Introduzione al Decadentismo

   

    

     Sommario: La denominazione - I parnassiani - I simbolisti - La poetica decadente attraverso Baudelaire, Rimbaud e Verlaine - Lo stato d’animo del poeta decadente -  Decadentismo ,Romanticismo e Naturalismo - La diffusione del Decadentismo in Italia

    

    

    

     La denominazione    

     Il termine “Decadentismo” in letteratura è probabilmente un po’ abusato, oggi infatti si qualificano come decadenti una quantità di atteggiamenti e di contenuti riferibili a periodi storici assai diversi tra loro e che vanno dalla fine dell’Ottocento al primo trentennio del Novecento, se non addirittura anche oltre. Il Decadentismo storico è però quello che nacque e fiorì in Francia nell’ultimo ventennio del diciannovesimo secolo. La denominazione è dovuta ad uno di quei maggiori poeti, Paul Verlaine, che nel sonetto “Langeur” pubblicato nel 1883 scriveva: “Sono l’impero alla fine della decadenza / che guarda passare i grandi barbari bianchi / componendo indolenti acrostici / in uno stile dorato in cui danza il languore del sole...”. Sempre Verlaine in una ballata caratterizzava il suo gruppo scrivendo forse scherzosamente: “viviamo di orgoglio e di bolletta / Per quanto l’alcool ci appassioni / beviamo acqua fresca soprattutto / mangiando secco alquanto. Ad altri / vanno i piatti fini /, i vini di marca / Siamo i bravi scrittori...”. Ora quest’idea della decadenza di una civiltà, questa denominazione di decadente, piacque tanto ai poeti del gruppo che intitolarono “Le décadent” anche una rivista che essi fondarono e che divenne il loro organo ufficiale. Sempre Verlaine nel 1883 pubblicò anche una raccolta di poesie che intitolò “Poètes maudits” (poeti maledetti) dedicate ai suoi amici Tristan Corbière, Stéphane Mallarmé, e Arthur Rimbaud. Così questi poeti decadenti finirono anche con l’essere conosciuti come i “poeti maledetti”. Oltre i già citati, ne fecero parte anche Charles Baudelaire, Ph. Villiers de l’Isle-Adam, Joris Karl Huysmans.

    

    

    

     Il Parnassianesimo e il Simbolismo    

     Ma per comprendere il fenomeno dei poeti maledetti, occorre risalire un po’ indietro nella storia della letteratura francese e ricordare la precedente nascita del Parnassianesimo. Questo movimento sorse sulla fine degli anni sessanta e prese il nome da una raccolta di versi intitolata “Il Parnaso contemporaneo”. Tra i poeti del Parnaso furono i giovani René François Sully-Prudhomme, José-Maria de Heredia, François Coppée, Catulle Mendès. I parnassiani intesero opporsi alla letteratura romantica, sentimentale, soggettiva, autobiografica, propugnando un’arte lontana dal contingente, dal soggettivo e personale. Sognarono una poesia raffinata, staccata dall’urgenza delle passioni, fatta di preziosismi e di ricercata cultura, sempre attenta alla forma e capace di trasportarli in un mondo lontano, ove regnassero la serenità e la contemplazione; avente infine come canone supremo l’ideale bellezza. Finirono così con il propugnare l’arte per l’arte e la poesia come valore assoluto.

     Ai parnassiani in qualche modo intesero reagire i “poeti maledetti” che arrivarono ad una concezione simbolista della poesia.

     Maestro e caposcuola del Simbolismo fu Charles Baudelaire. La poetica di questi artisti si cominciò a precisare con “Corrispondenze” proprio di C. Baudelaire ove leggiamo: “E’ un tempio la Natura ove viventi / pilastri a volte confuse parole / mandano fuori; la attraversa l’uomo / tra foreste di simboli dagli occhi / familiari. I profumi e i colori / e i suoni si rispondono come echi / lunghi che di lontano si confondono / in unità profonda e tenebrosa...”. Ne possiamo ricavare che i simbolisti muovevano dall’idea che la realtà non fosse quella che l’esperienza poteva percepire, quella che poteva essere conosciuta dalla scienza , ma un qualcosa di profondo, di misterioso che sfuggiva alla ragione. Pensavano tuttavia che vi fosse una via per arrivare almeno ad intravedere la verità più profonda, cogliere la realtà nella sua essenza, e questa strada era per loro quella della poesia. Il poeta pertanto venne considerato un veggente (voyant) capace di sondare il mistero, di arrivare all’ignoto (l’inconnu), e di rivelarlo.

     Fondamentale è in merito la “Lettera del veggente” del 1871 di Rimbaud, ove si legge: “Il poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato disordine di tutti i sensi.” Il poeta veggente, “attraverso il deragliamento di tutti i sensi, sviati dai binari della normalità abitudinaria, giunge alle verità profonde e ignote sedimentate nell’oltranza dell’inconscio e dell’onirico, da dove le riporta agli uomini”1. In questo senso, come dice Rimbaud, “il poeta è veramente un ladro di fuoco”.

     E il mezzo della sua rivelazione è la poesia appunto che necessariamente diviene simbolica, fondata cioè sul simbolo. Ma il simbolo dei simbolisti, come spiega M. 2Sansone, non è una metafora, un sovra senso, ma è l’originario, il reale, il vero. E questa poesia si serve di parole che ormai non valgono più per il loro significato comune, ma acquistano una dimensione magica che le lega tra loro non secondo un filo logico, ma secondo nessi e analogie che sfuggono a chi poeta non è.

     Altro testo fondamentale per la poetica dei simbolisti fu la poesia di Paul Verlaine “Arte poetica” dove leggiamo: “Musica, sovra ogni cosa: / e perciò preferisci il ritmo impari, / ...E’ necessario poi che tu non scelga / le tue parole senza qualche svista: / nulla più caro della canzon grigia / dove l’incerto s’unisce al preciso..../ Prendi l’eloquenza e torcile il collo! / E farai bene, in vena d’energia / a moderare un pochino la rima.../ Musica, ancora e sempre”. Testo che certamente non richiede interpretazione e che è un vero manifesto tecnico del nuovo indirizzo poetico.

     Ma a proposito della musica il Decadentismo è debitore nei confronti di R. Wagner, amato da tutti ma soprattutto da Baudelaire, del concetto di “opera totale” (Gesamtkunstwerk), nella quale si fondono gli effetti propri di arti diverse come quelle plastiche, la musica e la poesia.

    

    

    

     Lo stato d’animo del poeta decadente    

     La poesia decadente nacque pertanto da una particolare condizione di spirito. Lo stato d’animo del poeta decadente è infatti caratterizzato dal taedium vitae (tedio della vita) e dallo spleen, dal senso del vuoto e del nulla, da un cupio dissolvi (desiderio di autodistruzione), da una nouluntas schopenaueriana.

     Ancora una volta ci chiarisce il senso di questa condizione C. Baudelaire nella poesia “Spleen”. Spleen è una parola inglese che sta a significare un particolare stato d’animo fatto di tristezza, di disperazione, d’angoscia esistenziale, di incapacità a stabilire un rapporto con il prossimo e a vivere la realtà presente. Essa torna spesso nella poesia francese tradotta con “ennui”, ed è molto vicina al concetto di tedio incontrato nella poesia leopardiana. Per E. Auerbach esso consiste in “una disperazione senza via d’uscita che non si lascia ricondurre ad alcuna causa concreta...è la paura paralizzante, il panico per l’inevitabile inganno che irretisce la nostra vita, la rovinosa totale caduta in questa terribile condizione”. Che poi Baudelaire così esprime: “...lunghi funerali lentamente / senza tamburi sfilano né musica / dentro l’anima: vinta la Speranza / piange, e l’atroce Angoscia sul mio cranio / pianta, despota, il suo vessillo nero”. Ne “L’Albatro” poi scrive: “Come il principe dei nembi / è il Poeta che, avvezzo alla tempesta, / si ride dell’arciere: ma esiliato / sulla terra, fra scherni, camminare / non può per le sue ali di gigante”. Versi che dicono il disagio del poeta nella società contemporanea, nella quale si sente come l’albatro catturato dai marinai e deposto sulla tolda della nave dalla quale non riuscirà più a librarsi nel cielo; come un esiliato, in una condizione dolorosa connessa alla coscienza di una caduta dall’alto del cielo, che sta a simboleggiare una virtuale grandezza, un sentimento esaltato del poeta che si ritiene quasi un angelo caduto sulla terra e che vorrebbe tornare a volare alto, come l’albatro appunto, abituato ai nembi e alle tempeste.

     Uno dei principali caratteri del Decadentismo fu poi il mito dell’estetismo. Lo scrittore che prima lo interpretò fu Joris-Karl Huysmans con il romanzo “Á rebours” (Controcorrente) del 1884. Il protagonista, Des Esseintes, è l’ultimo discendente di una ricca famiglia; egli tenta di vincere la noia della sua vita cercando varie esperienze finché non si ritira a vivere in una sua villa fuori Parigi. Lì attua il suo progetto di un’esistenza controcorrente, fondata cioè su valori contrari a quelli della morale comune. Nello stesso tempo egli coltiva i suoi interessi culturali che vanno dalla poesia, alla musica, alla pittura in una mescolanza di sacro e di profano. A questo personaggio pertanto, che riscosse un certo successo letterario, si ispirarono sia il nostro D’Annunzio nella stesura de “Il Piacere”, sia O. Wilde per il suo “Ritratto di Dorian Gray”.

     Ora questa corrente letteraria rimarrebbe per noi incomprensibile se non la collegassimo alla crisi del Positivismo, con il conseguente affermarsi di dottrine irrazionalistiche, e all’esaurirsi dell’esperienza naturalistica ad esso collegata. Sul terreno dell’evolversi del pensiero filosofico, le prime radici del Decadentismo vanno ravvisate nelle opere di Schopenhauer e di Kierkegaard, ma più propriamente poi in quelle di Boutroux, Bergson, Blondel e Nietzsche. Ma di questi filosofi abbiamo già detto nell’introduzione l’essenziale.

    

    

    

     Decadentismo, Romanticismo, Naturalismo 

     Il Decadentismo rivela più di un legame con il primo Romanticismo al punto che si potrebbe addirittura parlare di una nuova fase del Romanticismo stesso. Gli aspetti salienti del Decadentismo infatti si individuano rispetto al Romanticismo più come svolgimenti, accentuazioni, esasperazioni, che come novità assolute. Il Decadentismo infatti sviluppò il filone dell’irrazionalismo romantico, riprese l’atteggiamento di rifiuto della realtà e della fuga verso altri luoghi, ma nello stesso tempo il poeta decadente assunse atteggiamenti che molto lo differenziano dal poeta romantico. Quest’ultimo infatti aveva reagito alle sue delusioni assumendo atteggiamenti titanici, esprimendo una volontà di lotta; il poeta decadente invece fu vittima di un languore che lo privò di ogni energia e di ogni combattività; egli piuttosto che tendere ad un’opera di costruzione nella società, come avevano tentato i romantici, si lasciò vincere da un senso di smarrimento, di disfacimento che tutto coinvolse e tale da inibire ogni suo slancio. Il poeta romantico era vissuto e aveva lottato per i suoi ideali; il poeta decadente non ebbe più ideali, non ebbe più la forza e l’energia necessarie per aderire ad un ideale, conseguentemente rifiutò ogni impegno. Il suo pessimismo fu più radicale e lo spinse a chiudersi in se stesso e a rifugiarsi nell’unico valore della poesia. Di qui poi anche le diverse scelte tecnico stilistiche dei poeti decadenti rispetto ai romantici.

     Le diversità e le divergenze tra Naturalismo e Decadentismo poi sono talmente tante, che non torna conto neppure elencarle. E’ invece opportuno ricordare che il Decadentismo non va inteso come un momento culturale che succede al Naturalismo. Decadentismo e Naturalismo infatti sono due fenomeni letterari coevi con la sola differenza che, mentre il secondo andò progressivamente esaurendosi, il primo si diffuse sempre di più e si evolse in maniera diversa nei diversi paesi europei. Nella Parigi in cui nascevano le riviste del Decadentismo, come Le décadent, Le chat noir, Lutèce e nella quale passeggiavano Verlaine, Rimbaud, Mallarmé, erano ancora in auge Zola, Maupassant, Daudet. D’altra parte nella storia dei singoli artisti ci sono talora dei cambiamenti di rotta che li portarono da un campo all’altro. Così Huysmans aveva esordito come seguace di Zola e aveva partecipato alla elaborazione del manifesto del Naturalismo costituito dalle “Serate di Medan”. Zola di converso finì con l’assorbire dei decadenti il vitalismo panico, la tendenza a costruire complesse simbologie, il compiacimento per atmosfere malate, torbide e perverse. Non si può pertanto dire che il Decadentismo sia stato il prodotto di una situazione storica diversa rispetto al Naturalismo. Ma certo porse l’orecchio agli sviluppi del pensiero filosofico più di quanto non fecero i naturalisti.

    

    

    

     La diffusione del Decadentismo in Italia

         La condizione dei poeti decadenti con il passare del tempo, penetrato il Decadentismo nel resto d’Europa, fu sempre più dominata da una apatia, da un languore, da una mancanza di energia che li portava a ripiegarsi su se stessi. Se consideriamo quanto avvenne in Italia, possiamo osservare come i poeti della seconda generazione, quelli che vissero la loro giovinezza tra le due guerre mondiali, divennero sempre meno capaci di condividere i valori della società borghese, venne anche meno tra loro un certo ribellismo, sicché rinunciarono a certe forme di vita immorale, alla ricerca di esperienze particolari, all’uso dell’alcool e dell’oppio, come invece avevano fatto i poeti maledetti. Secondo M. Sansone3 la più generale condizione di questi poeti fu quella “della accidiosa indifferenza, l’aridità e un penoso e sterile scetticismo...una comprensione lucida e a volte gelida del proprio processo interiore, uno sdoppiamento spesso tormentoso della personalità; un guardarsi ed intendersi ed anatomizzare il proprio sentire con spietata curiosità e sincerità”. Sul terreno della poetica e dello stile si diffuse l’uso del simbolismo, si fece ricorso alle sinestesie, alle analogie, alle onomatopee. La poesia tese sempre più verso il frammentismo. Rinunciò al sistema strofico tradizionale, alla rima, abbandonandosi il poeta al flusso delle immagini dalla parola evocato e alla sonorità dei versi. Progressivamente così scomparvero anche le strutture sintattiche e la punteggiatura. La poesia divenne ermetica.

     Continuarono poi i nostri poeti ad avere una visione fortemente pessimistica della vita, a sentire in profondo il senso del mistero, isolandosi sempre di più e dando vita ad una poesia fortemente intimistica e staccata dalla vita sociale. In taluni casi tornò anche in loro il senso del divino e il desiderio di una verginità primigenia.

     Ora il critico W. Binni4 ha indicato negli scapigliati il primo gruppo di poeti che da noi abbia risentito del decadentismo francese. Si può dire però che per costoro si trattò di un influsso di natura esteriore, mentre di decadentismo vero si può incominciare a parlare con Pascoli e con D’Annunzio, a cavallo tra fine Ottocento e primo Novecento, per questo il capitolo del Decadentismo è stato da noi collocato all’inizio della sezione dedicata appunto al primo Novecento, nella cui area cronologica si collocano meglio anche i due su citati poeti, pur avendo essi pubblicato grandi opere nell’ultimo decennio dell’Ottocento.

     Il decadentismo pascoliano pertanto consiste nel senso profondo del mistero che egli avvertì e dal quale si sviluppò la poetica del fanciullino. E anzi nel fanciullino C. Salinari5 ha individuato uno dei miti fondamentali del Decadentismo italiano stesso. Ma decadente è poi tutta la poesia che a quella poetica si ispira, sia essa la poesia delle piccole cose che quella cosmica. Pascoli poi fece ricorso sia al simbolismo che a certe soluzioni tecniche, che diverranno caratteristiche dei poeti della generazione successiva, tendendo sempre più verso una poesia di carattere impressionistico e verso il frammentismo

     L’appartenenza di D’Annunzio al Decadentismo invece è da ravvisare nella presenza del mito del superuomo e dell’estetismo, su cui si imperniò gran parte della sua opera. Ma egli poi accettò anche elementi freudiani, riesumando dalla tragedia antica il complesso di Edipo, e wagneriani, tentando di realizzare l’opera d’arte totale che il musicista aveva teorizzato. E decadente fu poi la concezione della poesia che si esprime e si condensa in quella sua famosa espressione: “il verso è tutto!”.  E poi c’è da considerare il suo stile di vita che fu veramente “controcorrente” e scarsamente preoccupato dell’osservanza delle leggi morali, anche se poi nell’opera e nella personalità del pescarese esistono una quantità di elementi che ai decadenti lo contrappongono e che vanno dal suo attivismo politico, alla vitalità, al contatto continuo con le masse, ecc.

     Da D’Annunzio in poi gli influssi del Decadentismo sulla nostra letteratura furono sempre più numerosi e si differenziarono nei diversi autori, per cui qui il nostro discorso s’interrompe.

 

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