delle nazioni, sarebbero subordinati ad un principio di equilibrio e di armonia appunto: la fatale tragedia individuale diviene necessaria alla vita equilibrata di tutto il cosmo, tanto nella natura, quanto nella storia.

 

Gli orientamenti politici

Per quello che riguarda gli ideali politici, il poeta credette nel Risorgimento nazionale, ma non come opera di tutti i cittadini, bensì solo della parte migliore della nazione. Il suo ideale di libertà, come scrive Giacalone, non fu e non poteva essere democratico, come quello di un Mazzini, perché egli rimase sempre un aristocratico e un borghese oligarchico al punto che negli stessi "Sepolcri" l’immortalità è riservata soltanto ai grandi eroi della storia.

Condizione necessaria per una rinascita nazionale egli poi considerò la trasformazione del papato che avrebbe dovuto essere riportato alla purezza dei tempi di Gregorio VII. Nei "Discorsi sulla servitù d’Italia" egli ricordava che i primi vescovi educarono gli Italiani alle armi e alla libertà combattendo il potere imperiale e aggiungeva: "noi Italiani vogliamo e dobbiamo volere che il Papa sovrano supremo, tutore della religione d’Europa, principe elettivo ed italiano, non solo sussista, ma regni sempre in Italia e difeso dagli Italiani". Il Papa rappresentava dunque ai suoi occhi non solo una guida spirituale, ma anche una forza politica capace di opporre resistenza all’invadenza di altre potenze. Il poeta per altro comprese che non avrebbe potuto esserci riscatto politico se non ci fosse stata prima una ripresa morale del popolo d’Italia.

Ovviamente ben sapeva che era necessario rieducare gli Italiani anche alla guerra e che solo con le armi sarebbe stato possibile riconquistare la perduta libertà. Questo suo ideale poté pertanto convivere con la concezione dello Stato forte. Il "Discorso sull’Italia del 1799 al generale Championnet" sotto questo profilo è l’opera che meglio esprime la sua concezione di governo autoritario. Egli infatti consigliava a quel generale di distruggere i partiti, di corrompere il clero, di controllare l’opinione pubblica, di espropriare la nobiltà dei suoi beni per darli alla plebe e, una volta realizzata la repubblica, "...allora -egli scrive- usciranno gli Italiani di grande carattere...i quali sapranno creare una costituzione che eguagli, per quanto è possibile, le fortune, ribadisca i costumi e converta tutti i cittadini in soldati". Il concetto di uno Stato disciplinato e forte è anche presente nella "Orazione per i comizi di Lione".

Il poeta dunque auspicava il governo di un uomo forte che creasse leggi rigorose e facesse sparire i partiti politici e fu convinto che la rinascita d’Italia avrebbe potuto essere realizzata non da una rivoluzione popolare, bensì da pochi spiriti eletti.

 

 Le "Ultime lettere di Jacopo Ortis"

L’opera è costituita da un insieme di lettere che si immaginano scritte da un certo Jacopo Ortis all’amico Lorenzo Alderani il quale poi, dopo il suicidio di Jacopo, le avrebbe pubblicate per farne conoscere la storia. Si tratta dunque di un romanzo epistolare, genere letterario che sulla fine del Settecento stava riscuotendo in Europa un certo successo sia grazie a Rousseau che a Goethe, autori che certamente fornirono al Foscolo qualche spunto per il suo lavoro.

Nel suo piano di studi nel 1796 infatti egli accenna all’intenzione di dare vita ad un’opera dal titolo "Laura, lettere", titolo che ricorda molto da vicino quello di "Giulia, lettere di due amanti" dello scrittore francese su menzionato. Tale intenzione nasceva dal desiderio del nostro poeta di dare forma d’arte ad una sua esperienza sentimentale, l’amore per la Teotochi Albrizzi, adombrata sotto lo pseudonimo letterario petrarchesco di Laura. Tale proposito si rafforzò quando egli si innamorò di Teresa Pikler e cominciò a prendere corpo con la stesura delle prime lettere. In esse la protagonista femminile cambiò il nome in Teresa, e il poeta si nascose dietro quello di uno studente, appunto Jacopo Ortis, del cui suicidio avevano parlato le cronache dei giornali immaginando che la causa della sua morte fosse stata un amore infelice. Consegnate queste lettere all’editore Marsigli, al sopraggiungere degli Austro-russi Foscolo abbandonò Bologna, dove si trovava, per arruolarsi nella Guardia Nazionale. L’editore allora per non lasciare il lavoro in sospeso ricorse ad un suo mestierante che riscrisse e completò l’opera apportando diverse modifiche rispetto alla trama originaria, tra l’altro sopprimendo il suicidio di Jacopo e colorandola di tinte ossianiche. Il libro così uscì nel 1799 con il titolo di "Ultime lettere di Jacopo Ortis". La caduta di Bologna in mano austriaca provocò però il ritiro del romanzo dalle librerie, temendo l’editore che la parte scritta di pugno da Foscolo, contenendo allusioni politiche ed idee religiose non ortodosse, potesse procurargli qualche guaio. Dopo averlo depurato delle pagine più ideologicamente rilevanti però lo pubblicò di nuovo con il titolo mutato in "Vera storia di due amanti infelici, ossia ultime lettere di Jacopo Ortis". Il testo poi apparve corredato da note esplicative che ne annacquavano la sostanza politica. La cosa però non piacque a Foscolo che riprese in mano il romanzo. Nel frattempo egli aveva fatto altre esperienze amorose e soprattutto politiche. Fu allora che pensò di modificare la trama iniziale e fare di Jacopo una vittima non solo dell’amore, ma anche della passione politica; lo trasformò così in un esule costretto a peregrinare per l’Italia e pieno di fervore per la sua patria. Nel 1802 si ebbe la prima edizione foscoliana con l’antico titolo. Ma le vicissitudini esterne del romanzo non erano ancora finite. Esso conobbe una nuova edizione nel 1816, la cosiddetta zurighese, nella quale apparvero pagine nuove e soprattutto la lettera, datata 17 marzo, sulla servitù d’Italia. Da quanto si è sin qui detto risulterà evidente che il romanzo fu il prodotto di una stratificazione di diverse esperienze sentimentali e politiche dell’autore tra loro intrecciantesi.

Ora questo romanzo ebbe, ed ha ancora, una straordinaria importanza. L’ "Ortis" infatti si inserisce nella letteratura europea sia come romanzo epistolare, sia come opera che risente del clima culturale precedente il Romanticismo. La sua prima caratteristica è l’autobiografismo: Jacopo è un alter ego del nostro Ugo. Nel personaggio si ritrova tutta la passione politica dello scrittore, l’esperienza dell’esilio, la volontà di lotta e di riscatto della propria patria Venezia e dell’Italia tutta, il contrasto con la società presente, lo scontro tra mondo ideale e realtà. In Jacopo poi si riflette tutto il vissuto sentimentale di Ugo ed il protagonista del romanzo assume quei caratteri di passionalità, di immediatezza dei sentimenti, di generosità che furono anche del suo autore. Egli così si pone sia come personaggio fantastico, sia come personaggio reale, divenendo il prototipo dell’eroe romantico, futuro modello per le generazioni successive. Il suicidio di Jacopo pertanto non risulta il semplice prodotto di una delusione amorosa, bensì appare, alla maniera alfieriana, il gesto di una protesta estrema, un atto volto ad affermare i propri principi ideali, un primo esempio di titanismo romantico. Ma romantici sono poi anche molti temi presenti nell’opera. Così quello dell’esilio, quello della morte come porto di pace, della tomba in terra straniera, della solitudine, della lontananza forzata dai propri cari, della patria amata ed umiliata, delle illusioni, dell’amore come solo ristoro terreno alla infelicità. Anche il paesaggio e la natura nell’ "Ortis" sono sentiti romanticamente . E a questa sostanza, che fa dell’ "Ortis" un semenzaio della poesia foscoliana, nel senso che le opere successive non faranno che riprendere e sviluppare temi presenti in nuce in questa, corrisponde poi uno stile denso, pieno di passione e d’enfasi, immediato e coerente con il carattere impulsivo del personaggio: un classico esempio di prosa romantica ante litteram.

Da un punto di vista ideologico le pagine più interessanti del romanzo sono costituite dalla Lettera di Ventimiglia. Ivi Foscolo esprime la sua filosofia della storia vista come un ciclo perenne di violenze e di sopraffazioni. "Le nazioni - egli scrive- si divorano perché una non potrebbe sussistere senza i cadaveri dell’altra". Ogni nazione pertanto ha la sua età nel senso che quelle che oggi sono tiranne, saranno schiave domani, quelli che pagano vilmente il tributo, lo imporranno a loro volta col ferro e col fuoco. La terra pertanto gli apparve come una foresta di belve e questo destino di violenza e di sangue non gli sembrò tanto dovuto alla natura umana, quanto ad un ordine universale. Infatti scrive: "Pare che gli uomini siano fabbri delle proprie sciagure; ma le sciagure derivano dall’ordine universale e il genere umano serve orgogliosamente e ciecamente ai destini". Nella stessa lettera egli presenta anche una visione pessimistica dei rapporti tra individuo e società, così esprimendosi: "ciascun individuo è nemico nato della società perché la società è necessaria nemica degli individui". Giustifica poi in questi termini il suo rifiuto del Cristianesimo: "Ah! quei filosofi che hanno evangelizzato le umane virtù, la probità naturale, le reciproca benevolenza, sono inavvedutamente apostoli degli astuti, ed adescano quelle poche anime ingenue e bollenti le quali amando schiettamente gli uomini per l’ardore di essere riamate, saranno sempre vittime tardo pentite della loro credulità".

L’ "Ortis" infine è uno straordinario libro di confessioni in cui ateismo ed anelito religioso singolarmente contrastano dando luogo a pagine come questa: "Io non so perché venni al mondo né come; né cosa sia il mondo; né cosa io stesso mi sia. E s’io corro ad investigarlo, mi ritorno confuso d’una ignoranza sempre più spaventosa...mi ritrovo come attaccato a un piccolo angolo di uno spazio incomprensibile, senza sapere perché sono collocato piuttosto qui che altrove...io non vedo da tutte le parti altro che infinità le quali mi assorbono come un atomo". Ma poi Foscolo scrive anche: "Se il Padre degli uomini mi chiamasse a rendimento di conti, io gli mostrerò le mie mani pure di sangue, e puro di delitti il mio cuore. Io dirò: non ho rapito il pane agli orfani ed alle vedove; non ho perseguitato l’infelice; non ho tradito; non ho abbandonato l’amico...ho spartito il pane con l’indigente; ho confuso le mie lagrime con le lagrime dell’afflitto; ho pianto sempre sulle miserie dell’umanità". Esame di coscienza e confessione questa commoventissima e che dice come il poeta avesse ragionevoli dubbi sulla non esistenza di Dio proclamata dai filosofi del suo tempo.

A queste problematiche pertanto si mescolano contenuti di natura più squisitamente politica. La pagina più intensa sotto questo profilo è la lettera che apre il romanzo e che fa riferimento al trattato di Campoformio che per Foscolo costituì una delusione fortissima rispetto alle speranze che riponeva in Napoleone Bonaparte. Non mancano nel romanzo appelli agli Italiani perché si destino e recuperino il loro antico valore guerriero come quando scrive: "I tuoi confini, o Italia, sono questi...ma ove sono i tuoi figli? Nulla ti manca se non la forza della concordia: Allora io spenderei gloriosamente la mia vita infelice per te ma che può fare il solo mio braccio e la nuda mia voce? Ov’è l’antico terrore della tua gloria? Miseri! noi andiamo ogni dì memorando la .libertà e la gloria degli avi, le quali quanto più risplendono tanto più scoprono la nostra abbietta schiavitù". Dunque Foscolo-Jacopo freme amore di patria, e sogna un cambiamento, ma non la rivoluzione, leggiamo infatti queste parole: "i pochi signori delle terre in Italia saranno pur sempre dominatori invisibili ed arbitri della nazione...di preti e frati facciamone sacerdoti; convertiamo i titolati in patrizi; i popolani tutti, o molti almeno, in cittadini...ma badiamo! senza carneficine; senza riforme sacrileghe di religione; senza fazioni; senza divisioni di terre; né leggi agrarie...". Con l’ "Ortis" possiamo dire che Foscolo cominci a costruire il suo Pantheon celebrando gli Italiani più insigni, in primis il Parini, da lui personalmente conosciuto prima che morisse. Nel romanzo si trova poi la celebrazione della Toscana come terra carica di memorie storiche di battaglie, ma sul cui suolo fiorì anche la poesia dopo la barbarie: "In queste terre beate si ridestarono dalla barbarie le sacre Muse e le lettere. Dovunque io mi volga trovo le case ove nacquero e le pie zolle ove riposano quei primi grandi Toscani... la Toscana è tutta quanta una città continuata e un giardino...".

 

I Sonetti

Dodici sono i sonetti lasciatici da Foscolo e tradizionalmente divisi in due gruppi, quelli scritti prima del 1802, in numero di otto, e quattro scritti negli anni successivi, detti anche sonetti maggiori, e cioè "Alla sera", "In morte del fratello Giovanni", "A Zacinto", "Alla Musa". Questi ultimi costituiscono un punto di straordinario equilibrio tra neoclassicismo e romanticismo.

I contenuti sono tutti di natura romantica e autobiografica. Nel sonetto "In morte del fratello Giovanni" il poeta si accampa in primo piano, si presenta come perseguitato dal Fato, costretto a ramingare di terra in terra, sofferente per la lontananza dalla sua famiglia e dalla sua terra, invocante la morte come ultimo approdo del viaggio della vita, come sola realtà capace di dargli infine la pace tanto agognata: e prego anch’io nel tuo porto quiete. Si presenta quindi come un uomo che sogna di poter tornare un giorno nella sua patria, di poter andare a pregare sulla tomba del fratello morto prematuramente, di poter riabbracciare la vecchia madre, ma che è cosciente di quanto ciò sia improbabile per cui già immagina che, morto e sepolto tra genti straniere, non potrà che avere una tomba su cui nessuno verrà mai a pregare, e allora chiede: Straniere genti, l’ossa mia rendete / allora al petto della madre mesta. E così in "A Zacinto" egli rievoca nostalgicamente la sua isola natale, colorandola con i colori della rimembranza delle cose amate e lontane, proiettandola in un passato remoto che coincide con l’evo antico, quando le menti degli uomini erano dominate dalle favole e dalle leggende, sicché appare l’immagine di Venere che fea quelle isole feconde/ col suo primo sorriso, e quella di Omero che non tacque le ... limpide nubi e le ... fronde della sua bella isola. E in questo suo soffrire, nell’andare di terra in terra, egli si paragona al mitico Ulisse il quale poté, sia pure dopo tanto, tornare a baciare la pietrosa Itaca, sentendo che a lui invece non sarebbe stato concesso di rivedere la sua Zacinto. In "Alla sera" esprime il suo desiderio di pace che fa sì che egli desideri la morte (la fatal quiete) e che ami il sopraggiungere della sera che ad essa assomiglia. E la sera costituisce per il poeta momento particolarmente caro perché, allora, egli può abbandonarsi ai suoi pensieri sull’uomo e sulla vita e che inevitabilmente lo portano al nulla eterno, alla conclusione cioè che nulla c’è dopo la morte. Questo vagare tuttavia del suo pensiero gli è gradito perché intanto fugge questo reo tempo, e poi perché in quei momenti egli dimentica suoi problemi e, mentre egli considera la realtà della morte, dorme quello spirto guerrier ch’entro gli ruggisce.

Se a livello dei contenuti i sonetti dunque accolgono tutti temi squisitamente romantici, (come quelli dell’esilio, della tomba, degli avversi Numi, del reo tempo, della nostalgia per la patria lontana, ecc.), a livello formale invece realizzano quegli ideali di eleganza, compostezza, misura che furono propri del gusto neoclassico. Presentano essi poi spunti e riferimenti mitologici e la sapienza stilistica del poeta si esprime anche nella metrica dove, nei casi migliori, egli riesce anche a realizzare una perfetta corrispondenza tra periodo strofico e periodo logico, utilizzando un lessico prezioso, ma nello stesso tempo di immediata comprensione. La sostanza umana e sentimentale del discorso non prorompe con la passionalità e l’enfasi dell’Ortis, ma è contenuta ed espressa con quell’equilibrio che fu il supremo ideale della poesia neoclassica, secondo la dottrina del bello ideale.

 

Le Odi

Due sono le Odi maggiori del Foscolo, intitolate una "A Luigia Pallavicini caduta di cavallo" e "All’amica risanata" l’altra: due straordinari esempi di poesia neoclassica.

La prima fu scritta nel 1880, mentre il poeta si trovava a Genova al seguito del generale Massena. Appreso dell’incidente occorso alla nobildonna genovese, dimenticando per un momento la guerra, egli diede vita a questa lirica che a tutta prima parrebbe un’ode occasionale di tipo arcadico galante. Non è così. Pur contenendo non poche lodi della bellezza della donna, il tema fondamentale del componimento è ben altro. Esso si apre infatti creando immediatamente un’atmosfera magica e realizzando una fuga nel tempo e nello spazio dominata da personaggi mitologici: la donna giace ferita nel suo letto, ma la sua immagine subito si trasforma in quella di una divinità che, circondata da Grazie ed Amorini, da essi riceve balsami ed amorose cure. Questa scena suscita nel poeta la memoria e quindi la narrazione di un analogo episodio mitologico occorso a Venere quando sulle pendici del monte Ida si punse il piede con una spina. Da questa rievocazione si ritorna al presente, ma subito dopo si scivola nel ricordo di un passato recentissimo e si passa alla descrizione di quando, prima dell’incidente che ora le deturpa il viso, la bella Luigia danzava in pubblico e nella concitazione del ballo i suoi lunghi capelli si scioglievano come quelli di Pallade allorché, toltasi l’elmo e scesa a bagnarsi nelle onde del fiume Inaco, non riuscivano ad essere contenuti nella mano di lei. E ricorda poi il poeta come mentre Luigia così scarmigliata cantava, i suoi occhi lucenti ammaliassero i presenti. Ne segue un rimprovero volto alla donna per aver voluto praticare un’attività piuttosto virile che non muliebre, accompagnato dalla rievocazione realistica dell’incidente con la descrizione del cavallo che imbizzarrito e con la spuma alla bocca si lancia al galoppo lungo la spiaggia. A spiegare l’increscioso evento di nuovo però subentra la mitologia con la descrizione di Nettuno che alzandosi dal suo talamo, esce dalle onde e con un cenno d’imperio respinge il cavallo lontano dalle acque del mare. Di qui l’impennarsi dell’animale e il conseguente disarcionamento della cavallerizza. A questo punto il poeta passa a maledire chi per primo convinse anche le donne ad andare a cavallo esponendole a simili rischi, e di nuovo sorge la memoria e la rievocazione di un episodio mitologico occorso a Diana quando, anch’ella sbalzata dal suo cocchio e deturpata nel viso, poi guarita tornò a splendere più bella di prima, con ciò rivolge il poeta un implicito augurio alla Luigia.

L’ode come si è visto ha un’architettura assai complessa in cui presente e passato, realtà e mito, continuamente s’alternano suscitando la descrizione del presente successive immagini tolte dalla poesia creatrice di miti, e con la continua tendenza a far coincidere l’immagine reale e presente a quella delle dee del mito antico. Alla fine il componimento risulta essere un vero inno alla bellezza muliebre perché questa viva sempre un’eterna giovinezza e si offra ristoratrice alla vista degli uomini.

L’ode "All’amica risanata" invece fu scritta per Antonietta Fagnani Arese, di cui Foscolo fu profondamente innamorato. Motivo occasionale della stesura fu il suo ritorno tra gli amici nei salotti mondani dopo una breve assenza dovuta ad una malattia che aveva costretta a letto la nobildonna. Anche in questo caso ci troviamo subito di fronte alla discrezione di un episodio della mitologia, quello di Venere che sul far dell’alba appare nel cielo con i suoi lunghi capelli umidi di rugiada e che poi avanza illuminata in tutta la sua persona dai raggi del Sole. Sorgere di Venere subito collegato, per analogia, al sorgere della Antonietta dal letto su cui giacque malata. Segue una melanconica riflessione del poeta sulla bellezza muliebre sentita come unico ristoro concesso ai cuori umani destinati a vivere vaneggiando. Con questa riflessione s’introduce il tema centrale del componimento che prosegue tornando a descrivere la Antonietta che progressivamente perde le caratteristiche umane per trasformarsi in una Dea circondata dalle Ore sue ancelle che le porgono l’inclita veste ed i monili effigiati da sapienti artefici, i calzari e gli amuleti. Questa scena della vestizione è poi seguita dalla descrizione fortemente realistica della Antonietta che arrivata tra i suoi amici in un salotto attira su di sé tutti gli sguardi, si siede quindi e prima suona l’arpa, poi canta, infine comincia a danzare disegnando nell’aria con il suo corpo elegante e leggero amabili figure, lasciando che i veli di seta che la vestono si scompongano, mostrando così la nudità del suo seno ansante sotto il respiro, e che i suoi capelli si sciolgano, facendo cadere i fiori che li adornano. Questa stupenda descrizione, pervasa di sottile erotismo, della donna danzante è quindi seguita di nuovo da un’ammonizione , da una riflessione e da una promessa: guai a chi vorrà ricordarle che la bellezza è un bene fugace e che per tutti c’è in attesa la morte. Seppure questo è vero, la poesia è capace di dare l’immortalità come è avvenuto ad Artemide, Bellona e Venere le quali donne divennero divine grazie al canto dei poeti della Grecia antica. Non tema per altro Antonietta la morte perché il nostro poeta, erede degli antichi vati, la canterà ed allora, al pari di quelle dee, anch’ella dalla sua poesia sarà fatta immortale. In questa seconda parte dell’ode ci troviamo così a contatto di un altro grande tema della poesia foscoliana, e cioè quello della potenza eternatrice della poesia.

Le due odi dunque, pur nate da occasioni così diverse, risultano ideologicamente strettamente collegate da un discorso che si sviluppa dall’una all’altra e mostrano la natura del neoclassicismo foscoliano consistente qui nell’associazione d’immagini della realtà presente e sensibile, ad immagini di un vissuto immaginario scaturente dalla mitologia prodotta dalla poesia classica greca, sino ad arrivare alla trasformazione del mondo reale nel mondo del sogno e della fantasia, in luoghi ameni e remoti a contatto di una natura solare ed incontaminata, in uno spazio senza confini e in un tempo dai contorni indefiniti. Preludio sia del sentimento della Grecia che avranno le nuove generazioni dei poeti romantici, sia della fuga dalla realtà presente verso un tempo remoto e uno spazio lontano, tipica pure di quella poesia.

 

I Sepolcri

L’opera è un’epistola in versi, indirizzata ad Ippolito Pindemonte, alla quale Foscolo diede l’appellativo latino di carme per sottolinearne la solennità del contenuto. Pur scritta nel 1806, comparve solo l’anno successivo a Brescia.

La genesi occasionale viene fatta risalire ad una disputa tra letterati riuniti in casa Albrizzi alla quale avrebbero preso parte anche il nostro poeta e il Pindemonte. La discussione era stata suscitata dalla notizia che l’editto di Saint Cloud, emanato da Napoleone nel 1804, sarebbe stato esteso anche all’Italia. Esso stabiliva che le sepolture fossero consentite solo nei cimiteri i quali poi dovevano essere collocati fuori delle cinte murarie delle città; che non fossero eretti monumenti e che le iscrizioni funebri, sottoposte al controllo di una Commissione, contenessero solo le indicazioni delle generalità del sepolto, senza citazione di titoli. Ora mentre alcuni letterati avevano mostrato indignazione e disappunto, e tra questi il Pindemonte, Foscolo invece aveva ostentato una certa indifferenza per la cosa. Successivamente però egli si sarebbe pentito di quell’atteggiamento e perciò, riprendendo il filo di quel discorso, avrebbe indirizzato questa lettera all’amico Ippolito per esternare le sue nuove idee in merito.

Se pure questo motivo occasionale fosse vero, non basterebbe tuttavia a spiegare la nascita dei Sepolcri che va ricondotta anche a fattori letterari e soprattutto ad una motivazione interna al poeta.

Il carme dei Sepolcri infatti s’inquadra in una moda del tempo, espressione del gusto preromantico, che aveva visto fiorire opere come la "Elegia sopra un cimitero campestre" di Thomas Gray, le "Notti" di Edoard Young, le "Meditazioni sulle tombe" di Hervey, le "Notti romane" di A. Verri, non senza qualche influsso anche del gusto della poesia ossianica. Di questo legame era consapevole Foscolo tanto che, in una lettera a Monsieur Guillon del 1807, sentì la necessità di chiarire la differenza tra la sua opera e quelle apparentemente consimili. Egli così spiegò che Young ed Hervey avevano meditato sui sepolcri da cristiani e i loro libri hanno per scopo la rassegnazione alla morte ed il conforto di un’altra vita; che Gray aveva scritto da filosofo, e la sua elegia ha per scopo persuadere circa l’oscurità della vita e la tranquillità della morte; che egli invece aveva voluto considerare i sepolcri da un punto di vista politico, volendo perseguire lo scopo di far nascere negli Italiani il desiderio di emulazione di quei grandi di cui si onora la memoria con fastosi monumenti sepolcrali.

Sennonché poi i Sepolcri ebbero anche una complessa genesi spirituale; nacquero infatti dopo un lungo processo meditativo del poeta che, formatosi culturalmente sui testi del sensismo e dell’Illuminismo meccanicistico e materialista, cominciò presto ad avvertire i limiti di quella filosofia e la necessità di una libertà del sentimento e della fantasia nei confronti della ragione. Sentì nello stesso tempo l’esigenza di un tipo di esistenza da poter vivere alla luce di grandi ideali capaci di consegnare l’uomo all’immortalità o comunque di perpetuarne la memoria nel tempo. Sotto questo aspetto i Sepolcri nacquero sia come rifiuto del materialismo, sia come esigenza di superamento della morte. Del carme pertanto non interessano tanto le cose che si dicono riguardo alle tombe in sé, alla opportunità o meno di collocarle in cimiteri campestri, ma le motivazioni ideologiche che le giustificano come monumenti solenni.

Foscolo comincia la sua lettera affermando che se anche le tombe non giovano ai defunti, sono invece utili per i vivi perché, se gli uomini durante la loro vita saranno stati capaci di grandi imprese, le loro tombe ne perpetueranno la memoria mantenendo vivi quegli ideali che li ispirarono e soprattutto potranno muovere i vivi ad operare nello stesso senso. Certo, osserva il poeta, potrà avvenire che il tempo riesca a far sparire a poco a poco anche le pietre dei sepolcri dei grandi, ma se quelli frattanto avranno ispirato la poesia dei poeti, allora le loro parole, una volta pronunciate, dureranno in eterno e quei grandi, grazie al canto dei poeti, diverranno anch’essi immortali.

I Sepolcri dunque hanno un significato ideale per il quale si pongono come un rifiuto delle ideologie settecentesche legate all’illuminismo sensista e materialista e alle quali il poeta non oppose un’altra filosofia, bensì la teoria delle illusioni. La ragione, egli osserva, dice all’uomo che l’amore, la patria, la poesia, la bellezza sono delle illusioni, ma queste illusioni, se poste come vere, sono capaci di vivificare ed illuminare l’esistenza rendendola degna di essere vissuta. Sotto altro aspetto i Sepolcri sono poi la celebrazione della suprema di queste illusioni, cioè della poesia, capace di dare l’immortalità non solo al poeta ma anche all’eroe che egli canta.

Ma Foscolo poi voleva che non sfuggisse anche il significato politico dell’opera. Questo si può sintetizzare nell’espressione " a egregie cose il forte animo accendono l’urne de’ forti". I sepolcri di quei grandi che illustrarono la storia del loro popolo, se da una parte testimoniano la perenne validità di quegli ideali per i quali essi vissero e morirono, dall’altra fungeranno da stimolo per le nuove generazioni. Esse si specchieranno in quelli e riconosceranno la loro nobiltà o la loro codardia. E un popolo decaduto, se avrà ancora le tombe dei suoi eroi, da quelle potrà sempre trarre energia e vigore per ritrovare l’antica virtù e la strada del suo riscatto politico. L’esaltazione del valore dei sepolcri è pertanto strettamente connessa con le idee politiche di Foscolo e il carme freme di amor patrio e di libertà. Sotto questo profilo è espressione di uno spirito già risorgimentale per il quale Foscolo si ricollega idealmente alle opere di Dante, Petrarca, Machiavelli, Alfieri.

Nei Sepolcri pertanto si ritrovano tutti gli elementi ideologici e poetici delle opere precedenti. Così gran parte del carme è dedicato a costruire il Pantheon degli Italiani attraverso il ricordo di Dante, con la famosa definizione di "ghibellin fuggiasco"; di Petrarca, definito "dolce di Calliope labbro", per avere con il suo Canzoniere sottratto all’erotismo la poesia amorosa riconducendola nell’ambito della moralità; di Machiavelli, come autore del Principe "che temprando lo scettro a’ regnatori / gli allor ne sfronda, ed alle genti svela / di che lagrime grondi e di che sangue", con ciò dell’opera fornendo quell’interpretazione "obliqua" già proposta dal Bettinelli e per la quale l’intento reale del segretario fiorentino sarebbe stato non quello di insegnare ai principi a governare, bensì quello di far vedere al popolo di quali mezzi i principi si servano per tenerlo soggetto; di Vittorio Alfieri, tanto amato ed ammirato, ritratto in preda ai suoi furori quando "irato a’ patri Numi errava muto / ove Arno è più deserto" ; di Parini, per il quale ebbe una vera e propria venerazione, per aver scritto i versi del Giorno che "il lombardo pungean Sardanapalo" e raffigurato come sacerdote delle Muse e di Talia che "cantando / nel suo povero tetto educò un lauro / con lungo amore". Tutti letterati questi ai quali però si aggiungono il massimo artista e il massimo scienziato, cioè Michelangelo, che costruendo la cupola di San Pietro "nuovo Olimpo / alzò in Roma a’ Celesti", e Galileo Galilei che "vide / sotto l’etereo padiglion rotarsi / più mondi, e il Sole irradiarli immoto". Nei Sepolcri torna poi la descrizione idealizzata della Toscana i cui colli vengono descritti sotto la luna vestiti "di luce limpidissima...per vendemmia festanti", mentre "le convalli / popolate di case e d’oliveti / mille di fiori al ciel mandano incensi" e detta beata per aver dato i natali ai nostri maggiori poeti. Nei Sepolcri ancora troviamo diversi riferimenti mitologici per cui anche la Grecia antica torna come patria ideale, terra d’eroi e di poeti. E così Foscolo rievoca la terribile battaglia di Maratona, quando nel 490 a.C. i Greci guidati da Milziade inflissero al Re persiano Dario una solenne sconfitta, come esempio di eroismo in difesa della libertà, e sembragli che il navigante che di notte trascorra innanzi all’Eubea possa nell’oscurità vedere "scintille / balenar d’elmi e di cozzanti brandi / fumar le pire igneo vapor, corrusche / d’armi ferree...larve guerriere / cercar la pugna..e di falangi un tumulto e un suon di tube / e un incalzar di cavalli accorrenti / scalpitanti su gli elmi a’ moribondi, / e pianto e inni e delle Parche il canto". E rievoca le ultime ore di Troia e i presagi di Cassandra, e l’episodio delle armi di Achille che la furbizia di Ulisse aveva sottratto ad Aiace ma che il mare, scalzandole dalla nave dell’itacese, trasportò sulla cresta delle onde sino ai piedi della tomba del Telamonio. E il mito di Elettra ed infine il poeta sommo, Omero. Cassandra infatti profetizza che un giorno si potrà vedere "mendico un cieco errar ...e brancolando penetrar negli avelli e abbracciar l’urne / e interrogarle" e che egli dopo aver udito le tombe narrare la distruzione di Troia "placando quelle afflitte alme col canto / i prenci argivi eternerà per quante / abbraccia terre il grande padre Oceàno". Torna così il mito della poesia capace di rendere all’uomo l’immortalità, concetto ribadito anche nella descrizione delle dee che "siedon custodi dei sepolcri, e quando / il tempo con sue fredde ale vi spazza / fin le rovine, le Pimplee fan lieti / di lor canto i deserti, e l’armonia / vince di mille secoli il silenzio".

E immancabilmente infine nei Sepolcri compare la figura del Foscolo stesso che si ritrae, come sempre, perseguitato dal fato ed errabondo e come colui che "i tempi ed il desio d’onore / fan per diversa gente ir fuggitivo", ma desideroso di assurgere alla funzione di vate come già i poeti dell’antica Grecia dicendo: "me ad evocar gli eroi chiamin le Muse / del mortale pensiero animatrici".

 

Didimo Chierico

Durante il soggiorno in Francia al seguito dell’armata napoleonica, Foscolo ebbe modo di leggere il "Viaggio sentimentale" di L. Sterne; l’opera tanto gli piacque che ne cominciò anche la traduzione portata a termine però soltanto nel 1812, quando il poeta ormai era a Firenze e attendeva alla composizione delle Grazie. Come scrive G. Scarepetti, la traduzione di Sterne rispondeva al desiderio di fornire ad un vasto pubblico un’opera in cui potesse trovare un modello esemplare di educazione del sentire, un’educazione che passava attraverso la conquista di una sapienza distaccata ma non priva d’umanità. "Era questa la condizione spirituale cui aspirava Foscolo stesso: quel romanzo che egli non poteva creare in prima persona...lo trovava già scritto, perciò la traduzione acquistava il significato di un discorso proprio e personale". Questa traduzione tuttavia egli presentò come dovuta ad un esule di nome Didimo Chierico e dal quale egli la avrebbe avuta. Fu così fatta precedere da una "Notizia intorno a Didimo Chierico".

Ora questo personaggio, parto della fantasia del poeta, altro non è che la nuova immagine che Foscolo voleva dare di sé. Egli sapeva infatti che tutti i lettori delle sue opere in qualche modo lo avevano identificato, e lo identificavano ancora, nel personaggio di Jacopo. Ma le esperienze decennali affrontate dal soggiorno francese a quello fiorentino, la maturazione del suo pensiero, il mutare della sua sensibilità, avevano certamente messo in crisi la personalità ortissiana. Foscolo non si identificava più in quel giovane pieno di prorompenti sentimenti, caldo ed appassionato, irruento ed irascibile. Sentì perciò forte l’esigenza di fornire una nuova immagine di sé che fosse più aderente alla sua mutata personalità, alla sua nuova condizione psicologica. Creò così questo personaggio di Didimo nel quale per altro si è voluto vedere una specie di anti Ortis. Ma non è così. Foscolo non rinnega se stesso.

Come scrive N. Mineo, la figura di Didimo è quella dell’intellettuale disancorato dalle convenzioni e dai miti della cultura e della società del proprio tempo...è una tipica figura di isolato volontario...agnostico e senza speranza, dispregiatore dei letterati ma non perciò meno convinto del primato delle lettere, ma non poeta lui stesso, non tollera il cosmopolitismo, pur essendo al massimo tollerante, non stima il genere umano, ma lo ama, e tra le virtù privilegia il pudore e la compassione. Secondo L. Russo poi "Didimo Chierico rappresenta la riflessione ironica sulle proprie violente ed accese passioni; la passione non è negata, ma è ritirata più in fondo nell’animo, venata dalle rughe dell’ironia, una ironia delle cose che è poi una forma di alta ironia su se stesso"...Didimo pertanto non è un anti Ortis, ma uno Jacopo maturato e rinsavito, che avverte ancora i sentimenti e le passioni della gioventù, ma ormai come "un calore di fiamma lontana".

 

Le Grazie

Del poeta ci è pervenuto un insieme di brani in versi di un’opera da lui progettata ma poi non portata a compimento per la sua sopravvenuta morte. Di quest’opera tuttavia possediamo un sommario steso dal poeta stesso dal quale risulta che egli aveva intenzione di comporre una complessa opera a sfondo allegorico didascalico.

Avrebbe dovuto essere costituta di tre parti, o Inni, dedicati rispettivamente a Venere, Vesta e Pallade; ambientate prima in Grecia, poi a Bellosguardo, infine nella mitica Atlantide. La trama può essere così riassunta: La dea Venere suscita dalle profondità del Mare greco le Grazie perché queste vadano tra gli uomini e ne vincano la ferinità suscitando la civiltà attraverso il sorgere delle belle arti. Queste, essendo caduta la Grecia sotto la barbarie dell’impero ottomano, hanno cercato rifugio in Italia (primo inno). Il poeta quindi invita tre donne gentili, (Eleonora Nencini, Cornelia Martinetti e Maddalena Bignami, che rappresentano rispettivamente la musica, la poesia e la danza) a celebrare un rito sacro, del quale saranno elle stesse sacerdotesse, presso l’ara delle Grazie nella sua villa di Bellosguardo (secondo inno). Si riprende quindi la narrazione della vicenda delle Grazie che una volta tra gli uomini rimangono fortemente turbate dalla violenza di Amore che domina i loro cuori. Interviene allora Pallade che le sottrae agli uomini conducendole in un’isola inaccessibile ove fa tessere per loro un velo su cui sono raffigurati i sentimenti umani più sacri. Vestite di questo velo, che le renderà intoccabili e le proteggerà dalla furia di Amore, le Grazie potranno tornare sulla terra per continuare la loro opera di incivilimento dei costumi degli uomini (terzo inno).

Ora le Grazie sono state a lungo considerate dalla critica come la massima espressione del classicismo foscoliano e come opera affatto diversa dalle precedenti ed in particolare dall’Ortis e dai Sepolcri. Questo giudizio per la prima parte può essere accettato, per la seconda no. Le Grazie a buon diritto possono porsi, benché non finite, come la migliore opera neoclassica del poeta. In esse infatti egli tende a quella ideale superiore armonia che credeva essere suprema legge dell’Universo. Come infatti scrive N. Sapegno "nei frammenti delle Grazie culmina quella facoltà, che era la meta cui Foscolo tendeva con tutte le sue forze, di sollevarsi dall’urgenza delle lotte e delle passioni terrestri in un cielo di serena e solenne contemplazione, quella sua perenne e contrastata aspirazione all’armonia, all’equilibrio morale ed artistico, all’ideale che trasfigura ed illumina il vero e ne estrae il succo profondo, universale ed eterno. E culmina anche la sua fantasia mitica...". Perché questo avvenisse però era necessario che Foscolo vivesse tutte le peripezie della sua gioventù e, dopo l’esperienza artistica di Didimo Chierico, si indirizzasse verso una poesia diversa da quella impegnata, generosa, passionale dei Sepolcri, senza con ciò volgersi ad una poesia di pura evasione, lontano dalla realtà e dalla esperienza vissuta. Il distacco dell’autore dalle vicissitudini storiche che si produsse nella sua maturità non significò un passaggio al disinteresse o nell’indifferenza. Se analizziamo bene infatti nei diversi frammenti troviamo quasi tutta la precedente materia poetica, il che ne testimonia poi il profondo radicamento nell’animo di Ugo. Per questo all’inizio si diceva che non può essere accettato il giudizio che vuole le Grazie opera del tutto nuova e diversa rispetto alle precedenti. La differenza però è che qui quella materia viene rivissuta con un superiore distacco e quelle esperienze ormai sentite, secondo quanto egli aveva scritto in Didimo, come un calore di fiamma lontana.

 

 

La critica letteraria

Durante il corso di tutta la sua vita U. Foscolo non smise mai di leggere e studiare gli autori della letteratura italiana che profondamente amò. Così alcuni di essi compaiono anche nelle sue opere poetiche ove sono ritratti con poche ma efficaci pennellate. Ai nostri autori il poeta però dedicò anche saggi letterari di non poco valore e quasi tutti scritti durante l’esilio in Inghilterra.

Sono tra questi il "Saggio sulla letteratura contemporanea", il "Discorso sul testo della Commedia di Dante", "Sul carattere del Petrarca", il "Parallelo fra Dante e Petrarca", il "Discorso sul testo del Decamerone", il saggio "Della nuova scuola drammatica italiana".

In generale si può dire che Foscolo se da una parte cerca di penetrare nell’indole, nel carattere, nella psicologia degli autori, dall’altra voglia sempre anche inquadrarli nella realtà storico culturale del loro tempo. Le sue interpretazioni pertanto non furono mai separate dall’analisi storica e la storia politica fu sempre vista come la vera radice di ogni opera letteraria. Con ciò però non trascurò neppure lo studio dei nessi delle opere con la tradizione letteraria e con la storia dei generi letterari. Singolare fu tuttavia la sua condanna delle tragedie manzoniane.

Foscolo non fu neppure estraneo ad un’attività di traduttore che si esplicitò nello "Esperimento di traduzione dell’Iliade di Omero", pubblicato nel 1807, che non risulta essere una traduzione strettamente letterale, bensì, come nota A. Marchese, "attenta ai valori semantici e musicali del linguaggio".

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