La poesia crepuscolare

 

 

 

 

Sommario: - La poesia crepuscolare - la nascita e la denominazione del movimento - la condizione di spirito dei poeti - la poetica - G. Gozzano: cenni biografici – la poetica – la visione del mondo - le raccolte delle poesie – temi poetici.

 

 

 

 

La nascita e la denominazione del movimento crepuscolare

 

La poesia crepuscolare fiorì tra il 1905 e il 1915, in piena età giolittiana. La denominazione è dovuta al critico A. Borgese che pubblicò nel 1910 un saggio dal titolo “Poesia crepuscolare”. Vi si esaminava l’opera dei poeti Marino Moretti, Fausto Maria Martini e Carlo Chiaves. A Borgese parve che la stagione della grande poesia si fosse conclusa con la pubblicazione delle “Laudi” e dei “Poemetti” e che ormai la letteratura andasse spegnendosi in un mite e lunghissimo crepuscolo. Il termine incontrò fortuna e nell’ambito di questo indirizzo furono successivamente inclusi anche altri poeti tra cui Guido Gozzano, Sergio Corazzini, Corrado Govoni, Enrico Thovez, A. Silvio Novaro.

Il Crepuscolarismo pertanto non fu una vera e propria scuola poetica, ma un movimento costituito da personalità diverse e tuttavia accomunate da atteggiamenti psicologici e da orientamenti poetici. La condizione esistenziale comune ai crepuscolari fu quella caratterizzata da una certa stanchezza interiore, da una volontà di non apparire, di rimpicciolirsi e considerarsi uomini di poco conto (atteggiamento questo che porterà per esempio G. Gozzano a nominarsi in una sua lirica come “guidogozzano”, o Corazzini a dire: “Perché tu mi dici: poeta? / io non sono un poeta. / Io non sono che un piccolo fanciullo che piange”, o Moretti ad intitolare una sua raccolta “Poesie scritte col lapis”) da una condizione di velata e tenue tristezza, per cui Moretti può confessare: “Io sento in me la tristezza / del giorno domenicale / del giorno crepuscolare / nel quale l’anima prova / il bisogno d’una nuova / solitudine...Oh dolcezza del mio cuore / dei miei sensi un poco stanchi”. Il poeta crepuscolare avverte una sensazione di stanchezza, un peso che grava sulla sua anima che lo porta ad un ripiegamento interiore, a un analizzare se stesso e a percepire quasi in sé una malattia, per cui Corazzini può dire: “Oh, io sono veramente malato! / E muoio, un poco, ogni giorno”. E c’è poi il desiderio di annullamento, di riduzione a cosa, di sparire, così Corazzini ancora dirà: “voglio / raggomitolarmi al sole / come un gatto a dormire / fino alla consumazione / de’ secoli!”. Espressero poi i crepuscolari una visione nostalgica del  passato; vissero il disagio dell’eclissamento dei grandi ideali dell’età risorgimentale, della perdita di entusiasmo per la fede, per la scienza e per il progresso. Distrutti pertanto gli ideali, le fedi, le ragioni dell’operare, spenta ogni facoltà di adesione piena, di impegno profondo, di partecipazione totale, rimase in loro un residuo di nostalgia, di rimpianto, che si manifestò in una rinunzia a vivere e la vita e in una volontà  di osservarla e descriverla.

Ora nella somma di questi atteggiamenti ci fu certamente anche una componente letteraria. I crepuscolari infatti si richiamavano a modelli stranieri come Georges Rodenbach, Maurice Maeterlinck, o Emile Verhaeren, nello stesso tempo essi intesero opporsi al dannunzianesimo imperante, furono contro il superomismo, l’attivismo, il vitalismo. Rifiutarono la concezione lussuriosa dell’amore, le donne fatali, il vivere inimitabile, la volontà di potenza e la vita politica attiva come la militanza partitica. Si volsero piuttosto verso un certo pascolismo di maniera, quello dei sentimenti semplici e puri, del vivere con modestia e con pochi ma sicuri affetti per cui poi cantarono  il quotidiano, l’ordinario, ciò che è semplice ed umile. I temi prediletti dalla poesia crepuscolare furono così quelli che essi chiamarono de “le buone cose di pessimo gusto”: la periferia delle città, gli ambienti di provincia, le vecchie case, i vecchi quartieri, il suono degli organetti di Barberia, le corsie di ospedale, i giardinetti pubblici un po’ trascurati, le serate domenicali trascorse nelle case borghesi con “Loreto impagliato ed il busto d’Alfieri, di Napoleone / i fiori in cornice.../ il caminetto un po’ tetro, le scatole senza confetti / i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro / un qualche raro balocco, gli scrigni fatti di valve, / gli oggetti col monito, salve, ricordo, le noci di cocco...”. E se la poesia dannunziana era stata dominata dalle donne fatali, lussuriose e di ineffabile bellezza, essi predilessero gli amori ancillari, le casalinghe dalle guance rosee, le donne non troppo belle, tanto che in una poesia Gozzano così scrive: “Sei quasi brutta, priva di lusinga / nelle tue vesti quasi campagnole / ma la tua faccia buona e casalinga / ma i bei capelli di color di sole / attorti in minutissime trecciuole / ti fanno un tipo di beltà fiamminga // E rivedo la tua bocca vermiglia / così larga nel ridere e nel bere / e il volto quadro senza sopracciglia / tutto sparso d’efelidi leggere / e gli occhi fermi, l’iridi sincere / azzurre d’un azzurro di stoviglie”.

A livello stilistico poi ritroviamo certi modi di Pascoli e di D’Annunzio, ma anche i versi realistici di Betteloni e di Stecchetti, così come certe reminiscenze scapigliate. Per dirla con A. Pasquali “nel Pascoli i crepuscolari trovarono in gran parte il modello del verso franto, con voluti abbandoni tonali, della parola allusiva, il tema della poesia delle piccole cose; nel D’Annunzio, quello del Poema Paradisiaco, il modello del verso che spezza e dissolve le chiuse strutture classiche per attuare una più intensa atmosfera musica...Della poesia decadente essi insomma accolgono quei temi, quei motivi, quegli spunti che si prestano alla espressione dei loro particolari contenuti, quotidiani e dimessi, della loro stanchezza di vivere, della loro incapacità di entusiasmi, della loro condizione di naufraghi sballottati e travolti dall’onda nel mare della vita”.

Ora di tutti i poeti crepuscolari si possono qui considerare Guido Gozzano, come il maggiore, Moretti e Corazzini, come i più significativi tra gli altri..

 

 

 

Guido Gozzano

 

 

 

Sommario: La biografia - La poetica - La visione del mondo - Le raccolte delle poesie - Temi della poesia gozzaniana

 

 

 

Cenni biografici

 

Guido Gozzano nacque a Torino nel 1883 da famiglia benestante, arrivò con gli studi a frequentare la Facoltà di giurisprudenza senza però mai laurearsi. Preferì infatti andare per un certo tempo a sentire le lezioni di letteratura italiana di Arturo Graf, intellettuale e poeta non mediocre, e dedicarsi alla lettura di poeti e filosofi contemporanei. Durante gli anni universitari si manifestarono i primi sintomi di quella malattia che lo portò, ancora giovane, alla morte. Per motivi di salute nel 1912 fece un viaggio in India, accettando di scrivere durante il viaggio per il quotidiano La Stampa. Tornato a Torino si dedicò alla letteratura collaborando anche a quotidiani e riviste. Nel frattempo aveva conosciuto la scrittrice Amalia Guglielminetti di cui si innamorò e con la quale intrecciò una corrispondenza epistolare amorosa. Nel 1916 morì a Torino stroncato dalla tisi.

 

 

La poetica

 

Gozzano passa per essere stato un oppositore del dannunzianesimo imperante. Respinse infatti la concezione del poeta vate, i contenuti guerreschi e superomistici, né egli volle cantare i miti della razza latina o le folle agitate dal lavoro, o gli arsenali e le officine, o la civiltà meccanica. Quanto al ruolo del poeta nella società, egli fortemente lo ridimensionò, sia rispetto alla tradizione dei simbolisti, sia a quella del dannunzianesimo. La poesia gozzaniana non è volta a svelare arcani segreti, non mira a cogliere nascoste corrispondenze, non vuole avere alcunché di oracolare o di fatidico. Gozzano ciò nonostante assegna alla poesia un ruolo sociale, ma a un livello individuale, e dichiara: “un fiore gitterò dal mio rifugio / sempre a chi soffre e sogna e piange e cade.... Così non portò nelle sue poesie gli avvenimenti della Storia e tanto meno quelli della cronaca politica. A livello formale poi rifiutò lo stile aulico dell’immaginifico, ogni forma di accademismo, la folla delle immagini, gli eccessivi abbellimenti retorici, così come rifiutò il lessico iperletterario, si orientò invece decisamente verso una poesia di tono discorsivo e colloquiale, fondata su un lessico quotidiano e di contenuti pure riferibili alla quotidianità dell’uomo qualunque. In una sua lirica delle “Sparse” per altro scrive: “Chi s’adopra / scrivendo, a farsi intendere con poca / fatica, sarà valido e sincero...Così farò”. Dichiarazione questa che è un’implicita accusa di inautenticità volta contro la poesia dannunziana e ad un tempo espressione di un’esigenza di sincerità e di democraticità. La sua volontà di opposizione a D’Annunzio è per altro esplicitata senza mezzi termini nella breve lirica “L’altro” dove egli ringrazia Iddio pensando che avrebbe potuto invece che farmi gozzano / un po’ scimunito, ma greggio, / farmi gabrieldannunziano: / sarebbe stato peggio!”. E se la sua poesia è tanto lontana da quella del vate da poter sembrare a confronto “lo stile d’uno scolare / corretto un po’ da una serva”, tuttavia egli dice: “Buon Dio, e puro conserva / questo mio stile...Non ho nient’altro di bello / al mondo...”, espressione che dice la melanconia e la tristezza del poeta e lascia emergere la sua vocazione per una poesia incontaminata, di ascendente un po’ pariniano, che già preannunzia il sorgere della “poesia pura”.

Ma nonostante la dichiarata volontà di voler essere antidannunziano, Gozzano poi subì l’ascendente del poeta abruzzese, considerato che anch’egli tese ad ottenere una costante musicalità del verso e che il tono fondamentale di tutta la sua poesia trova poi il suo modello ideale nel “Poema Paradisiaco”.

La poesia gozzaniana non andò poi esente dal ricorso ad allegorie e ad un certo simbolismo, come si può ad esempio vedere ne “Le due vie” dove queste, come ha visto Barberi Squarotti, simboleggiano le vie del vizio e della virtù così come la Signora e la Signorina sono figurazioni della vecchiaia e della giovinezza, della morte e della vita, e la signorina non casualmente si chiama Graziella, se è vero che essa simboleggia la Grazia, divinità benefica e salutare conformemente all’immagine espressa dal Foscolo nelle Grazie.

Possiamo concludere osservando che la poesia di Gozzano, apparentemente così semplice nel lessico e di tono basso, in realtà si sviluppò in un continuo tacito dialogo con i poeti della nostra migliore tradizione letteraria, dal medioevo sino al tempo contemporaneo allo scrittore, ed è infarcita di reminiscenze e di riecheggiamenti di versi che la rendono preziosa e gradita all’orecchio del letterato.

 

 

 

La visione del mondo e gli orientamenti politici

 

Per quanto attiene alla visione del mondo, Gozzano non elaborò un vero sistema, ma ci ha lasciato sparsi giudizi e definizioni che si ricollegano alle idee espresse dai nostri maggiori scrittori, o per condividerle, o per contestarle. Un primo autore con cui egli polemizzò indirettamente fu Leopardi. Gozzano, al pari del recanatese, ebbe un triste destino e morì anch’egli giovanissimo a causa di una lunga malattia. Sentì del pari l’età dell’adolescenza come quella delle illusioni, delle speranze destinate a rimanere deluse; si autoescluse da alcune esperienze di vita percependo anch’egli una grande solitudine. Ciò nonostante non lanciò mai invettive contro la Natura. Ne vide quelli che egli chiamò gli “sbagli”, ma la considerò pietosa nei confronti dell’uomo scrivendo che essa è comunque “madre”, che “non è sorda e muta / ...essa parla del suo fine benigno...Essa conforta di speranze buone... (Pioggia d’Agosto) e se crudele talora può apparire è perché “per non perdere pietà si fa spietata”.

L’altro poeta da cui anche ideologicamente volle distaccarsi fu D’Annunzio. In particolare ne rifiutò l’esaltazione dell’Ellade, l’annuncio gioioso e superbo della morte di Cristo e del trionfo del tornante paganesimo, nelle “Sparse” infatti leggiamo: “Che giovò dunque il gesto di chi disse: / “Il gran Pan non è morto! Ecco la via / dell’allegrezze nove. Ovunque sia / dato l’annunzio del novello Ulisse! // Il flavo Galileo che ci afflisse / di tenebrore e di malinconia / e quella scialba vergine Maria / e quella croce diamo alle favisse!”? // Nulla giovò. L’impavide biasteme / non rianimeran lo spento sguardo / dei numi elleni sugli antichi marmi. //lor gioventude vive sol nei carmi (Domani).

Non c’è dubbio poi che Gozzano abbia vissuto la crisi di fiducia della ragione che caratterizzò molti della sua generazione e che abbia percepito la Terra come un elemento sperduto nell’universo; se pertanto Pascoli poté definirla “informe oscurità volante” egli la disse “povero glomerulo / dove trionfeggia il querulo / sciame dell’Uman Genere” (Nemesi), espressione che rimanda, relativamente alla visione del genere umano, al Leopardi polemico contro gli ottimisti del suo secolo, tuttavia contenente l’immagine nuova del “glomerulo” che è termine prezioso perché di primo acchito fa pensare ad un gomitolo di lana ( l’etimo della parola è infatti glomus, gomitolo appunto), ma subito dopo a ciò che il termine significa in medicina, cioè un piccolo agglomerato di capillari sanguigni.

Riguardo alla fede possiamo dire che dopo essere stato educato cristianamente, per un momento cadde nell’indifferenza, si avvicinò con curiosità al buddismo, ma poi al Cristianesimo tornò negli ultimi anni della sua vita tanto che scrisse anche poesiole di contenuto religioso per le festività del Natale, della Pasqua e dell’Epifania, lasciandoci anche quella splendida traduzione di un melologo popolare francese che è “La notte santa”, rievocativa dell’arrivo a Betlemme di Giuseppe e di Maria e della nascita di Gesù, che si conclude con l’annuncio: “E’ nato! Alleluja! Alleluja! / E’ nato il Sovrano Bambino. / La notte, che già fu sì buia / risplende d’un astro divino...”.

Quanto infine alle idee politiche, Gozzano  dichiara essere in lui la stoffa del “borghese onesto” e tale si augura di poter essere: “sia la mia vita piccola e borghese”. Così gran parte della sua poesia colloquiale canta la nostalgia per la vita provinciale piccolo-borghese, ma si possono nutrire ragionevoli dubbi che questa sia espressione di una vera e propria  ideologia politica. Sia infatti nelle più note liriche “L’amica di nonna Speranza” e “La signorina Felicita” come in altre, il mondo piccolo borghese provinciale è rievocato sì nostalgicamente, ma non tanto in polemica contro la volgarità delle classi subalterne o l’ipocrisia delle dominanti, quanto piuttosto contro il sistema di valori del tempo contemporaneo che aveva sovvertito quelli in cui il poeta credeva e che poi gli vennero a mancare e che vedeva invece presenti nella storia delle generazioni che lo avevano preceduto. Per questo trova posto in quella rievocazione anche la fede, pure nel suo tempo in crisi, e della vita semplice degli avi egli ricorda con tenerezza anche come “le dolci madri a sera / c’insegnavano il Bene, la Pietà / la Fede unica e vera; / e lenti innalzavamo la preghiera / al Padre Nostro che nei cieli sta ( Paolo e Virginia). Sue liriche comunque di contenuto direttamente politico non ce n’è. Egli tuttavia ne “La bella del Re” definisce Vittorio Emanuele II “Re prode...vero padre dell’Italia”, scrisse quindi una commossa lirica rievocativa della morte di Carolina di Savoia, nonché il sonetto “Ai soldati alladiesi combattenti” dove possiamo leggere: “Tu che combatti per l’Italia bella, / tra cupi rombi e balenar di lampi, / salve! Ed il ciel provvido ti scampi / alla sposa, alla madre, alla sorella! ”. Possiamo quindi pensarlo fedele alla monarchia sabauda, da buon piemontese, e animato da romantico sentimento patriottico.

 

 

 

Le raccolte delle poesie

 

Durante la sua breve vita, Gozzano pubblicò le raccolte di versi “La via del rifugio” nel 1907, e i “Colloqui” nel 1911, che gli valsero la fama di poeta. Scrisse ancora, non ultimandolo, un poemetto di entomologia intitolato “Le farfalle”. Nel 1917 uscì postumo il libro “Verso la cuna del mondo” che riproduceva gli scritti realizzati durante il suo viaggio in India.       

“La via del rifugio” costituì una dichiarazione di poetica e di scelta di vita. Gozzano, come nota G. Manacorda, vi si raffigura circondato da quegli elementi che si faranno nuclei della sua ricerca letteraria: la filastrocca infantile, che lo culla col suo sapore fiabesco di antico canto popolare; la vanessa, emblematica della bellezza della natura; l’antico bramino dei Pattarsy, che testimonia già l’attenzione per la cultura indiana...entro questi termini già a lui congeniali, il giovane Guido Gozzano traccia il proprio autoritratto: “Ma dunque esisto! O strano! / Vive tra il Tutto e il Niente / questa cosa vivente / detta Guido Gozzano”.  Dominano in questa raccolta la tristezza che scaturisce nell’osservarsi invecchiare e morire, nel vedersi con i capelli sempre più radi e sempre più grigi, pallido ed esangue, cosa che gli fa desiderare “un’oncia di buon sangue”, e un amore che il poeta sa che non verrà: “aspetta il cuore intatto l’amore che non giunge” (Il responso), quell’amore che “se non verrà... che importa?”. Con essi la nostalgia per una sfuggita felicità, nostalgia che si collega a quella della sua “pensosa adolescenza”, di leopardiano ascendente,  che si estende sino al tempo presente in cui ancora il poeta non riesce a cogliere la felicità: “Socchiusi gli occhi, sto / supino sul trifoglio, / e vedo un quadrifoglio / che non raccoglierò”. V’è poi la tentazione continua di rifugiarsi in un sogno, sentito come via del rifugio: “Inganno la tristezza / con qualche bella favola” (Nemesi), dichiarazione accompagnata ne “L’ultima rinuncia” da una ripetuta preghiera: “ma lasciatemi sognare / ma lasciatemi sognare! // Ma lasciatemi sognare!”. Occorre aggiungere che la minaccia incombente della morte, anzi di quella “cosa vera chiamata Morte”, non genera sdegnose proteste, irose imprecazioni, maledizioni contro la Natura, sentita invece come la Gran Madre che sino all’ultimo “illude i morituri bensì porta alla scoperta del valore dell’amore fraterno, tanto che può egli dire: “Amare giova!...Nella notte incerta / ben questo è certo: che l’amarsi è buono! (Ignorabimus) e la speranza e la preghiera di poter finire i propri giorni santamente: “non morirò premendomi il rosario / contro la bocca, in grazia del Signore?”.

Ma l’opera che diede fama al poeta è la raccolta intitolata “Colloqui”. Essa è costituita di tre sezioni, e cioè “Il giovanile errore”, “Alle soglie” e “Il reduce”. La prima serie di poesie è tutta dedicata all’esperienza dell’amore sentito come irrealizzabile: “Amore no! Non seppi / il vero Amor per cui si ride e piange: / Amore non mi tanse e non mi tange; / invan m’offersi alle catene e ai ceppi... quantunque poi il poeta narri di sue avventure amorose e tessa l’elogio degli amori ancillari: “Gaie figure di decamerone / le cameriste dan, senza tormento, / più sana voluttà che le padrone...Lodo l’amore delle cameriste”. La seconda parte è quella che contiene le più note poesie dei “Colloqui”, sono tra queste “La signorina Felicita, ovvero la felicità” e “L’amica di nonna Speranza”. La prima esprime in forma ironica la storia di un amore impossibile, come quello tra l’avvocato poeta e la ragazzotta paesana “quasi brutta”, di una vicenda sentimentale genuina, vissuta solo nel pensiero, scaturente da una sazietà nei confronti di un mondo inautentico che lo porta a confessarle: “Se Lei sapesse come sono stanco / delle donne rifatte sui romanzi!”.

Nella seconda, invece, compare la poesia delle “buone cose di pessimo gusto”, con “Loreto impagliato ed il busto dell’Alfieri, di Napoleone / i fiori in cornice...le scatole senza confetti / i frutti di marmo protetti da campane di vetro,...gli scrigni fatti di valve, / gli oggetti col monito salve...”, accompagnata per altro dalla rievocazione nostalgica di un passato dove il poeta crede di potersi rifugiare e trovare una serenità, sicché nasce in lui un desiderio: “rinasco, rinasco nel mille ottocento cinquanta”. Il passato in vero, come nota G. Manacorda, è celebrato non in quanto epoca storica particolare, ma per la sua irraggiungibile distanza dall’oggi,  per essere irrimediabilmente perduto, per la sua qualità insomma di ricordo circoscritto nei confini di una vecchia immagine, come una stampa, un quadro o una fotografia. E quando poi il passato rievocato è il suo passato, allora più triste ancora si fa la sua voce, ma, come già in Leopardi, anche in Gozzano sempre dolce è la rimembranza: “Non amo che le rose / che non colsi. Non amo che le cose / che potevano essere e non sono / state...”. Nella terza sezione infine si trova la figura di Totò Merùmeni (deformazione di Heautontimoroumenos ovvero “Il punitore di se stesso” già titolo di una commedia terenziana e di un componimento baudelairiano contenuto ne “I fiori del male”).  Con questo personaggio il poeta traccia di nuovo un ritratto di sé, rovesciando sistematicamente le caratteristiche del superuomo dannunziano. Totò  “vive...con una madre inferma, / una prozia canuta ed uno zio demente...ha venticinque anni, tempra sdegnosa / molta cultura e gusto in opere d’inchiostro, / scarso cervello, scarsa morale, spaventosa / chiaroveggenza”, egli è un buono, anzi “il buono che derideva il Nietzsche un solitario che ha per compagni “una ghiandaia roca, un micio, una bertuccia”. Egli sognò per anni l’Amore che non venne, sognò attrici e principesse, “ed oggi ha per amante la cuoca diciottenne”; egli è un inetto e un sopravvissuto alla decadenza e alla malattia dei familiari, è un esteta frustrato, ormai indifferente ed estraneo alla vita, che ha scelto “l’esilio e la rinuncia volontaria”. Dunque è proprio l’opposto di Andrea Sperelli, il protagonista del “Piacere” dannunziano.

Gozzano scrisse poi un poemetto intitolato “Le farfalle”. Il poeta di entomologia si era sempre interessato, sicché progettò un’opera dedicata a questi insetti che egli stesso avrebbe illustrata. Cominciò così a scrivere delle epistole in endecasillabi sciolti con i quali prima narra il formarsi e la metamorfosi del bruco in farfalla, poi esamina le diverse specie. Secondo Manacorda Gozzano assunse le farfalle come creature emblematiche del flusso, o dello slancio vitale, essendo insieme insetti e fiori. Aperto finalmente il gran libro sublime della natura, vi avrebbe letto una storia di errori e di incertezze. Per A. Marchese invece “Le farfalle” costituiscono l’ultimo rifugio di Gozzano nella brulicante vita dell’universo da cui traspare uno spirito immanente, approdo definitivo dell’inquieta ricerca di religiosità del poeta. L’uno e l’altro hanno visto bene. Dubbio non v’ha infatti che “Le farfalle” siano nate da una inquietudine spirituale, da un anelito religioso che se non si risolve in enunciati di una fede, tuttavia ad essa inclina esprimendosi in versi come questi: “Un enimma più forte ci tormenta: / penetrare lo spirito immanente, / l’anima sparsa, il genio della Terra, / la virtù somma (poco importa il nome!) / leggere la sua meta ed il suo primo / perché nel suo visibile parlare” (Macroglossa). Così come non può sfuggire che questa esigenza di Dio e di una risposta al perché della vita si fa più forte quando il poeta ormai sente finire in lui la vita, la vita sua breve, come breve è quella della farfalla la quale “sa che deve sparire con l’anemone, / sparire prima della Primavera...// Visita i fiori, intepidisce il regno / per le grandi farfalle che verranno, / poi, giunta al varco della vita breve, / congeda il Marzo, volgesi all’Aprile:  //Aprile! Marzo andò: tu puoi venire!...”. Questo poemetto dunque a livello poetico altro non è che il canto del morente, un estremo addio alla vita, velato anche di nostalgia per una adolescenza non pienamente vissuta per cui, qua e là, si insinua nei versi qualche giovanile rimembranza. Sennonché il tono di velata tristezza che in certi momenti si genera, è poi equilibrato da altri di segno opposto quando al poeta subentra l’entusiasmo dell’entomologo che, ci si consenta, un po’ dannunzianamente, così descrive il parnasso: “giunge dall’alto scende con un volo / solenne e stanco...s’arresta sulle cuspidi dei cardi / s’adonta di un erebia, d’un virgaurea, / suoi commensali sullo stesso fiore; / s’avvia, s’innalza, saggia il vento, scende, / vibra, si libra, s’equilibra, esplora / l’abisso, cade lungo le pareti / vertiginose ad ali tese: morta. / Dispare, appare sui macigni opposti...”.  Non manca a queste “epistole entomologiche” neppure l’amore di Gozzano per il nativo Canavese e per le solitudini silenziose della vette alpine, con “sull’orlo degli abissi, / i tassi e i rododendri”. E se A. Marchese parla di questo studio come un “estremo rifugio” è perché il poeta all’amica alla quale dedica il poemetto, delicata presenza femminile che appare e dispare, confessa: “Forse lo stanco spirto moderno / altro bene non ha che rifugiarsi / in poche forme prime, interrogando, / meditando, adorando”.  Quanto poi al sentimento della Natura se, come ha notato G. Manacorda, il poeta ne denuncia gli errori, come leggiamo nella “Pieris brassicae” “Non divina e perfetta, ma potenza / maldestra, spesso incerta, esita, inventa, / tenta, ritenta, elimina corregge ne giustifica però anche l’agire: “...Madre cieca e veggente, avara e prodiga, / grande e meschina, tenera e crudele, / per non perder pietà si fa spietata”.  Per cui il giudizio conclusivo del poeta sul creato certamente negativo non è se può concludere il poemetto scrivendo: “giusto è pensare che su questa terra / la traccia nostra non è fuori strada, / giusto è pensare che un’intelligenza / sola, universa, sparsa ed immanente / penetra in guisa varia i corpi buoni / men buoni conduttori dello spirito; / giusto è pensare che tra questi l’uomo / è lo stromento dove più rivibra / la grande volontà dell’Universo”. Ad illuminare poi il lettore sulla genesi profonda del poemetto vale ricordare il riferimento dantesco ne “L’amico delle crisalidi” ai versi del Purgatorio che dicono: “Non v’accorgete voi che noi siamo vermi / nati a formar l’angelica farfalla? e quanto poi il poeta scrive ne “Della passera dei santi”: “Un desiderio senza tregua, come / di trasformarsi, sale dalla tenebra / dalle radici, grida nella luce / dalle corolle, cerca la sua legge: / liberarsi, fuggire, modulare / l’ali, imitare le farfalle in volo”. Versi questi che ci fanno comprendere anche la sua maniera di sentire la vita e il desiderio di raggiungimento di una superiore dimensione, tosto che l’uomo del corpo si sarà liberato. Estremo sviluppo del sentire scapigliato.

Delle prose valida opera è “Verso la cuna del mondo”.  In dubbio se sia stata parto della fantasia dello scrittore che si innesta su qualche reale esperienza, o se frutto reale del viaggio in India. Per Manacorda comunque “l’India con i suoi costumi, con i suoi monumenti e i suoi inconsueti paesaggi, diventa sfondo spesso incomprensibile e lontano per il visitatore occidentale al cui occhio stridono le tracce della colonizzazione europea: così se chiese e palazzi riportano il turista Gozzano alle visioni che si porta dall’Italia, subito poi lo aggredisce l’inquietante sfacelo e l’abbandono delle macerie tra le quali si inseriscono squarci di vegetazione mostruosamente lussureggianti o famiglie di scimmie grottescamente blasfeme...Il viaggio in India sollecita Gozzano ad ulteriori meditazioni sul tema della morte”.

 

 

 

Temi della poesia gozzaniana

 

La poesia di G. Gozzano è in larghissima parte autobiografica. Leggendo le diverse raccolte vi troviamo un autoritratto del poeta. Fisicamente egli si descrive come un uomo che sta precocemente invecchiando, come il diradarsi e l’imbiancarsi dei capelli dicono,  tormentato dalla malattia, pallido e dal corpo devastato. Canta così la vita che fugge via da lui e l’approssimarsi della morte. Quest’ultima è pertanto serenamente accettata: la coscienza dei pochi anni, forse mesi, che gli rimanevano non lo precipitò nello sconforto, né egli si sentì di accusare alcuno, tanto che scrisse: “Senza querele, o Morte, discendo ai regni bui; / di ciò che tu mi desti, o Vita, io ti ringrazio...”. Ricordando dentro di sé anzi come Iddio spesso abbia fatto scempio del corpo di coloro che volle santi, e le sofferenze di San Francesco in particolare prima della sua morte, si abbandonò anch’egli a quell’attesa governata dalla fiducia in Dio e scrisse: “le mie smorte / membra distenderò, come il Beato, / per aspettare la sorella Morte.” (A Massimo Bontempelli). Da un punto di vista interiore invece vuole apparire ai nostri occhi non solo “non cattivo”, ma addirittura “buono”. Come colui che visse la sua vita pellegrinando, che viaggiò per fare l’ultimo viaggio. Ripetutamente poi parla di sé come di un fanciullo e del suo cuore come quello di chi è pronto a donare, che mai si lascia abbattere: “cuore monello giocondo che ride pur anco nel pianto”. Nello stesso tempo si pone come poeta, come colui che è capace attraverso il sogno, la fantasia, la poesia di dare un senso alla sua esistenza e a superare tutte le difficoltà. E la poesia allora diventa per lui veramente la via del rifugio, qualcosa di irrinunciabile, ciò che gli consente di “ingannare la tristezza”, e senza vergogna dichiara: “Non agogno / che la virtù del sogno: / l’inconsapevolezza.”.

Un certo spazio trova poi nella poesia gozzaniana il tema della madre. Alla madre Gozzano pertanto riuscì a dedicare sentiti versi di ringraziamento e di riconoscenza raffigurandocela come affettuosa nei suoi confronti, premurosa, educatrice e consolatrice. Premurosa nei momenti della crisi della malattia, e allora anche consolatrice, ma soprattutto educatrice. E come Pascoli aveva ricordato la bontà della propria madre che gli aveva insegnato ad essere buono, a perdonare, a dire le preghiere, così Gozzano ricorda che anche la propria per lui “invocava Gesù Cristo / e la Vergine Maria (L’ultima rinunzia). E i versi più belli e commoventi a lei dedicati sono quelli della “Laus matris” ove si legge: “Più che la laboriosa / femina dell’Ebreo, / Madre di Galileo, / o madre mia dogliosa, / voglio esaltarti: voglio / su le tempie che adoro / recingere l’alloro / del mio protervo orgoglio: / Laudata sii”. Occorre però aggiungere che nel trattare questo tema troppo Gozzano si fece condizionare dal dannunziano “Poema Paradisiaco” il che finisce col riverberare anche sui suoi versi un non so che di artificioso.

Ma Gozzano poi seppe cantare anche il paesaggio, in particolare quello del suo bel Canavese. Sotto questo riguardo il componimento più efficace è quello intitolato “Il Castello di Agliè” località che fu tra le più amate dal poeta. Ma il paesaggio del Canavese poi continuamente fa capolino nei suoi versi, ogni volta efficacemente riuscendo ad inquadrare gli eventi, suggerendo la più appropriata atmosfera, apparendo con i suoi prati, le colline, i boschi, le alte cime, spesso ispirante un sentimento di pace e di serenità.

Temi tipicamente leopardiani sono poi quello della giovinezza passata senza gioie e quello dell’esclusione, non dall’umana bellezza , ma dalla stessa vita, e dunque a questi collegato il tema della malattia e della morte.  Della malattia e della morte s’è già detto, ci soffermiamo ora un momento sul tema dell’amore e dell’esclusione che già fur tema leopardiano. A differenza di Leopardi, Gozzano non fu rifiutato dalle donne, visse esperienze sentimentali, come quella con la Guglielminetti, ma poi egli stesso escluse la possibilità di legarsi stabilmente ad una donna, in ciò simile a Pascoli. La sua non fu come qualcuno ha scritto “aridità sentimentale”, bensì volontaria rinuncia nella consapevolezza della brevità della sua vita, e quindi coscienziosa ed imposta rinuncia anche ad avere figli, nella volontà di non lasciarli poi orfani. Non decisione filosofica, bensì pratica. Per questo ebbe il coraggio di dire alla sua amata: “Curiosa di me, lasciami in pace!”.

Di derivazione leopardiana è anche la presenza nella poesia gozzaniana di frequenti interrogativi sul perché dell’esistenza, sul senso della vita. “A che destino ignoto / si soffre? egli si chiede, chi sono gli uomini?”, e “che bisogno / c’è mai che il mondo esista?”. Domande tutte destinate a rimanere senza risposta, ma che portano il nostro poeta ad assumere nei confronti della vita un atteggiamento completamente diverso dal recanatese tanto da sembrare questi un bersaglio polemico non diverso da quello di D’Annunzio.

Alla fine di questo excursus breve ci sentiamo di concordare con il giudizio espresso da E. Sanguineti quando dice che il vero mondo poetico di Gozzano si ritrova in quella ricca galleria di ritratti femminili che si apre con la Graziella “ciclista” di “Le due strade” e continua poi con la figura della  Carlotta de “L’amica di nonna Speranza”, di Felicita, e della senza nome di “Cocotte”.

 

 

 

 

 

 

Opere citate

 

G. Bàrberi-Squarotti G.  Poesia e ideologia borghese  Napoli, 1976

Manacorda G. Novecento, in Letteratura italiana Calderini. Bologna, 1976

Marchese A.  Storia intertestuale della letteratura italiana.  Messina-Firenze, 1990

Sanguineti E.  G. Gozzano. Torino, 1966